“Il paese piu’ anti-islamico del mondo”
Federico Rampini con Daniele Castellani Perelli 14 February 2007

Possiamo parlare, come fece Samuel Huntington nel 1993, di una “Sinic Civilization” che comprenderebbe Cina, Corea del Nord, Vietnam, Singapore, Taiwan e la diaspora cinese? E quali sarebbero le caratteristiche principali di questa civiltà?

Se vogliamo adottare queste categorie huntingtoniane, i paesi che lei ha citato hanno in comune un aspetto forte, fondamentale: la cultura confuciana. Ciò che è interessante è che oggi quell’eredità confuciana tende a essere teorizzata dagli stessi governanti di quei paesi, con la tendenza a far risalire al confucianesimo la natura stessa dei regimi. E’ un filone molto forte del pensiero delle classi dirigenti, sia di destra sia di sinistra (almeno nelle origini): è iniziato naturalmente con il padre fondatore di Singapore Lee Kuan Yew ed è stato poi fatto proprio dalla classe dirigente cinese, pur essendo questa di derivazione maoista. E’ l’idea che la democrazia liberale come la conosciamo noi in Occidente non è esportabile in quei paesi, proprio perché, in virtù della propria eredità confuciana, tendono a concepire se stessi, il proprio ordinamento, le proprie regole di funzionamento come quelle di una famiglia, di un sistema organico che si regge su dei rapporti di forte solidarietà di gruppo, di forte coesione sociale, e al tempo stesso su dei rapporti gerarchici, come una famiglia improntata sul rispetto dei genitori. Questo concetto è stato usato in modo molto esplicito da Lee Kuan Yew nel costruire il paternalismo autoritario di destra della città-stato di Singapore, ma è un discorso latente, e neanche troppo, anche nella nomenklatura comunista cinese di oggi.

Quindi i governi usano l’eredità confuciana per autolegittimarsi davanti a un popolo che non li ha scelti democraticamente…

Sì. E mentre a Singapore questo discorso è stato fatto in maniera molto esplicita, in Cina non esiste una linea ufficiale che dice queste cose, non uscirà mai un editoriale sul Quotidiano del popolo in cui si dica ai cinesi: “Noi non vi diamo la democrazia perché siamo confuciani”. E’ un discorso che circola molto nella classe dirigente e che è molto usato per rispondere ai giornalisti occidentali. Ogniqualvolta noi abbiamo l’occasione di porre la questione, nei nostri contatti con la classe dirigente cinese (dall’apparato del partito e del governo ai nuovi capitalisti), i nostri tentativi di instillare germi di discorso democratico vengono respinti con questa argomentazione. E’ un’ideologia molto presente all’interno della classe dirigente, ma non viene ufficializzata perché il discorso ufficiale si rifà ancora a Mao Tse-Tung. C’è un recupero di Confucio solo in altre forme, come lo studio e la diffusione del pensiero confuciano.

Questo senso della comunità non è però in contraddizione con l’individualismo che si è fatto largo negli ultimi decenni?

E’ evidente. Ma in parte il recupero del confucianesimo è anche un tentativo di arginare questo individualismo. La società cinese di oggi, anche per reazione alle tragedie e alle sofferenze del maoismo, è in preda ormai da alcuni decenni a una sorta di gigantesco riflusso nel privato. Nei 30 anni del maoismo, e in particolare nel decennio della rivoluzione culturale, la Cina è stata la nazione che al mondo ha vissuto la più forte invasione della politica nella vita degli individui. Il livello della politicizzazione è stato estremo. Una volta morto Mao, anche se non c’è mai stata una demaoizzazione, è affiorata l’ipocrisia del discorso maoista. La gente si è resa conto che dietro quell’utopia egalitaria si erano comunque create delle ingiustizie atroci. Anche ai tempi di Mao la nomenklatura godeva di privilegi assolutamente vistosi e illegittimi e scandalosi. Finito il maoismo duro e puro c’è stata una specie di allergia, di auto-immunizzazione nei confronti di qualunque discorso sull’interesse collettivo, un gigantesco riflusso nel privato. Oggi in Cina si sente un fortissimo individualismo. Gli interessi che prevalgono sono quelli dell’individuo, della famiglia e del clan. Naturalmente questo pone dei problemi, perché un individualismo sfrenato contiene in sé anche germi di instabilità sociale, di conflittualità. E’ indubbio che il recupero del confucianesimo è anche un tentativo di trovare un’ideologia che colmi il grande vuoto prodotto dalla fine del maoismo.

Huntington vedeva il mondo islamico come potenziale alleato della Cina…

Di tutte le profezie sbagliate da Huntington questa è la più sbagliata. Non sta né in cielo né in terra. Vivendo qui posso assicurare che se c’è un paese anti-islamico questo è la Cina. All’interno del paese esistono delle minoranze musulmane, la più importante delle quali è rappresentata dagli Uiguri, così chiamati da noi occidentali e dai cinesi, ma che in realtà si autodefiniscono turkmeni, turcomanni. E’ la popolazione dello Xinjiang, che può contare su sette milioni di persone. Poi ci sono altre minoranze etniche islamiche, come gli Hui. Ogni volta che al loro interno qualcuno si azzarda ad avere qualche simpatia per il fondamentalismo islamico viene represso ferocemente. Nelle moschee dello Xinjiang, che ho visitato, le telecamere della polizia, 24 ore su 24, riprendono i fedeli durante le preghiere.

Anche perché temono che il fondamentalismo islamico possa alimentare il movimento secessionista…

Esattamente. Nello Xinjiang c’è un movimento secessionista che rivendica di essere parte del Turkmenistan orientale. Ma vengono repressi con una brutalità senza pari in nessun altro paese del mondo. La Cina non ha nessuna intenzione di lasciarsi contagiare dal fondamentalismo islamico, lo combatte con una determinazione assoluta. Se c’è un paese che non ammette la religione come elemento di organizzazione di movimenti della società civile che sfuggono al controllo del governo, questo paese è la Cina. E’ la ragione per cui non riesce a riallacciare i contatti con il Vaticano, perché non vuole che nomini i vescovi cattolici. Continua a non ammettere il rientro del Dalai Lama, fingendo che il Dalai Lama sia un secessionista (cosa che non è). La verità è che non possono ammettere l’esistenza di autorità religiose in qualche modo in concorrenza o in alternativa all’autorità unica del partito e dello Stato.

Però alle Nazioni Unite Pechino difende sempre i paesi islamici, Iran in primis…

Altro discorso è infatti che ci siano delle convergenze di interessi con dei paesi islamici, ma qui rientriamo nella sfera degli interessi geopolitici, geostrategici e geoeconomici. Per la sua fame di petrolio la Cina in questo momento è uno dei quei paesi che sostengono l’Iran, uno di quei paesi che più sostengono il Sudan. Ma non per simpatia con l’Islam. Semplicemente perché va a infilarsi in tutte quelle situazioni in cui può sostituirsi all’Occidente, sottrarre alla sfera d’influenza americana paesi che sono ricchi di materie prime, di energia.

E’ una minaccia realistica la possibilità che il modello cinese (benessere senza democrazia) abbia negli anni più successo della democrazia occidentale?

Sì, è una minaccia realistica. Che di fatto si è tradotta in alcuni successi. Un paese come il Vietnam sta copiando con successo, con qualche anno di ritardo, la ricetta cinese: economia di mercato, regime comunista, censura del dissenso. Altri paesi in Asia possono subire tentazioni analoghe. Se un giorno mai la Corea del Nord dovesse riformarsi, probabilmente lo farà secondo il modello della Cina. Ma ben al di là dell’Asia, è tutto il sud del pianeta che sente fortissimamente questo fascino. Quando ci si interroga sul perché la Cina riesca a infilarsi così facilmente in America latina, in Africa, soppiantando l’influenza americana ed europea in una serie di paesi che vanno dal Venezuela al Sudan all’Angola, la ragione non è solamente la ricchezza cinese. E’ la ricchezza più il fatto che la Cina non pone mai questioni di diritti umani, presentando la cosa anche nella maniera più nobile, come a dire: noi non esercitiamo interferenze negli affari interni dei paesi, noi andiamo a cooperare e a sviluppare i rapporti economici. Non c’è dubbio che questo crea un fascino del modello cinese in tutta una serie di paesi che non sono acquisiti alla democrazia o dove le democrazie sono fragilissime. E questo misto di autoritarismo e dinamismo economico può piacere fin troppo, soprattutto nell’emisfero sud, in paesi in cui c’è ormai un comune sentire con la Cina.

Lo studioso di Oxford Timothy Garton Ash dice che un tipico dibattito europeo, nei suoi primi 30 minuti, si occupa sempre di America. Per capire il nostro futuro dovremmo leggere più giornali cinesi che americani?

Basterebbe anche leggere bene i giornali americani, visto che la quantità di informazione che un buon giornale americano ha sulla Cina e l’India sono dal triplo al decuplo di quella che si trova sulla stampa europea, con l’unica eccezione della stampa inglese. Capisco però lo spirito della domanda. Senza dubbio dovremmo riequilibrare la nostra attenzione, capire che i rapporti di forza stanno cambiando, che “Cindia” è ormai una realtà di una potenza tale che sta spostando verso di sé il centro del mondo e la fabbrica del futuro. Solo che gli americani l’hanno capito molto prima di noi, e l’attenzione che gli Stati Uniti prestano a quei paesi è molto superiore a quella che prestano all’Europa. Che si tratti di giornali, imprese o università, le risorse economiche e intellettuali impiegate dagli americani a capire la Cina e l’India sono assolutamente predominanti.

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