Quel bipolarismo dell’odio da combattere con la cultura
Andrea Riccardi 19 October 2009

Questo articolo è tratto dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2009. Andrea Riccardi è membro del Comitato Scientifico di Resetdoc 

Ci sono tanti problemi nell’Italia di oggi. Ma c’ è una questione di fondo, se si vogliono affrontare davvero i problemi: il clima del dibattito pubblico. L’ Italia è avvezza, nella sua storia, a discussioni drammatiche. Nel secondo dopoguerra il Paese era al bivio tra due visioni del mondo nella geopolitica della guerra fredda. Oggi siamo ben lontani dalla vertigine di quelle scelte epocali. Eppure il nostro clima politico è tanto invelenito. Giustamente Giuseppe De Rita, ieri, ha parlato di «vicolo cieco dell’ antagonismo». Sia ben chiaro, non è paura di forti discussioni. Scriveva in proposito Luigi Einaudi: «L’ idea nasce dal contrasto». Ma si tratta di tornare alle idee, oltre i fuochi d’ artificio che illuminano il teatro nazionale. Dopo i fuochi, torna il buio. Berlusconi è al governo, forte di una consistente maggioranza. Gli italiani, in parte rilevante, hanno votato la sua maggioranza. Come fare opposizione? Ma anche come la maggioranza deve dibattere con l’ opposizione? Qui c’ è il problema dei soggetti politici: una destra che non fa congressi in cui parlare di politica e una sinistra in permanente campagna per la scelta del leader.

La pratica mediatica rischia di trasformare il politico in un attore che recita una parte. Si producono effetti alla breve, ma alla lunga si ha l’ effetto di teatralizzare la politica. Il bipolarismo voleva finirla con le maggioranze instabili, per poter finalmente governare sotto il controllo dell’ opposizione. La nostra realtà è lontana da questo. Per la destra la colpa è dell’ opposizione, che invelenisce il clima. Per la sinistra, il vero problema è l’ anomalia rappresentata dal premier. Non vorrei sembrare irenico, ma c’ è qualcosa di più grave, quasi un tragico destino: un bipolarismo dell’ odio da cui non si riesce ad uscire e non è facile sottrarsi. Che si infiltra e diviene una postura di fondo di tanti aspetti della vita italiana. L’ antagonismo della scena pubblica si ritrova nella vita sociale. Il nostro è un Paese arrabbiato e agitato. Con la crisi delle grandi reti politiche e sociali, la decomposizione indotta dal nuovo tecnocapitalismo, gli individui vivono isolati o tutt’ al più in famiglia. Così si è amplificata la dimensione emotiva dei singoli, soli di fronte alla televisione, che reagiscono a personaggi-simbolo e eventi.

Ma, dopo l’ emozione, si torna nella depressione dell’ irrilevanza, magari chiedendo ai media di ravvivare le proprie emozioni. Intanto il Paese è provato dalla crisi economica. Sta andando verso un federalismo che innova in profondità gli orizzonti in cui gli italiani hanno vissuto finora. Il Sud si ritrova incerto. Soprattutto l’ Italia non sa più chi è nel grande mondo, dopo il privilegio di ospitare probabilmente l’ ultimo G8, che la collocava ancora nel salotto buono. Oggi è un Paese che si scopre più piccolo e più bisognoso di una proiezione verso il futuro. La situazione è pericolosa come negli anni ‘ 70? Manca il veleno ideologico che dia corpo al disagio dei singoli. Lo ha trovato nel fondamentalismo, Mohammed Game, solitario e folle kamikaze. Non è, per fortuna, la storia dei tanti italiani che pure nutrono parecchia rabbia. Il bipolarismo dell’ odio si connette alla pratica quotidiana dell’ antagonismo, che sfilaccia i fragili legami della vita sociale. L’ odio sociale circola al di là dell’ obbiettivo per cui è sorto, seguendo percorsi imprevedibili. Si è indirizzato verso gli immigrati, di cui pure abbiamo bisogno. Va in tante direzioni. C’ è troppa aggressività nella nostra società, come si vede anche dai delitti commessi in famiglia. Ha bisogno di pace.

Questo significa non tanto un auspicio, ma l’ avvio di una vera ricerca delle vie possibili per il «bene comune». Vuol dire guardare alto e ritessere il colloquio politico. Ma non basta. Il parlar male dei politici è divenuto uno sport di massa, praticato anche da loro stessi (che lo fanno come se si trattasse di altri). La fragilità della politica rinvia a quella della cultura, umiliata certo, ma talvolta anche impari o chiusa nei suoi preziosi laboratori. In questo senso, appare significativa la tendenza di alcuni settori della vita nazionale a investire di più sulla riflessione prospettica. Del resto il presidente Napolitano ha dato l’ esempio, nella sua responsabilità, di una politica alleata della cultura. Per rivenire a Einaudi, questi scriveva: «L’ idea nuova non si difende e non si fa trionfare nei Parlamenti. Essa nasce nei libri, nelle riviste, si propaga nei giornali, dà origine ad associazioni…». Credo che ci sia la responsabilità del pensiero in un Paese in cui tanti non trovano con chi discutere e restano prigionieri delle loro emozioni. Ragionare, discutere, coinvolgere in dibattiti appare forse la strada maestra per dare speranza agli italiani e farli appassionare al loro futuro e al loro Paese.