Tempi duri per la libertà di pensiero e di parola in Iran. Nel corso degli ultimi mesi ci sono state numerose testimonianze di pressioni su giornalisti, accademici, studenti e gruppi non allineati al regime di Ahmadinejad. I giornalisti iraniani lamentano un aumento della stretta del governo e delle limitazioni imposte ai mezzi di comunicazione. Molte pubblicazioni sono state sospese e il numero dei giornalisti tratti in arresto è sempre più nutrito. Anche se durante la presidenza di Mohammad Khatami i giornalisti erano soliti subire intimidazioni e restrizioni, il regime di Ahmadinejad è andato tracciando nuovi confini. Secondo il quotidiano online Rooz, il Consiglio Nazionale di Sicurezza iraniano ha annunciato di recente nuove imposizioni per i media. In particolare, la stampa è stata invitata a evitare la pubblicazione di analisi politiche divergenti dalla linea ufficiale del regime. In altre parole, i giornali non possono dichiararsi contrari al programma nucleare e neppure essere critici perché il Consiglio Nazionale di Sicurezza ne ordinerebbe la soppressione. Lo scorso 12 aprile, il Procuratore generale di Teheran, Saied Mortazavi, che si ritiene sia coinvolto nell’assassinio di Zahra Kazemi, la fotogiornalista iraniano-canadese deceduta lo scorso anno in seguito dell’arresto, ha dichiarato che “la libertà di stampa e parola non è assoluta, ma soggetta alle regole della Sharia e della legge islamica”.
Restrizioni e limitazioni colpiscono anche i campus universitari. Vanna Vannuccini, corrispondente del quotidiano italiano La Repubblica, ha riferito quanto dichiarato da Abollah Momeni, ex leader dell’associazione studentesca Thahkim and Vahdat: “Il movimento studentesco non esiste più. Loro (il regime iraniano) hanno preso il controllo delle università”. Ciò nonostante mentre il capo del sistema carcerario di Teheran, Sohrab Suleimani annunciava l’arresto di Ramin Jahanbegloo e la sua detenzione nella tristemente nota prigione politica di Evin, circa 400 studenti protestavano contro l’espulsione di alcuni loro compagni dall’università. Peyman Aref e Mehdi Aminizadeh, che in passato avevano fatto parte del più grande gruppo studentesco riformista iraniano (Daftar-I Tahkim Vahdat), sono stati espulsi per “mancanza di competenza generale e ideologica”. Peyman era stato già arrestato dalla polizia iraniana nel 2004. Ci sono testimonianze di studenti sospesi, processati e condannati al carcere. Alcuni docenti sono stati licenziati. Mohammad Maleki, ex rettore dell’Università di Tehran, ha affermato: “È simile alla rivoluzione culturale. Vogliono creare un clima di paura e mettere fine a qualsiasi forma di criticismo o opposizione. Il loro obiettivo finale è distruggere il movimento filo-democratico.” Di fatto, “da quando un estremista della città santa di Qom è stato nominato rettore – nota Vanna Vannuccini – le espulsioni di studenti attivisti sono all’ordine del giorno. A nessuno studente viene permesso di partecipare al consiglio dell’Università, e i Basij (gruppo iraniano paramilitare) hanno libero accesso ai campus”. Nei campus, le autorità hanno anche iniziato a seppellire i resti di alcuni militi ignoti uccisi nella guerra tra Iran e Iraq, in quello che si pensa sia un tentativo di introdurre gruppi estremisti nelle università.
Come la libertà di pensiero, anche il diritto allo studio viene minacciato. In una dichiarazione rilasciata a Radio Farda dopo la sua espulsione dall’università, Mehid Aminizadeh ha affermato: “Proseguire i miei studi è un mio diritto (…). È possibile che ci siano opportunità di studiare all’estero ma questo non significa che il Ministero dell’Intelligence possa impedire di studiare a chiunque sia (politicamente) attivo in questo paese o che questo debba essere costretto a lasciare il paese”. Secondo un sondaggio condotto dal governo e citato dal Chicago Maroon, giornale indipendente pubblicato dagli studenti dell’Università di Chicago, “il 45% dei giovani iraniani ha dichiarato che, se venisse data loro la possibilità, lascerebbero l’Iran per una vita in esilio”. In un paese dove l’età media è di 24,8 anni, gli studenti rappresentano una porzione significativa della popolazione. Una forza sociale vitale che il regime di Ahmadinejad sta cercando di mettere a tacere.