«Cosa faranno i Fratelli Musulmani da grandi?»
Il blogger Issandr El Amrani intervistato da Elisa Pierandrei 15 December 2010

I Fratelli Musulmani sono stati oggetto di una feroce repressione durante tutto il periodo elettorale. Dobbiamo quindi rivedere la loro definizione di gruppo islamico vietato, ma “tollerato”, in Egitto?

Queste elezioni sollevano la questione se i FM sono ancora tollerati in Egitto. Per un lungo periodo, hanno potuto mantenere un piccolo numero di deputati in parlamento. Adesso sembra che dopo le elezioni del 2005, quando hanno ottenuto il 20 % dei seggi (candidandosi come indipendenti, ndr), il regime (di Mubarak, ndr) ha deciso di passare al contrattacco. Le recenti elezioni suggeriscono che non sono più tollerati nella politica formale. Ma ciò non significa che non sono tollerati affatto, in quanto esponenti del gruppo continuano ad amministrare uffici, charities, ospedali ecc.

Qual è adesso la nuova sfida per il gruppo islamico?

Il gruppo deve ridefinire il suo ruolo, in quanto è stato adesso bandito dalla vita politica del paese. Dato che non possono possedere giornali, radio o stazioni televisive, il parlamento è stato fino ad ora un mezzo importante per veicolare i loro messaggi. La stampa – inclusa quella di stato – doveva trasmettere le dichiarazioni dei loro membri del parlamento. La sfida a lungo termine è ora quella di capire quale è il ruolo della Fratellanza nel 21esimo secolo. E’ un partito politico o un movimento religioso? E’ una parte dell’opposizione o una lobby conservatrice che tenta di orientare il regime verso posizioni religiose? Ciò che il gruppo islamico deciderà di diventare, dipende molto dal contesto politico nell’Egitto post-Mubarak.

I risultati delle elezioni di quest’anno hanno rappresentato una sfida anche per il regime di Mubarak. Violenze ai seggi e accuse di frodi danneggiano i tentativi del regime di dare all’Egitto un volto più democratico.

Sono stati in pochi, tuttavia, ad aver preso seriamente in considerazione l’idea che l’Egitto si stava democratizzando. E il regime di Mubarak sembra determinato ad ignorare le critiche interne e della comunità internazionale sulle elezioni. In assenza di una opposizione interna forte o di partner internazionali disposti ad esercitare pressioni per un maggiore rispetto dei diritti umani e della democrazia, l’Egitto ha capito che può sopravvivere ad una cattiva pubblicità. Ma c’è un prezzo da pagare: queste elezioni hanno delegittimato la politica formale. I gruppi di opposizione non sperano più adesso in “riforme graduali”. Sono invece convinti che devono mettere da parte le differenze e fare gruppo contro lo status-quo.

E la comunità internazionale resta impotente.

L’Egitto sa che ha poco da temere dalle pressioni esterne dato che l’Occidente lo definisce uno stato arabo moderato. L’Unione europea generalmente non critica le violazioni dei diritti umani in Egitto, mentre leader come Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi sostengono pubblicamente Hosni Mubarak. Francia e Italia fungono da contrappeso in Europa nei confronti di altri paesi più critici, come la Svezia. Ci sono Paesi come la Gran Bretagna e la Francia che hanno investimenti in Egitto e non voglio rovinare le relazioni commerciali e politiche con divergenze su questioni legate alla democrazia. Gli Stati Uniti sono invece legati al fatto che l’Egitto fornisce assistenza militare e di intelligence, importanti per le operazioni attualmente in corso in Iraq e, in generale, il controterrorismo. Anche se negli ambienti politici americani ci si preoccupa di più della mancanza di democrazia in Egitto, restano queste le loro priorità. Adesso, se combina questi elementi con l’assenza di una alternativa chiara a Mubarak, ha come risultato una comunità internazionale che sente semplicemente di non avere scelta a parte quella di stare dalla parte dell’Egitto. In particolare quando ci sono molti altri stati arabi che considera peggiori.

Ancora una volta Mubarak, 82 anni, sembra essere l’unico candidato con una possibilità di vincere le presidenziali del prossimo anno. Se sarà rieletto, crede che questa volta nominerà un vice-presidente?

E’ impossibile da sapere. Mubarak ha tenuto le sue carte ben nascoste negli ultimi 30 anni di potere al punto che non sappiano realmente nemmeno se vuole suo figlio Gamal alla successione. Questa ambiguità sulla successione lo ha aiutato, ha tenuto lontani i rivali interni e molti altri sono diventati poco desiderosi di candidarsi. E’ molto probabile che Mubarak consideri se stesso un uomo indispensabile al suo Paese e resti perciò al potere fino alla sua morte o fino a quando sarà troppo malato per governare. A questo punto potrebbe nominare un suo vice che sarà identificato come il suo successore designato.

In un recente appello lanciato su Facebook, l’ex direttore dell’AIEA Mohamed El Baradei sostiene il boicottaggio delle elezioni presidenziali. Secondo lei, suggerisce in questo modo che nessun rinnovamento arriverà mai in Egitto dai seggi elettorali?

Per quanto ne so, El Baradei crede che non valga la pena partecipare ad un’elezione che si tiene sotto un sistema bloccato, cioè uno in cui le forze di sicurezza approfittano della Legge di Emergenza, dove le decisioni dei tribunali non vengono rispettate e i movimenti d’opposizione non riescono ad organizzare una vera campagna elettorale. La posizione di El Baradei si basa sui sei punti, o pre-condizioni, che lo avrebbero portato a candidarsi alle presidenziale: 1) Porre fine alla Legge di Emergenza; 2) Affidare la supervisione completa delle elezioni al potere giudiziario; 3) Emendare la Costituzione agli articoli 76, 77 e 88 che limitano i mandati presidenziali a due e permettono a tutti i cittadini di candidarsi ; 4) Garantire un trattamento equo a tutti i candidati da parte dei media di stato; 5) Garantire il diritto dei cittadini all’estero di votare; 6) Garantire il diritto di voto esibendo semplicemente la propria carta d’identità, invece di un documento speciale come accade ora. Queste condizioni non sono state raggiunte, e quindi lui non crede nella partecipazione alle elezioni.

Si tratta di una posizione valida sotto alcuni aspetti. Ma è facile per El Baradei e il suo movimento, che non hanno membri in parlamento o altro tipo di rappresentate eletto, decidere per il boicottaggio. Per i partiti politici già esistenti la scelta del boicottaggio ha significato perdere tutti i rappresentanti in parlamento. Certo, è probabile che, nel modo in cui queste elezioni si sono svolte, sarebbe accaduto comunque. Ma nessuno credeva fino a qualche settimana fa che sarebbe andate così male. Tuttavia resta valida la sua tesi principale secondo cui il clima politico e le restrizioni sono più importanti delle elezioni.