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Storia
EN mercoledì, 9 giugno 2010

«Il luogo della competizione tra i poteri globali»

Ahmed Rashid intervistato da Maria Elena Viggiano

Al 51° posto nella classifica di Foreign Policy riguardante i cento “global thinkers” c’è Ahmed Rashid, con una motivazione che sottolinea “i suoi profetici scritti sui pericoli mondiali dell’Asia”. Giornalista pakistano, è probabilmente il più grande conoscitore delle popolazioni e dei conflitti in Afghanistan e in Pakistan, oltre ad essere l’esperto per eccellenza di Asia centrale. Rashid da decenni prova a raccontare cosa accade in quei territori, scrivendo per autorevoli testate come il Daily Telegraph, International Herald Tribune, New York Review of Books, Bbc Online e The Washington Post. I suoi best seller - Talebani e Caos Asia - rappresentano poi documentate fonti di informazione e offrono chiavi di lettura per comprendere paesi governati da dittatori, ricchi di gas e petrolio, e centro delle operazioni di coalizioni di militanti islamici. Problematiche e opportunità dell’Asia centrale che Ahmed Rashid spiega in questa intervista.


Qual è la situazione attuale in Asia centrale?

Il Presidente Obama ha annunciato che gli Usa vogliono lasciare l’Afghanistan a partire dal luglio 2011 e, per questo motivo, si stanno preparando ad affrontare la situazione futura. Ovviamente questo crea enormi tensioni regionali. Il Pakistan sta provando a controllare le negoziazioni tra i talebani e il governo di Karzai, che invece non permette che ciò avvenga. C’è una guerra tra l’India e il Pakistan dove il terreno di scontro è Kabul. Esistono delle tensioni con l’Iran che sicuramente giocherà un ruolo fondamentale nello sviluppo degli accordi per trovare una soluzione per l’Afghanistan. Non bisogna poi sottovalutare il ruolo attivo della Russia e, se non stiamo attenti, ci troveremo ad affrontare una situazione già accaduta negli anni ’90, che potrebbe essere molto pericolosa. Penso quindi che sia necessaria una forte iniziativa da parte della comunità internazionale o un accordo regionale con l’obiettivo di evitare qualsiasi tipo di competizione o una “proxy war”.

Quale rilevanza ha l’Asia centrale negli assetti geopolitici?

Rappresenta il luogo dove si svolge la competizione tra i poteri globali. I russi vogliono che le pipelines dall’Uzbekistan attraversino la Russia verso l’ovest mentre gli occidentali chiedono che i gasdotti non passino da Russia e Turchia. La Cina poi è diventata il principale partner commerciale della regione e ha una grande influenza, poi insieme alla Russia si sono unite contro l’eccessiva e continua ingerenza degli Usa nella maggior parte dei paesi dell’Asia centrale. Gli americani hanno affermato che le loro basi saranno solo in Uzbekistan e in Kirghizistan mentre l’Afghanistan ha il sospetto che queste basi diventino permanenti. E’ in atto dunque una vera e propria competizione tra paesi. Devo dire che, nello stesso momento, tutti i paesi dell’Asia centrale devono confrontarsi con le estreme tensioni sociali presenti: l’aumento della povertà, la recessione e la crisi economica che ha colpito questa parte del mondo in maniera molto grave.

Eppure le regioni sono ricche di risorse naturali. Qual è l’importanza strategica per gli altri paesi come la Cina e la Russia?

Il gas e il petrolio sono molto importanti ed è notevole l’interesse della Cina che ha costruito la più lunga pipeline nella storia del mondo. Questo gasdotto parte dal Turkmenistan e, attraverso Uzbekistan e Kazakistan, arriva in Cina. L’Asia centrale copre quindi il fabbisogno di gas delle regioni, della Russia, della Turchia, della Cina e dei paesi occidentali. Gli interessi sono dunque enormi anche considerando che sono stati scoperti nuovi giacimenti, specialmente in Kazakistan e in Turkmenistan, per cui il potenziale completo della regione è ancora da scoprire. Continuerà quindi la competizione per il predominio dell’area.

La Valle di Fergana in Asia centrale rappresenta la principale area per le operazioni del Movimento islamico dell’Uzbekistan. Cosa significa per la stabilità dell’area?

Dopo l’11 settembre il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) si è ancora più consolidato sul territorio e ha creato basi in Pakistan. Attualmente si assiste però ad un fenomeno che vede sempre più combattenti - uzbeki e tagiki - che si muovono dal Pakistan verso il nord dell’Afghanistan e creano nuove forze di talebani. Inoltre provano a riavviare il movimento di guerriglia in Asia centrale, creando situazioni molto difficili per le regioni. Questi paesi infatti hanno un sistema dittatoriale senza riforme democratiche ed economiche, una condizione aggravata ancora di più dalla crisi mondiale che ha provocato un calo nelle esportazioni con gravi ripercussioni soprattutto per il Tagikistan e il Kirghizistan, che dipendono dalle esportazioni di manodopera. In questo momento la maggior parte di questa forza lavoro torna in Asia centrale a causa della recessione in atto in Russia e il principale pericolo è che l’IMU possa approfittare di questa situazione e catalizzare ancora più gente di prima.

Come possono intervenire i paesi occidentali per evitare che l’Asia centrale diventi un potenziale pericolo?

Sfortunatamente i paesi occidentali non hanno una politica da applicare in Asia centrale. Gli Usa se ne occupano solo in termini di sicurezza e “intelligence”, e si preoccupano delle modalità per fornire basi per l’esercito per raggiungere l’Afghanistan. Nemmeno l’Unione Europea si preoccupa di pensare a politiche da attuare in queste regioni, con la conseguenza di una seria mancanza di interventi dell’Occidente che possano aiutare questi stati a stabilizzarsi. I paesi occidentali poi non sono pronti ad investire soldi e quindi non vedo nel prossimo futuro una specie di piano Marshall per l’Asia centrale. Inoltre l’intera regione vive una crisi economica molto seria con cui bisogna confrontarsi.

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