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Christianity

Generally speaking, “Christianity” means the ensemble of churches, communities, sects, groups, but also the ideas and concepts following the preaching of he who is generally considered the founder of this religion, Jesus of Nazareth, a travelling preacher from Galilee, born between 4 B.

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The Diaspora

Literally a diaspora is the “dispersion of a people leaving their homeland and migrating in various directions”.

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Few concepts are both so controversial and recurrent within the philosophical and cultural debate as the concept of relativism.

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Secularisation and Post-Secularisation

“Secularisation” means the process that has above all characterised western countries during the contemporary era and led to the progressive abandonment of religious rules and sacral kinds of behaviour..

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An ethnic and linguistic minority in the Near East, the Kurds now live divided between Turkey, Iran, Iraq and Syria, in a region unofficially known as Kurdistan, where they have always been the object of persecution and oppression.

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EN lunedì, 30 novembre -1

«Io in Tunisia, una giornata con scafisti e clandestini»

Un reportage di Elisa Pierandrei

Mi trovo a Zarzis, un porticciolo di pescatori (110 mila abitanti) sulla costa meridionale della Tunisia, arroccato tra gli sfarzi turistici di Djerba e i traffici oscuri del confine libico. E queste sono le due rispettabili figlie di uno dei boss locali coinvolto nell’organizzazione degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane. Dopo oltre tre ore di anticamera, il boss Mustafa, chiamiamolo così, finalmente arriva per portarmi al piano di sotto, per farmi conoscere quei giovani che lui raccoglie a casa sua prima di consegnarli allo scafista.


Al piano di sopra di una graziosa abitazione dalle imposte color azzurro, siedo circondata dalle donne della famiglia. Tunis, sui venticinque anni, mi serve un bicchiere di tè alla salvia, mentre io gioco con i suoi due figli, Intisar e Saif. La donna più giovane, TouTou, 21 anni appena compiuti, chatta invece su Facebook con il suo fidanzato, un ragazzo di qualche anno più grande di lei, che vive a Parigi. Si sposeranno fra un anno. Sul social network non condivide solo il sogno di un futuro insieme al suo innamorato, ma anche video che mostrano riprese (realizzate col cellulare) dei loro amici, trattati come eroi, che hanno tentato lo sbarco a Lampedusa (un viaggio in mare a bordo di barconi, di almeno 18 ore).

Mi trovo a Zarzis, un porticciolo di pescatori (110 mila abitanti) sulla costa meridionale della Tunisia, arroccato tra gli sfarzi turistici di Djerba e i traffici oscuri del confine libico. E queste sono le due rispettabili figlie di uno dei boss locali coinvolto nell’organizzazione degli sbarchi di clandestini sulle coste italiane. Ci siamo conosciuti il giorno prima in un bar delle centro della città. A lui ho detto che sono una giornalista e allora mi ha chiesto se volevo fare il viaggio a Lampedusa, come avevano fatto quei due colleghi tedeschi qualche giorno prima. “Il viaggio no, non mi interessa morire in mare – gli ho risposto – Ma con i ragazzi che vogliono partire vorrei parlare”. Dopo oltre tre ore di anticamera, il boss Mustafa, chiamiamolo così, finalmente arriva per portarmi al piano di sotto, per farmi conoscere quei giovani che lui raccoglie a casa sua prima di consegnarli allo scafista. In giro non si vedono militari, e neanche auto della polizia. Le maglie di controllo sono più larghe, anche a causa dello sforzo che si concentra invece sui profughi alla linea di confine con la Libia.

A partire da Zarzis sono quasi tutti ragazzi fra i 17 e i 20 anni. Tunisini, originari della zona. “Ma come si fa ad arrivare da Lampedusa alla Sicilia?”, esordisce uno di loro. L’impressione è che partano sapendo ben poco di quello che li aspetta in Italia. In tasca hanno circa 5000 dinari tunisini, dei quali 3000 (circa 1500 euro) andranno all’organizzazione che li fa partire. “Come si fa ad ottenere quel permesso di 5 giorni che ti fa circolare liberamente in Italia (ma intende il foglio di espulsione, mi chiedo io?, ndr)?”, dice un altro. Dopo avermi vista davvero preoccupata, un terzo mi rassicura: “Io ho un fratello che verrà a prendermi dalla Francia. Per trovare i soldi ho chiesto aiuto ai miei parenti, ho promesso di restituire tutto appena trovo un lavoro in Italia o in Europa ”.

A spiegare le ragioni di un viaggio che, con queste premesse, sembra davvero disperato, c’è un altro boss locale di cui nessuno mi dice il nome. “La ragione che li spinge a partire sta nella mancanza di lavoro e di prospettive di cambiamento per il futuro – dice l’uomo – Vogliono andarsene ad ogni costo. Ma se avessero la possibilità di ottenere un visto per l’Italia, farebbero a meno di questi viaggi pericolosi da clandestini. E, soprattutto, una volta visto cosa c’è al di là del mare, avrebbero la possibilità di rientrare in Tunisia!”. La rivoluzione del Gelsomino che ha portato alle dimissioni del governo corrotto del Presidente Ben Ali, fuggito in Arabia Saudita, non sembra aver dato speranza a questi giovani che vivono lontani da Tunisi, l’elegante capitale. “Oggi i ragazzi pensano soprattutto al denaro – continua lo stesso boss – e qui a Zarzis non si cava un ragno dal buco. Che peccato… la Tunisia è un bel Paese. Io sono preoccupato per il futuro. Soprattutto quello di mia figlia che a Zarzis rischia di non trovare più un giovane da sposare”.

Tra i giovani – ce n’erano almeno un centinaio quella notte pronti a partire, ospitati in diverse abitazioni della città – non c’erano stranieri. I profughi egiziani, bengalesi, ghanesi, vietnamiti, e somali ammassati a Ra’s Jedir, sul confine con la Libia, lasceranno molto probabilmente il Paese imbarcati su navi (quattro ne sono già partite da Zarzis) o voli aerei internazionali (partono dal vicino aeroporto di Djerba), grazie ad una gara di solidarietà che vede la Tunisia in testa. “Quando è scoppiata la rivolta a Tripoli, dei libici sono venuti a prenderci a casa – mi racconta Ahmed, somalo – Ci hanno tenuti qualche giorno in una casa e poi ci hanno portati sul confine”. Secondo Bashir, dal Ghana “prima di raggiungere il confine siamo stati derubati di tutti i nostri risparmi. Anche dei telefoni cellulari”. Poco male, sembra invece suggerire il sorriso ironico di un altro profugo, dal Bangladesh. “Tanto non ci pagavano da mesi!”.

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