«Geopolitica e oligarchie in lotta. Così è andato in crisi il Kirghizistan»
Una conversazione con Tiberio Graziani 9 June 2010

Direttore, che cosa è successo in Kirghizistan?

È successo che il presidente Bakyiev è stato estromesso da alcuni suoi ministri, con le stesse modalità con cui Bakyiev aveva costretto alla resa Akayev. Questo significa che c’è uno scontro di potere dentro l’élite politica. Il dato sta proprio qui, nel fatto che ci sono delle fazioni in lotta per il controllo del potere, dell’economia e degli apparati dello stato.

Se l’immaginava che a cinque anni di distanza dalla “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan ci sarebbe stato un altro regime change?

Se pensiamo che il Kirghizistan è il più povero e il più fragile dei paesi dell’Asia centrale post-sovietica, la cosa non stupisce. Un altro elemento che ha favorito la destabilizzazione interna è la geopolitica. Il paese è storicamente “il ventre molle dell’Eurasia” e si trova proprio in quell’“arco della crisi” che si estende dall’Egitto al Pakistan – cito in entrambi i casi il politologo americano Zbigniew Brzesinski, ex consigliere di Jimmy Carter per la sicurezza nazionale e oggi ascoltato suggeritore di Barack Obama. Insomma, geopoliticamente parlando è all’incrocio di grandi interessi.

Secondo lei la cacciata di Bakyiev è dovuta alla rivalità tra americani e russi nell’area?

Gli Stati Uniti utilizzano la base aerea di Manas, concessa dopo l’inizio del conflitto a Kabul, per rifornire e sostenere le truppe nel vicino Afghanistan. La Russia ha anch’essa una base in affitto nel paese, quella di Kant. Sia Washington che Mosca, per motivi differenti, che siano la guerra a Kabul o l’egemonia sul “cortile di casa”, considerano il Kirghizistan uno snodo cruciale. Stesso discorso per la Cina, che con il Kirghizistan ci confina e più precisamente ci confina con la sua provincia più problematica, lo Xinjiang. È chiaro che c’è un forte legame tra politica domestica e dimensione geopolitica, con la seconda che si ripercuote sulla prima, sulle scelte dell’oligarchia al potere e su quelle dell’oligarchia che lavora per prenderlo, il potere.

A che punto è il “grande gioco” nell’Asia centrale?

Vedo due schieramenti. Da una parte gli americani, alla testa del blocco atlantico. Dall’altra russi e cinesi. Contrariamente a quanto si pensa, al fatto che Mosca e Pechino più che alleate sono rivali, la mia impressione è che i due paesi, negli ultimi anni, abbiano stretto un forte legame. Questo è dovuto alla presenza americana in Afghanistan. Se l’America non ci fosse, la cooperazione Mosca-Pechino non ci sarebbe. L’asse sino-russo ha tutto l’interesse a che l’Asia centrale rimanga stabile e contiene dunque militarmente l’America, che invece può trarre benefici da un deficit di stabilità. La contiene militarmente, come economicamente. Dal punto di vista cinese e russo, infatti, la globalizzazione e le politiche liberiste non equivalgono a progresso, bensì sono strumenti di penetrazione politica e poi militare messi in campo dall’Occidente. Cina e Russia iniziano a raccogliere i frutti di questa tattica, se è vero che a partire dal 2006 si è delineata la tendenza, da parte dei paesi della Cooperazione di Shangai (Sco, organizzazione regionale di cui Cina e Russia fanno parte insieme a Kazakhstan, Tajikistan, Uzbekistan e Kirghizistan), di allargare il gruppo all’Iran e magari al Pakistan. A mio avviso è un tentativo di creare una forma di contrapposizione all’America e alla Nato, che tendono a “sconfinare”. Inoltre, un fenomeno geopolitico molto interessante e collegato direttamente a questa contrapposizione è la nuova politica estera turca. Ankara, negli ultimi tempi, ha iniziato a rivolgersi di più a Oriente, cercando una via più autonoma rispetto a quella occidentale perseguita tradizionalmente dalle fazioni dell’establishment repubblicano, ora all’opposizione. Allo stesso modo, penso che anche la guerra russo-georgiana del 2008 sia un tassello del grande gioco. Allora Mosca, intervenendo militarmente, aveva voluto lanciare un messaggio chiaro, contro l’ingerenza occidentale nella regione post-sovietica e in generale nell’Eurasia.

Se lei dovesse prevedere una nuova rivolta, un imminente colpo di stato, un prossimo cedimento delle istituzioni in Asia centrale, quale paese indicherebbe?

Dopo il Kirghizistan, l’incognita è il Tagikistan, che potrebbe diventare un paese destabilizzato. Analogamente al Kirghizistan, c’è un’economia debole, forti tensioni politiche e una fragilità complessiva, con gruppi oligarchici tra loro contrapposti e forti interessi geopolitici in ballo.