“Un attacco all’Iran? I governi sunniti ne sarebbero segretamente felici”
22 November 2006

Nasr, che lavora al Council on Foreign Relations e scrive su Foreign Affairs e sui più prestigiosi quotidiani americani, segnala l’inizio di un nuovo Medio Oriente, e invita a non sottovalutare il conflitto tra sciiti e sunniti, “o resteremo sorpresi, come in Iraq”. Su un possibile attacco americano in Iran, infine, aggiunge: “I governi sunniti avrebbero pauradella reazione delle proprie popolazioni, ma sarebbero segretamente felici”.

Ad agosto a Bagdad Moqtada al Sadr ha organizzato una manifestazione in favore di Hezbollah. E’ vero che, come suggerisce il Washington Post, Hezbollah è il modello del leader sciita iracheno?

La famiglia Sadr ha forti legami con il Libano. I loro antenati vengono da lì, e uno zio di Muqtada, Imam Musa al Sadr, era il leggendario capo degli sciiti libanesi. Hezbollah, secondo alcuni, potrebbe aver insegnato al movimento di Muqtada a muoversi nel campo delle opere sociali e nel controllo politico, oltre a rappresentare un modello di efficace struttura militare. La retorica del partito di Dio, che vuole combinare nazionalismo libanese con un’attività militare anti-occupazione, piace però anche ai sunniti d’oriente. Muqtada trova che questa formula si applichi bene anche all’Iraq, e per questo combina nella sua formula politica il nazionalismo iracheno con l’antiamericanismo. Il successo di Hezbollah nell’ultima guerra (specialmente per quanto riguarda la sua popolarità tra molti arabi sunniti) non può che piacere a un Muqtada che lotta per il potere in un paese diviso in fazioni.

I paesi sunniti sono preoccupati dalla leadership iraniana e da questa “mezzaluna sciita”?

Sì, e infatti sono il re di Giordania, il presidente egiziano e il ministro degli esteri
saudita a parlare della “mezzaluna sciita”, non i sunniti. Quando è scoppiata la guerra sono stati i paesi arabi a dire che eravamo di fronte a un’alleanza sciita, e l’hanno criticata. I paesi sunniti hanno due preoccupazioni. Ci sono quelli che sono preoccupati per la forte presenza sciita nella propria popolazione, come Arabia Saudita, Libano e Kuwait, e ci sono quelli che, come Giordania e Egitto, sono più preoccupati dall’emergere dell’Iran. Il conflitto tra sciiti e sunniti sta diventando come quello tra protestanti e cattolici nel Medioevo o, più recentemente, in Irlanda del Nord. E grazie alla guerra in Iraq, questa è la prima volta che l’equilibrio si è spostato a favore degli sciiti.

La mezzaluna sciita può espandersi anche in altri paesi?

Sì, soprattutto in Bahrein. La preoccupazione è più alta nel mondo arabo, perché invece al di fuori di esso gli sciiti, anche dove sono da sempre una minoranza, sono stati molto più inclusi nelle sfere del potere. In Pakistan, ad esempio, Benazir Bhutto, suo padre, e il padre della patria Muhammad Ali Jinnah erano tutti sciiti. In Pakistan ci sono generali e ministri sciiti, e anche in Afghanistan, con l’avvento di Karzai, gli sciiti sono stati coinvolti nella stesura della Costituzione e nel governo. Nel mondo arabo è tutto più sanguinoso. Come l’Iraq, molti altri paesi devono trovare un modo per dividere il potere tra sciiti e sunniti. In Bahrein gli sciiti sono una maggioranza, in Kuwait e Arabia Saudita sono una minoranza. Ma ovunque il problema è sempre lo stesso: il potere.

Sembra che l’influenza sciita sia cresciuta anche grazie alle guerre degli occidentali, come dimostrano l’Iraq e il Libano.

E’ un fatto notevole, perché negli ultimi dieci anni il problema era stato la sunnita Al
Qaeda. Dopo l’11 settembre le popolazioni sciite hanno espresso solidarietà alle vittime di Ground Zero, con manifestazioni a Teheran e Karachi. Anche in Libano Hezbollah era più concentrata su Israele, e in Iraq gli sciiti hanno inizialmente appoggiato gli Usa. Ma ora entriamo in una fase in cui le relazioni con gli sciiti si vanno facendo piuttosto tormentate, e se gli sciiti diventano anch’essi molto antiamericani e antioccidentali allora le violenze in Medio Oriente non faranno che aumentare.

Per l’Occidente sarebbe più facile trattare con un mondo musulmano diviso?

No, perché è un conflitto dagli esiti imprevedibili. L’Occidente dovrebbe anzitutto capire queste dinamiche, o rischia di rimanere sorpreso, come in Iraq. Potremmo aver bisogno degli sciiti per bilanciare l’influenza di Al Qaeda, e dei sunniti per bilanciare Hezbollah. Non c’è una ricetta, ma la cosa più importante è che la percezione occidentale del Medio Oriente è basata su un sistema regionale che non esiste più da quando è arrivato il revival sciita in Iraq.

Il quotidiano israeliano Haaretz ha scritto che “la guerra potrebbe produrre un’alleanza sunnita-israeliana”. Possibile?

Un’alleanza no, perché la questione arabo-israeliana rimane troppo importante per i sunniti e perché l’umore della strada sunnita non è amichevole verso Israele. I governi sunniti non possono allearsi apertamente con Israele, però quello che intendeva Haaretz è che potrebbe esserci una comunanza di obiettivi, specialmente anti-Hezbollah, anche se per ragioni diverse. Un po’ come successe tra Israele e i governi conservatori arabi nei confronti delle forze estremiste palestinesi: avevano un obiettivo comune, ma senza che ci fosse un’aperta alleanza.

Come reagirebbero i governi sunniti davanti a un attacco americano dell’Iran? Sarebbero segretamente felici?

Sarebbero segretamente felici, sì. Ma l’attacco provocherebbe nelle popolazioni una tale ondata di violenza che sarebbe poi difficile da gestire, un po’ come la guerra di Hezbollah ha suscitato tra gli arabi emozioni che non erano previste. L’economia di molti paesi arabi è poi molto più vulnerabile a ciò che succede nel golfo persico rispetto a ciò che succede in Libano. I governi sunniti sono molto preoccupati dall’Iran, ma lo sono ancora di più da una guerra dagli effetti imprevedibili.

(Questo articolo è apparso sul quotidiano Europa)