Ci sono cittadini musulmani che ritengono ci sia qualcosa di molto più pericoloso delle vignette danesi, per l’immagine dell’Islam nel mondo. E’ “l’immagine della gola di un ostaggio tagliata davanti a una telecamera”. Lo ha scritto il quotidiano giordano Shihane, il 2 febbraio scorso. Sfortunatamente, esprimere queste idee non è sempre una buona idea, in alcuni paesi islamici. E’ così successo che il giornale in questione sia stato ritirato dalle edicole, e che il suo direttore sia stato licenziato.
Lo spirito di quella provocazione, tuttavia, è ampiamente diffuso nella popolazione musulmana, come dimostra la coraggiosa denuncia operata da Tewfik Allal e dalla sua Association du Manifeste des Libertés, apparsa sulla stampa francese e tradotta in inglese dalla rivista americana Dissent nel suo ultimo numero. “Ci sono persone, nei paesi islamici, che la pensano allo stesso modo di quei giornalisti giordani – scrive Allal, riferendosi al quotidiano Shihane – ma a cui non è permesso esprimersi. E’ a loro che manca, più di ogni altro, la libertà d’espressione”.
Allal, scrittore e sindacalista francese, nato in Marocco da genitori algerini, è il presidente di Manifeste des Libertés, un’associazione con sede a Parigi e composta da musulmani e non-musulmani che si oppongono fortemente all’Islamismo. Sul suo sito, in francese, l’associazione denuncia tutto ciò che viene perpetrato nel mondo in nome dell’Islam, ed esprime la sua solidarietà a tutti i democratici e i laici del mondo musulmano. Non è la prima volta che Dissent pubblica una dichiarazione ufficiale di questa associazione, e la rivista co-diretta da Mitchell Cohen e Michael Walzer sottolinea che non è solita pubblicare testi di questo tipo. Nell’estate del 2004 Dissent ne ha pubblicato il “Manifesto musulmano francese”, i cui firmatari spiegavano: “Siamo di cultura musulmana. Ci opponiamo alla misoginia, all’omofobia, all’antisemitismo, all’uso politico dell’Islam. Propugniamo un secolarismo vitale”.
Ora Cohen e Walzer decidono di pubblicare questa seconda dichiarazione “per via del suo coraggio e della sua notevole intelligenza morale e politica”. “Per la libertà di espressione”, scritto da Allal, è apparso originariamente nel numero dell’8 febbraio del 2006 di Charlie Hebdo, un settimanale parigino, insieme alle offensive vignette. Possiamo discutere della qualità delle vignette danesi, argomenta Allal, ma non è possibile chiedere la morte dei vignettisti, “anzi di un’intera nazione nel nome di Dio”. “C’è una cosa che è ovvia e urgente: dobbiamo difendere quanti sono attaccati dagli estremisti in nome dell’Islam”, continua, e poi cita Magdi Allam, editorialista egiziano del quotidiano Il Corriere della Sera: “Aspetteremo fino a che non verrà ucciso un altro Theo van Gogh, forse a Copenhagen o a Oslo?”.
Allal afferma che le dimostrazioni e i disordini provocati dalle vignette danesi sono state orchestrate, sono “un richiamo all’ordine diretto a quanti di noi vengono da questa stessa civiltà, che siano cittadini d’Europa o – specialmente – di qualche altro posto”. Ci viene detto: voi non avete titoli per essere europei, per pensare ‘come europei’. Allal ricorda che l’Organizzazione della Conferenza Islamica e la Lega Araba hanno recentemente proposto che l’Onu adotti una risoluzione atta a proibire la critica delle religioni, in una chiara sfida a “un diritto da tempo riconosciuto in Europa, più urgente che mai: la libertà di pensiero con il suo legame inseparabile con la libertà di coscienza, così come i diritti all’ateismo e alla blasfemia”.
L’associazione di Manifeste des Libertés condanna il fondamentalismo e chiede “un comune futuro democratico insieme, con il pluralismo dei retroterra culturali”, e nota anche che “questa speranza è odiata da partiti di estrema destra europei e dagli islamismi radicali”. “Noi crediamo che tutte le contraddizioni del mondo musulmano, quelle passate e quelle presenti, dovrebbero essere affrontate apertamente – conclude Allal – Un giorno l’esperienza della libertà, come dice Salman Rushdie, ‘romperà la porta della prigione’”.