Così Bashir, sfruttando l’Islam, ha rovinato il Paese
Marc Lavergne intervistato da Marco Cesario 16 March 2010

Finalmente elezioni in Sudan, le prime elezioni multipartitiche dal lontano 1986…

Si, in effetti. Ma in condizioni completamente diverse. Nel 1986 le elezioni si sono svolte dopo manifestazioni popolari che provocarono la caduta del regime. Oggi le elezioni sono organizzate da una giunta militare arrivata al potere con un colpo di stato. Sono elezioni multipartitiche soltanto in apparenza, il potere è esercitato dal Congresso Nazionale che è un’emanazione del Fronte Nazionale Islamico che realizzò il putsch militare nell’89. Non esiste alcuna organizzazione democratica dietro queste elezioni.

Al Bashir figura come candidato alla sua propria successione. Potrà contare sull’apparato statale e non sembra che la sua vittoria sia in discussione…

Al Bashir è giunto al potere attraverso un’organizzazione rivoluzionaria clandestina. La sua giunta ha commesso tanti e tali crimini da alienarsi anche le simpatie del proprio popolo. Il potere che esercita è assoluto ed è solo in apparenza condiviso con altri movimenti politici. Il colpo di stato del 1989 rappresenta l’implicito riconoscimento del fatto che questo gruppo non sarebbe potuto mai giungere al potere attraverso strumenti democratici. Il popolo sudanese poteva contare su partiti che lo rappresentavano realmente. C’erano partiti laici e musulmani nei quali i cittadini si riconoscevano e non c’era spazio per formazioni integraliste come quella che è poi giunta al potere.

Nel passato ha dichiarato che nel Darfur non si assiste ad un conflitto etnico o religioso ma politico. Perché allora secondo lei il governo del Sudan, continua a massacrare le popolazioni non musulmane e di etnia non araba del Darfur?

Ho rilasciato quest’intervista nel 2004, in un momento in cui la crisi del Darfur sembrava dovesse riassorbirsi. Il regime di Karthum è un regime d’affaristi. Se c’è una dimensione etnica nel conflitto, essa è puramente utilitarista. Il regime propone un’ideologia fanatica che non si oppone ad una laicità di tipo occidentale, ma alle vecchie confraternite religiose sudanesi. Il regime si serve della storia come uno strumento di pressione, l’Islam che propone è ‘fast food’. In mancanza di una reale adesione del popolo, la sharia è utilizzata per opprimere il popolo. C’è un rifiuto della dimensione ‘africana’ del Sudan ed è in questo senso che i popoli del Darfur vengono considerati come cittadini di rango inferiore. Ma è una copertura ideologica che nasconde lo sfruttamento delle ricchezze delle province e l’eliminazione sistematica delle popolazioni che vi si oppongono.

Il 23 febbraio scorso, a Doha, il governo del Sudan ha firmato un accordo con i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (JEM). Qual è la sua opinione su quest’accordo?

Il governo sudanese è intelligente e manipolatore in quanto s’appoggia su un piccolo movimento ribelle, il JEM, la cui etnia principale, Zagawa, rappresenta soltanto il 2% della popolazione del Darfur. Il JEM, che funge anche da milizia privata del presidente del Ciad, lotta contro i ribelli (sostenuti dal Sudan) che vogliono far cadere il governo del Ciad. Questo accordo è tra i governi del Sudan e del Ciad e non ha alcun valore per gli oltre 2,5 milioni di rifugiati che si trovano nei campi (che non sono d’etnia Zagawa). Gente che vorrebbe tornare nelle proprie terre e che chiede il disarmo dei Janjaweed. E’ un accordo ideale per il regime in quanto non evoca la possibilità di un ritorno dei profughi né il disarmo dei Janjaweed.

Un anno fa la Corte penale internazionale (CPI) emetteva un mandato d’arresto internazionale contro Al Bashir per crimini contro l’umanità. All’epoca, il Movimento per la Liberazione del Sudan (MLS), denunciava l’espulsione di massa delle ONG. Com’è la situazione oggi?

Invariata. Ma le ONG sono state espulse dal Darfur, non dal Sudan. Le ONG portano molti soldi al Sudan, soprattutto ai baroni del regime che forniscono loro aerei, macchine, case, uffici. Una contraddizione da gestire tra gli interessi superiori del regime e quelli particolari dei suoi membri. Al Bashir continua a spostarsi liberamente. Ma lui non è il solo responsabile di questa situazione. La responsabilità incombe anche sulla Comunità internazionale che dal 2003 non ha fatto nulla per impedire i massacri. Le potenze mondiali sapevano benissimo cosa stava accadendo nel Darfur. All’epoca il governo americano e l’UE avevano puntato sui negoziati di pace tra governo e ribelli del Sud. Una volta che l’accordo era stato firmato dalle controparti, ci si aspettava che la pace nel Darfur arrivasse automaticamente. Ma è stato un errore che ha provocato trecentomila morti e oltre due milioni e mezzo di profughi. Prima che a Khartum, la responsabilità è a Washington, Londra e Parigi.

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