Diritti umani e civili, una scommessa per i palestinesi
Intervista con Gideon Levy 28 November 2012

Considerando la situazione attuale nei territori occupati palestinesi, pensa che la formula dei due Stati rappresenti ancora una valida soluzione al conflitto? Sono in molti ormai a sostenere che questa formula ha fallito, lei cosa ne pensa?

Sono stato un sostenitore della formula dei due Stati per diverso tempo, a patto però che questa sia basata su un ritorno ai confini del 1967. Non avrei accettato niente di diverso, questo per me rappresenta il minimo possibile dal punto di vista politico, morale e geografico. O almeno, questo dovrebbe essere il minimo. Ciò significa che tutti gli insediamenti dei coloni israeliani in Cisgiordania devono essere evacuati. Negli ultimi anni però quest’operazione sta diventando sempre più difficile da attuare e, cosa molto grave, ora anche i sostenitori dei due Stati iniziano a parlare di mezze misure, di evacuare solo la maggior parte degli insediamenti, senza toccare i cosiddetti ‘settlement blocks’, il che lascerebbe ai palestinesi uno Stato minuscolo tappezzato d’insediamenti, una realtà che non è assolutamente plausibile.

È possibile che alla fine si raggiunga un accordo e che anche l’Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca ad accettare uno Stato parziale, ma la vera domanda da porsi è; sarà uno Stato sostenibile? Sarà uno Stato giusto? Una soluzione equa? Qualsiasi soluzione che non sia giusta ed equa è destinata a fallire, e poi ci ritroveremmo di nuovo allo stesso punto, in mezzo alla rabbia, l’amarezza, l’odio e la violenza. Ricordiamoci che oggi abbiamo a che fare con centinaia di migliaia di coloni, circa 500,000 se consideriamo anche Gerusalemme Est, e che evacuarli tutti è diventato quasi infattibile. Per questo motivo, la soluzione dei due Stati si sta affievolendo. Non uso un verbo più negativo perché non si sa mai quello che può succedere, chissà che per una serie di circostanze Israele non decida un giorno di evacuare tutti i territori occupati. Ma se questa svolta non dovesse accadere, allora la soluzione dei due Stati è spacciata, il che ci lascia solo l’opzione di un unico Stato.

Adesso però la domanda da farsi è un’altra. Israeliani, palestinesi e il resto del mondo devono chiedersi che tipo di Stato si vuole creare. Oggi ci sono solo due opzioni; uno Stato di apartheid o uno Stato democratico, non esistono terze vie. Ovviamente, tra le due io preferisco la seconda. Non so se sia possibile, ma so che non ci sono alternative a disposizione e che la battaglia adesso dovrebbe consistere nel difendere i diritti umani e civili dei palestinesi all’interno di un unico Stato. Ancora una volta però devo manifestare il mio pessimismo, non ho alcuna illusione a riguardo; si tratta di una missione ardua da portare a termine, forse del tutto inattuabile. È difficile immaginare che ci sarà vera eguaglianza tra due comunità che nutrono talmente tanto odio e paure, che sono separate da fratture enormi e circondate da cappe di nazionalismo e razzismo. Pure in assenza di alternative all’orizzonte non so come potrà funzionare questo stato. Forse lo Stato unico non sarà la soluzione più giusta, ma è l’unica che abbiamo. Se la formula dei due Stati muore, e lentamente lo sta facendo, allora il discorso deve ripartire da uno Stato bi-nazionale per israeliani e palestinesi, non ci sono altre scelte.

Prima di continuare è inoltre necessaria una premessa; stiamo già vivendo in uno Stato unico, lo facciamo da quarantacinque anni. Certo è uno Stato con due regimi, due popoli, due sistemi di valori e di leggi, ma è comunque uno Stato unico. Ci siamo arrivati da tempo, e ovviamente è ben al di là dall’essere uno stato equo, ma ciò non toglie che sia uno Stato unico. Nessuno può più parlare di occupazione temporanea dato che sono passati quasi cinquant’anni dall’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967. È evidente che non è temporanea. Il problema consiste nella natura di questo Stato. In Cisgiordania, e in altre maniere anche a Gaza, questo è uno Stato militare, brutale, basato sull’occupazione del terreno, mente all’interno dei confini del 1967, in Israele, vige una democrazia liberale ma alla fine questo è senz’altro uno Stato unico.

Quali sono secondo lei i principali ostacoli che impediscono di attuare questa formula dello  Stato unici in Israele-Palestina? Che cosa sarebbe necessario per migliorare le prospettive di successo di questa idea?

Al fine di creare uno Stato unico, è necessario infrangere tanti di quei tabù in Israele che ora come ora questo appare come un progetto totalmente utopico. Innanzitutto bisogna considerare il sogno israeliano di uno stato ebraico. La maggioranza ebraica sarebbe spazzata via dalla creazione di un unico stato bi-nazionale. In secondo luogo, ma non per questo meno importante, gli israeliani dovrebbero abbandonare le loro convinzioni di base e accettare i palestinesi come esseri umani, il che è ben diverso da ciò che accade oggi.

Finché non accade tutto questo, lo Stato unico resterà solo un’idea, soprattutto se gli israeliani non riusciranno ad accettare i palestinesi come cittadini di pari dignità e con gli stessi diritti in queste terre; se non avviene questo passaggio, lo Stato unico non sarà altro che un luogo con più violenza e una fondamentale assenza di giustizia. Non so se sia davvero possibile cambiare il sistema di credenze, percezioni e valori di una società, se sia possibile in altre parole modificare la ragion d’essere di Israele, so solo che questo sarebbe un passo indispensabile.

Come si fa a innescare un processo di simile cambiamento all’interno della società israeliana? Crede che sia responsabilità della classe politica, della leadership nel paese? Per esempio, non crede che tornare alla nascita di Israele nel 1948 invece di focalizzarsi sugli eventi del 1967 potrebbe aiutare gli israeliani a rendersi conto di ciò che è successo ai palestinesi e a mettersi nella loro prospettiva?

Sì, questo dovrebbe essere il primo passo ma non vedo nessuno che si assume questa responsabilità. E qui arriviamo a un altro nodo cruciale; non credo ci sia possibilità di cambiamento dall’interno della società israeliana. Si vive troppo bene in Israele, la maggior parte delle persone non è interessata all’occupazione, non ne sa abbastanza e non vuole preoccuparsi dei palestinesi. Finché si vive in questa maniera, non mi aspetto nessun cambiamento nell’orientamento della società. È necessaria una svolta dall’esterno dettata dalla pressione internazionale perché non c’è altra soluzione. Il cambiamento non sarà mai il risultato di una presa di posizione spontanea da parte dei cittadini o di una leadership che affronti veramente il problema, perché per ora non c’è un vero interesse a farlo.

Infatti, se consideriamo le ultime elezioni del 2009 notiamo che la società israeliana si sta spostando sempre più a destra. Oggi sappiamo che le prossime elezioni si terranno nel gennaio 2013. Si aspetta qualcosa di nuovo?

Non c’è dubbio che gli israeliani si stanno spostando verso destra. Per quanto riguarda le prossime elezioni, di sicuro non mi aspetto alcun cambiamento significativo. Sono convinto che il Primo Ministro Benjamin Netanyahu resterà in carica. Ma la vera domanda da porsi va molto più in profondità; esiste oggi un’alternativa a questo governo, una vera opposizione? La risposta è no. Anche se la prossima coalizione governativa avrà un’apparenza più centrista, cosa cambierà nei fatti? Abbiamo avuto un partito di centro al potere, Kadima, e non c’è stato alcun tipo di progresso se non due guerre, entrambe non necessarie. A mio avviso, anche se il prossimo governo avrà un’apparenza leggermente più moderata ciò non sarà sufficiente a imprimere un vero cambiamento.

Quale potrebbe essere la reazione degli israeliani dinanzi a una svolta nella strategia palestinese, più orientata verso la parità di diritti in un unico Stato? Lei teme un nuovo scoppio di violenza? Potrebbe questo cambio di strategia spingere gli israeliani a riconsiderare le loro posizioni?

Non credo che i palestinesi possano fare molto, sono semplicemente troppo deboli. Hanno abbandonato quasi del tutto la strategia del terrorismo e questo non li ha portati da nessuna parte; hanno provato con la seconda Intifada – che di sicuro è stata molto cruenta e brutale – ma neanche questa ha prodotto dei risultati tangibili. Non c’è molto altro che possono fare per mettere fine all’occupazione. Ovviamente hanno commesso alcuni errori, ma fondamentalmente le hanno provate tutte e nessuna delle loro strategie ha cambiato la situazione. D’altra parte, nella società israeliana non vedo la possibilità di un cambiamento di posizione e quindi rivivremo per un po’ di anni le stesse situazioni. Un periodo di relativa pace come adesso, poi una serie di rivolte che diventeranno sempre più violente finché non accadrà qualcosa nel mondo o nella regione che altererà questa sequenza di eventi, qualcosa che al momento non riesco a prefigurare o immaginare. Il cambiamento, però, dovrà provenire principalmente dall’esterno.

Sono in molti a sostenere che gli Stati Uniti siano l’unico attore esterno capace di risolvere il conflitto. È questo intende quando sostiene che il cambiamento deve provenire dall’esterno, dagli Stati Uniti? Crede che gli Stati Uniti possano ancora avere questo ruolo di mediatore esterno?

Credo che ci sia del potenziale affinché questo accada. Israele non è mai stato dipendente dagli Stati Uniti come lo è oggi, e questo si vede in ogni campo; quello politico, economico e militare. Se ci fosse un presidente americano veramente devoto alla causa si potrebbero ottenere risultati immensi dato che Israele non ha quasi alcun potere contrattuale nel negare qualcosa a un’amministrazione americana veramente devota a risolvere la questione, e oggi questo non è il caso. Non so se gli Stati Uniti spingerebbero in direzione dei due Stati o dello Stato unico, ma al momento non li vedo spingere in alcuna delle due direzioni. Se neanche un Presidente come Obama, che capisce perfettamente qual è il problema, ha ottenuto risultati negli ultimi quattro anni, cosa posso aspettarmi dagli americani? Che sia colpa della lobby ebraica, di quella cristiana, di tutte e due o di qualcos’altro ancora non saprei dire, ma il risultato è evidente. Israele fa quello che gli pare con il sostegno degli Stati Uniti che giunge in modo quasi automatico e acritico, su tutto.

Cosa mi dice dell’Europa, c’è qualche speranza proveniente da quella parte? Sul piano internazionale, pare che siano ancora tutti persuasi dall’ipotesi dei due Stati e che le negoziazioni dirette siano l’unico modo di arrivarci. Oltretutto, l’Europa è il primo finanziatore dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Come interpreta quest’assistenza europea? Secondo alcuni questi aiuti non fanno altro che congelare la situazione impedendo ai palestinesi di adottare nuove strategie.

Ritengo al contrario che nel finanziare l’Anp l’Europa stia impedendo una catastrofe, e non credo che le alternative agli aiuti europei sarebbero poi molto meglio. Tutt’altro. Ma la domanda sul ruolo dell’Europa deve essere più ampia perché è mia convinzione che l’Ue avrebbe potuto fare molto di più. C’è poi da considerare il crescente divario tra le posizioni dei governanti europei e l’opinione pubblica. Mentre i cittadini europei diventano sempre più critici e ostili nei confronti di Israele, i governi mantengono la stessa posizione in difesa di Israele, in difesa dell’occupazione. Perché l’Europa non fa uno sforzo in più? Questa è la mia domanda agli europei. Non riesco a capire perché l’Europa non fa nulla per spingere Israele a ritirarsi dai territori. L’Europa può, e deve, avere un ruolo molto più decisivo.

Tornando agli israeliani e ai palestinesi, secondo lei quanto sostegno c’è a favore di un unico Stato nelle due comunità?

C’è una differenza sostanziale nella natura dei sentimenti degli israeliani e dei palestinesi. A mio avviso la maggior parte degli israeliani vuole la separazione, e si tratta di una maggioranza schiacciante. Credo invece che la maggior parte dei palestinesi sogni di poter vivere insieme. C’è un divario molto profondo tra le due comunità, tra le due società e le due popolazioni e lo Stato unico conta molti più sostenitori tra i palestinesi. Ma, come detto in precedenza, essi sono troppo deboli per cambiare la situazione.

Cosa mi dice di Gaza e Hamas? In che modo rientrano nell’equazione?

Premesso che sono pochi gli israeliani che parlano seriamente di uno Stato unico, alcuni di loro credono in uno Stato unico che si estenda dal Giordano al Mediterraneo senza includere Gaza. Perché se si include Gaza, allora la maggioranza ebraica sparirà. Si tratta tuttavia di una soluzione con molti limiti perché non sarà possibile dividere i palestinesi tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Israele ci è riuscita ma più passa il tempo, e più le conseguenze di questa frammentazione, di questa divisione, creerà problemi. Che cosa accadrà a Gaza? Diventerà una colonia egiziana? Uno stato indipendente? La Striscia di Gaza non può essere messa da parte, deve essere presa in considerazione e inclusa in qualsiasi soluzione al conflitto.

In generale, come interpreta il dibattito sullo Stato unico? Tanto rumore per nulla? Un sogno ben distante dall’avverarsi?

Al momento non credo che ci siano molte possibilità che uno Stato unico si manifesti. Ma già il fatto che questa idea oggi sia entrata a far parte dell’agenda potrebbe, anzi dovrebbe, servire da campanello di allarme per Israele. Dovrebbe convincere gli israeliani a sostenere la formula dei due Stati una volta e per tutte oppure decidere per uno Stato unico. Di fatto però questo non accade, ma se ci fosse un governo di buon senso e una società razionale, questo dovrebbe servire da richiamo per decidere seriamente se si preferiscono due Stati o un unico Stato, perché non ci sono altre opzioni. Bisogna decidersi. Cinque anni fa parlare di Stato unico era impensabile, anche illegittimo. Adesso questa idea diventa sempre più presente. Ma c’è anche da dire che molte persone ne parlano, ci si aggrappano, più per disperazione e mancanza di controllo che altro. Pensare che oggi uno Stato unico sia dietro l’angolo mi sembra comunque totalmente irrealistico.

Quindi siamo di nuovo alla soluzione dei due Stati?

Quel che intendo dire è che non vedo niente o nessuno fare uno sforzo vero verso nessuna delle due opzioni, e più passa il tempo, più ce ne restiamo con le mani in mano, più viviamo con l’impressione che le cose si sistemeranno da sole, più doloroso sarà il risveglio da questo sogno. Viviamo oggi in una bolla molto pericolosa, è solo una questione di tempo prima che questa ci esploda in faccia. Quando accadrà, saranno dolori per tutti.

Cosa mi dice della cosiddetta Primavera Araba? Crede che i cambiamenti in corso nella regione possano incrementare le pressioni su Israele?

Innanzitutto le rivolte della Primavera Araba non sono ancora finite, è difficile indicarne l’esito poiché stiamo parlando di stati abbastanza diversi tra loro. Ma più in generale le rivolte arabe mandano due messaggi ai palestinesi; da un lato danno prova che è possibile prendere in mano il proprio destino e imprimere un cambiamento. Se ha funzionato per quei regimi perché non dovrebbe contro la tirannia dell’occupazione israeliana? Dall’altro lato, tuttavia, fa capire che l’obiettivo dei palestinesi è molto più difficile da raggiungere perché lo Stato israeliano è molto più solido e forte di quelli arabi che sono crollati durante le proteste. Per di più, gli eventi in corso nella regione significano che nel futuro prossimo, gli arabi saranno più impegnati a risolvere i loro problemi interni che a sostenere la causa palestinese, che passerà quindi in secondo piano. Detto questo, non dovremmo però dimenticare che la questione palestinese è tuttora molto importante per la popolazioni arabe, la sentono molto di più rispetto ai loro leader politici. Quindi, se la voce del popolo diventerà più forte e influente forse anche i loro leader dovranno fare di più. Come in Europa, la gente comune assegna alla quesitone palestinese un ordine di priorità molto più alto rispetto alla classe politica. È possibile che ci sia un cambiamento in questo senso, ma è davvero troppo presto per parlarne.

Gideon Levy è stato intervistato da Andrea Dessì

Traduzione di Claudia Durastanti

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