Giochi di potere sulla pelle del popolo
Khalid Chaouki 22 December 2008

Il 9 gennaio scade il mandato del presidente palestinese Abu Mazen. E in vista delle elezioni presidenziali, Abu Mazen intende convocare nuove elezioni politiche anticipate sia in Cisgiordania che nella striscia di Gaza. Obiettivo: tentare di recuperare un po’ di credibilità e legittimazione soprattutto dalla nuova amministrazione americana e dal futuro governo israeliano tramite il tentativo di ripristinare il controllo su Gaza, roccaforte di Hamas. La divisione di fatto e la mancanza di dialogo tra Fatah (a Ramallah) e Hamas (a Gaza) rischiano ora di portate a ben peggiori conseguenze, soprattutto dopo che l’Egitto, vista l’assenza di Hamas al tavolo, ha deciso di annullare gli incontri di mediazione del Cairo e di sostenere ormai apertamente la linea di Abu Mazen. A questa svolta nella strategia egiziana, che si è tradotta anche in termini più chiari con l’arresto, lo scorso 15 dicembre, di Jamal Abdussalam, membro dei Fratelli Musulmani e accusato di raccogliere fondi per Hamas e di reclutare giovani egiziani destinati a combattere al fianco di Hamas a Gaza.

Ma lo scorso 26 novembre, durante la riunione dei ministri degli esteri della Lega araba, la questione palestinese ha rischiato di bloccare i lavori della sessione. Motivo del diverbio tra la Siria e l’Egitto: l’ospitalità da parte siriana di una conferenza internazionale sul diritto di ritorno dei profughi. Una questione ormai archiviata da parte di Abu Mazen nelle trattative con Israele, nella speranza di ottenere così da Israele un accordo di pace e soprattutto il ripristino del controllo su Gaza. La Siria non ci sta ad essere accusata di fare il gioco di Hamas, e rilancia, opponendosi all’intrusione negli affari interni dei Territori palestinesi da parte dell’Egitto, che ha promosso infatti una mozione per riconoscere Abu Mazen l’unico rappresentante legittimo, e il suo movimento Fatah il solo vero partito che rappresenta i palestinesi.

Questo quadro generale delle relazioni tra Fatah, Hamas e i Paesi arabi dell’area, viaggia in parallelo con la strategia della non decisione e dell’immobilismo totale. In attesa, secondo alcuni analisti arabi, di vedere le nuove iniziative del nuovo presidente americano Barack Hussein Obama. Non si stupisce per l’immobilismo arabo l’analista Dawud al Sharayyan, che ha scritto sul quotidiano “al Hayat”: “La Lega ha mantenuto una posizione neutrale persino sulla crisi algerina, su quella mauritana e insiste invece a occuparsi degli sviluppi in Iraq”. Insomma, la leadership araba sembrerebbe incapace di pensare ai propri interessi regionali, e sembrerebbe troppo subordinata alle volontà di Washinghton. Questa evidente mancanza di chiarezza degli obiettivi dell’insieme della Lega araba e la marcia ognuno verso il proprio interesse ha prodotto fino ad oggi decine di incontri e riunioni di vertice, senza però nessun passo in avanti. D’altra parte Hamas punta a rafforzarsi politicamente, riunendo attorno a sé le masse affamate di Gaza e tentando in qualsiasi modo di rovinare la festa al presidente palestinese, accusato di complottare con Israele per una futura invasione militare di Gaza.

Ovviamente Hamas tralascia di dire alla vera vittima della condizione politica attuale, il popolo palestinese di Gaza, quali siano i suoi programmi per il futuro, dato che hanno avuto l’opportunità di governare e hanno di fatto fallito soprattutto nel creare nuove convergenze con i militanti delle altre frange politiche palestinesi. Fatah e Hamas hanno dimostrato una immaturità sostanziale nel tentare di creare una piattaforma nazionale palestinese in grado di dialogare nel rispetto delle diversità. Così il dramma palestinese riflette in modo esemplare la divisione odierna tra i “Paesi fratelli” della Lega araba, che per il leader libico Gheddafi rimane unita “solo perché si riunisce all’interno della stessa sala”.

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