Quei musulmani che dissentono
Daniele Castellani Perelli 19 September 2006

Ci sono cittadini musulmani che ritengono ci sia qualcosa di molto più pericoloso delle vignette danesi, per l’immagine dell’Islam nel mondo. E’ “l’immagine della gola di un ostaggio tagliata davanti a una telecamera”. Lo ha scritto il quotidiano giordano Shihane, il 2 febbraio scorso. Sfortunatamente, esprimere queste idee non è sempre una buona idea, in alcuni paesi islamici. E’ così successo che il giornale in questione sia stato ritirato dalle edicole, e che il suo direttore sia stato licenziato.

Lo spirito di quella provocazione, tuttavia, è ampiamente diffuso nella popolazione musulmana, come dimostra la coraggiosa denuncia operata da Tewfik Allal e dalla sua Association du Manifeste des Libertés, apparsa sulla stampa francese e tradotta in inglese dalla rivista americana Dissent nel suo ultimo numero. “Ci sono persone, nei paesi islamici, che la pensano allo stesso modo di quei giornalisti giordani – scrive Allal, riferendosi al quotidiano Shihane – ma a cui non è permesso esprimersi. E’ a loro che manca, più di ogni altro, la libertà d’espressione”.

Allal, scrittore e sindacalista francese, nato in Marocco da genitori algerini, è il presidente di Manifeste des Libertés, un’associazione con sede a Parigi e composta da musulmani e non-musulmani che si oppongono fortemente all’Islamismo. Sul suo sito, in francese, l’associazione denuncia tutto ciò che viene perpetrato nel mondo in nome dell’Islam, ed esprime la sua solidarietà a tutti i democratici e i laici del mondo musulmano. Non è la prima volta che Dissent pubblica una dichiarazione ufficiale di questa associazione, e la rivista co-diretta da Mitchell Cohen e Michael Walzer sottolinea che non è solita pubblicare testi di questo tipo. Nell’estate del 2004 Dissent ne ha pubblicato il “Manifesto musulmano francese”, i cui firmatari spiegavano: “Siamo di cultura musulmana. Ci opponiamo alla misoginia, all’omofobia, all’antisemitismo, all’uso politico dell’Islam. Propugniamo un secolarismo vitale”.

Ora Cohen e Walzer decidono di pubblicare questa seconda dichiarazione “per via del suo coraggio e della sua notevole intelligenza morale e politica”. “Per la libertà di espressione”, scritto da Allal, è apparso originariamente nel numero dell’8 febbraio del 2006 di Charlie Hebdo, un settimanale parigino, insieme alle offensive vignette. Possiamo discutere della qualità delle vignette danesi, argomenta Allal, ma non è possibile chiedere la morte dei vignettisti, “anzi di un’intera nazione nel nome di Dio”. “C’è una cosa che è ovvia e urgente: dobbiamo difendere quanti sono attaccati dagli estremisti in nome dell’Islam”, continua, e poi cita Magdi Allam, editorialista egiziano del quotidiano Il Corriere della Sera: “Aspetteremo fino a che non verrà ucciso un altro Theo van Gogh, forse a Copenhagen o a Oslo?”.

Allal afferma che le dimostrazioni e i disordini provocati dalle vignette danesi sono state orchestrate, sono “un richiamo all’ordine diretto a quanti di noi vengono da questa stessa civiltà, che siano cittadini d’Europa o – specialmente – di qualche altro posto”. Ci viene detto: voi non avete titoli per essere europei, per pensare ‘come europei’. Allal ricorda che l’Organizzazione della Conferenza Islamica e la Lega Araba hanno recentemente proposto che l’Onu adotti una risoluzione atta a proibire la critica delle religioni, in una chiara sfida a “un diritto da tempo riconosciuto in Europa, più urgente che mai: la libertà di pensiero con il suo legame inseparabile con la libertà di coscienza, così come i diritti all’ateismo e alla blasfemia”.

L’associazione di Manifeste des Libertés condanna il fondamentalismo e chiede “un comune futuro democratico insieme, con il pluralismo dei retroterra culturali”, e nota anche che “questa speranza è odiata da partiti di estrema destra europei e dagli islamismi radicali”. “Noi crediamo che tutte le contraddizioni del mondo musulmano, quelle passate e quelle presenti, dovrebbero essere affrontate apertamente – conclude Allal – Un giorno l’esperienza della libertà, come dice Salman Rushdie, ‘romperà la porta della prigione’”.