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EN venerdì, 23 marzo 2007

“Dobbiamo curare la tirannia col farmaco della democrazia”

La tirannia, nella versione araba, ha generato corruzione, fanatismo e terrorismo. E per uscire da questo stallo politico e socio-economico, occorre democratizzare il mondo arabo dall’interno e in modo pacifico. Così la pensa uno degli intellettuali arabi più impegnati in questi ultimi anni: Ala Al-aswany. L’autore del bestseller Palazzo Yacoubian (Feltrinelli) è membro del movimento di opposizione in Egitto Kifaya! (Basta!). Ala Al-aswany ha 50 anni e per vivere fa il dentista. Ha pubblicato recentemente il suo secondo romanzo intitolato Chicago, affrontando con coraggio e profondità i tre tabù delle società arabe: la religione, la politica e la sessualità.


I dirigenti arabi usano i fondamentalisti islamici come spaventapasseri, come a dire o scegliete noi o i fondamentalisti?

I nostri capi hanno paura della democrazia e fanno di tutto per evitarla. Il loro terrore è quello di perdere il potere. Il trucco dello ‘spaventapasseri’ viene usato sia di fronte all’opinione nazionale che internazionale, è un gioco davvero assurdo e ridicolo. Gli arabi come tutti gli esseri umani hanno il diritto di vivere in sistemi democratici che garantiscano la dignità e la libertà.

Partendo dalle recenti vittorie elettorali di Hamas e dei fratelli musulmani in Egitto, c’è chi sostiene che organizzare elezioni libere e regolari significa regalare il potere ai fondamentalisti. Lei che ne pensa?

C’è una questione di principio: chi vince elezioni corrette ha la legittimità popolare per governare. Se ci crediamo veramente nella democrazia dobbiamo rispettare la scelta del popolo a prescindere dalle persone indicate, che siano comunisti o integralisti islamici o satanisti. Fatta questa premessa, bisogna affrontare un problema serio che riguarda l’estremismo religioso e ideologico nel mondo arabo. A questo punto occorre considerare quest’estremismo come un sintomo e non come una malattia. Di mestiere faccio il dentista, e ho imparato studiando medicina che bisogna distinguere i sintomi dalla malattia. Non possiamo curare un paziente efficacemente se ci accontentiamo solo dei sintomi. Oggi la nostra malattia è la tirannia mentre i sintomi sono l’ingiustizia sociale, la povertà, la corruzione e l’estremismo religioso ed ideologico. Quindi se vogliamo debellare l’estremismo, dobbiamo curare la tirannia con un solo farmaco che si chiama democrazia.

Dall’11 settembre 2001 il dibattito sulla democratizzazione del mondo arabo è ancora aperto. Come valuta la tesi di ‘esportare la democrazia?

Prima di tutto la democrazia è un diritto e un valore per tutta l’umanità. Quindi trovo aberrante la tesi secondo la quale ci sono popoli che meritano la democrazia altri no. Poi, bisogna non dimenticare che gli Stati Uniti hanno appoggiato le peggiori dittature sia nel mondo arabo che in America Latina. Ancora oggi, ci sono governi occidentali di destra che sono disposti a sostenere regime dittatoriali per salvaguardare i loro interessi e i benefici delle multinazionali.

La democratizzazione è una priorità anche nell’agenda interna araba. Da dove bisogna iniziare: dall’annullamento della censura nei media, dalle facilitazioni ai partiti politici, o dall’educazione alla democrazia nelle scuole?

Tutte le giustificazioni e i pretesti per rimandare la democrazia sono benvenuti per i regimi arabi. I dibattiti, le conferenze e i convegni sulle condizioni della democrazia non hanno senso. Non possiamo parlare di democrazia solo sul piano teorico, bisogna prima applicarla. E per semplificare il discorso, sostengo che la democrazia consista nel rispetto dei diritti umani, elezioni regolari, l’alternanza al potere senza ricorrere alla violenza e ai colpi di Stato, e il diritto del popolo a scegliere i propri dirigenti.

Perché ha sempre rivendicato il diritto dell’intellettuale ad occuparsi della politica?

Penso che lo scrittore debba essere sensibile alle questioni che riguardano il proprio paese. Mi interessa la politica non per conquistare una poltrona ma per difendere le mie idee. Oggi gli scrittori arabi sono chiamati a svolgere un compito importante per promuovere la democrazia. C’è una decadenza generale, e purtroppo la tirannia è dappertutto. Abbiamo 22 paesi arabi e non c’è una democrazia!

Nei suoi romanzi, Palazzo Yacoubian e Chicago, appena uscito al Cairo, ha trasgredito tre tabù (la sessualità, la politica e la religione). Come mai non ha subito la censura? Lei ha un’immunità come scrittore conosciuto?

In Egitto non c’è la censura nel campo editoriale, ma esistono i sequestri dei libri. Quindi c’è una differenza tra censura e sequestro. Il mio destino non è diverso dagli altri: non esiste nessuna immunità per il cittadino nel mondo arabo a prescindere del suo peso culturale, morale, sociale, ecc. Tutto è precario e tutto può cambiare da un momento all’altro!

E come hanno reagito gli integralisti, che sono forti nella società egiziana?

Ero ben cosciente delle reazioni degli integralisti quando un quotidiano egiziano molto diffuso ha deciso di pubblicare ‘Chicago’ a puntate. Mi sono arrivati tantissimi commenti, il 10% di questi provenivano da lettori fondamentalisti. Allora ho chiesto al giornale di darmi una pagina intera per replicare alle critiche, così ho spiegato a loro cos’è il romanzo e come si legge senza identificare i personaggi con l’autore. Alla fine sono riuscito a convincere tanti di loro. Comunque credo che lo scrittore debba andare avanti per la sua strada senza farsi condizionare dalle reazioni e dalle critiche.

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