Una grande chance per il mondo musulmano
Andrea Riccardi 13 May 2008

Andrea Riccardi è il fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Insegna Storia del Cristianesimo all’Università di Roma 3.

Discutere dei cristiani in Medio Oriente non è una novità. Lo si è fatto recentemente a Parigi; lo ha fatto a Roma la Comunità di Sant’Egidio pochi giorni fa. Perché? Le comunità cristiane orientali, non sono paragonabili come numero a quelle nate dalla missione in Africa, Asia o America Latina. Eppure rivestono un significato speciale. Sono considerate così rilevanti, tanto che la Santa Sede istituì nel 1917 una congregazione per i cattolici orientali. I cristiani d’Oriente sono però spesso limitatamente sentiti dai loro correligionari italiani, i quali sono più attenti all’impegno missionario o solidale in Africa o in America Latina. La sorte dei cristiani mediorientali appare come un tema remoto e complesso, mentre la nostra opinione pubblica è affamata di semplificazioni.

La complessità è una cifra con cui l’Europa guarda a questo parte del «complesso Medio Oriente», come diceva il generale de Gaulle. Ci sono però tre fuochi importanti che hanno richiamato l’attenzione: la Terra Santa, tornata ad essere spazio di grande attrazione per i cristiani europei. Il secondo aspetto è il Libano: dagli anni Settanta fino a tempi recenti, anche attraverso il coinvolgimento dei militari, questo paese ha ricevuto molta attenzione. Certo l’opinione pubblica fa difficoltà a orientarsi sulle vicende libanesi e si è fermata ad una chiave interpretativa della crisi, quella del conflitto tra cristiani e musulmani, che se mai ha avuto una sua validità, certo non l’ha più da anni. Accenno solo al terzo aspetto di attenzione, l’Iraq, su cui la gran parte dell’opinione pubblica nazionale ha respinto la guerra a Saddam Hussein. Ma oggi tutti sappiamo che il dopoguerra irakeno ha visto quasi dimezzarsi l’antica comunità cristiana di quel paese.

La politica italiana non ha fatto mai dei cristiani d’Oriente una priorità. Nel pendolo dell’interesse italiano dell’ultimo mezzo secolo, i poli sono stati il mondo arabo, i palestinesi e Israele. Tradizionalmente l’interesse per i cristiani d’Oriente ha avuto qualche punta in chiave antifrancese. Ma è stato solo un passaggio. Tuttavia anche in Italia oggi è divenuto impossibile disinteressarsi del mondo cristiano d’Oriente, perché è divenuto impossibile disinteressarsi del Medio Oriente. I cristiani d’Oriente possono essere una delle chiavi per avvicinarsi alla situazione mediorientale. Per la prima volta, il mondo italiano ha scoperto, a livello di massa, l’Oriente cristiano. E per un insieme di motivi. Innanzi tutto l’Islam: dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, poi con il terrorismo, infine con i fondamentalismi, ci siamo accorti che l’Islam riguarda in modo diretto anche l’Europa. E i cristiani d’Oriente sono quelli che vivono con l’islam. D’altra parte gli europei hanno preso a guardare in modo più interessato alla vita religiosa in genere.

L’interesse è accresciuto dal fatto che i cristiani d’Oriente vivono una transizione difficile: il loro numero si assottiglia per l’emigrazione, la loro percentuale si riduce rispetto ai musulmani loro compatrioti, la loro sopravvivenza è a rischio. Un grave errore sarebbe assumere un atteggiamento di aggiornata protezione da potenze cristiane verso i cristiani d’Oriente. E’ una storia antica, carica di ambiguità, in cui si è visto l’uso strumentale, da parte delle potenze europee, dei cristiani d’Oriente fino agli albori del nostro secolo. E’ una politica che spesso ha condotto a un processo di estraniazione dei cristiani dal loro ambiente. Ma la storia dei cristiani arabi o arabofoni è andata in altro senso. Il patriottismo arabo li ha visti protagonisti di tante battaglie nazionali. La Santa Sede, prima con Propaganda Fide e poi con la congregazione orientale, ha lottato per affermare una visione religiosa della vita e degli interessi dei cattolici orientali, sganciata dalla politica delle potenze.

C’è un altro uso strumentale, molto diffuso, dei cristiani d’Oriente: quello di vittime di un Islam imbarbarito. La storia dei dolori del mondo cristiano orientale è lunga e poco nota. Per limitarci a quella del Novecento, basta pensare al genocidio degli armeni, che ha portato alla trasformazione della composizione etnica e religiosa di intere regioni dell’Anatolia. E’ significativo che, con l’allontanarsi degli eventi, non diminuisca l’interesse per quella triste storia che conosce un revival di studi e di memorialistica. Appare sempre più chiaro lo scenario di una strage nazionalista che, per affermarsi in Anatolia, diventò anticristiano, mobilitando con i motivi religiosi il mondo anatolico.

Accanto agli artefici maggiori, appare come le potenze dell’intesa non ebbero interesse a garantire la sopravvivenza cristiana in Medio Oriente: l’abbandono degli assiri da parte degli inglesi e il ritiro della Francia dalla Cilicia sono esempi chiari di come tali paesi considerassero i cristiani d’Oriente quantité négligéable. I cristiani non sono solo vittime della storia e di un presente che li spinge ad una posizione di cittadini di seconda categoria; sono anche a loro modo protagonisti del presente. Possono esserlo, nonostante la condizione non sempre piena della loro cittadinanza. La situazione dei cristiani d’Oriente è ricca, complessa, sofferta: nasconde potenzialità grandi. Questi cristiani non sono solo le vittime dell’intolleranza musulmana, ma sono una grande chance per il mondo musulmano, per non essere solo con se stesso. Nonostante il loro numero ridotto, sono organizzati in comunità che hanno una loro vita interna e internazionale: hanno figure di riferimento di spicco, producono una riflessione.

Due modeste ma convinte idee ci muovono. La solidarietà cristiana con le Chiese orientali comporta una scambio di doni, di storia, di spiritualità; ma anche la convinzione che i cristiani sul Mediterraneo debbono rinnovarsi: le comunità cristiane, secondo le loro diverse tradizioni, di fronte alle molteplici sfide del mondo contemporaneo, hanno necessità di un ressourcessement. Ma tale rinnovamento non si fa da soli, ma in un quadro di intensa comunione. Forse dovremmo interrogarci meglio su come è stato recepito il Vaticano II dai cattolici orientali, sul rinnovamento copto di Shenouda III, su quello del patriarcato antiocheno. Del resto è difficile isolare i cristiani d’Oriente dalla prossima Chiesa di Cipro, dal patriarcato di Costantinopoli, dalla Chiesa cattolica nel suo complesso. La seconda convinzione è che il mondo musulmano, senza i cristiani, è destinato a un’involuzione verso forme totalitarie: si aprirà il problema delle altre minoranze religiose, etniche, linguistiche. Infatti la presenza dei cristiani, in nome di una bimillenaria tradizione, è quella dell’alterità, la più antica, la più legittima. La scomparsa dell’altro non è soltanto la sua fine, ma anche la fine della base per la convivenza pacifica e per la democrazia.

Questo articolo è apparso sul quotidiano La Stampa il 7 marzo 2008, con il titolo "Cristiani, Medio Oriente e gli enigmi della Storia"