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EN lunedì, 15 dicembre 2008

“L’auto-determinazione è l’unica via, per la Yugoslavia africana”

Talha Gibriel (Asharq Al-Awsat) intervistato da Fatima Mahjar

Talha Gibriel, redattore capo a Washington del primo quotidiano del mondo arabo, Asharq Al-Awsat, è tra gli intellettuali sudanesi che più si è esposto sulla crisi del Darfur. Dissidente del governo centrale, da trent’anni è impegnato nella promozione della democrazia nel suo paese. Gibriel, nato del Nord del Sudan in un’importante tribù araba, si è infatti opposto coraggiosamente al dominio arabo sulle popolazioni africane. Recentemente, Gibriel ha pubblicato in Sudan vari articoli sul diritto di auto-determinazione non solo della popolazione del Darfur, ma anche del Sud, a maggioranza africana e cristiana, e della parte orientale del paese.


Dr. Gibriel, il Sudan è un paese che ha attraversato molteplici crisi etniche. Qual è la causa principale di questi scontri?

Il Sudan è la “Yugoslavia dell’Africa”. Nel mio paese, infatti, ci sono etnie e religioni diverse, oltre a più di 200 dialetti. Sin dalla nostra indipendenza dall’Impero britannico, avvenuta nel 1956, il Sudan ha fallito nel creare un’unità nazionale, perchè – nei fatti – non siamo un’unica nazione. Siamo diventati un unico paese soltanto perché i britannici hanno deciso quali dovessero essere i nostri confini, ma la realtà sul terreno è un’altra. L’altro problema fondamentale, alla base dei conflitti, è la mancanza di democrazia. Il governo centrale di Khartoum crede infatti che l’uso della forza possa portare alla stabilità nel paese. Il regime, però, non ha mai preso in considerazione il fatto che la democrazia e il dialogo possano essere la soluzione per la crisi in Sudan.

La crisi in Darfur è spesso al centro del dibattito in Occidente. Come giudica le posizioni sul tema della stampa europea e statunitense?

Sinceramente, a oggi, non ho ancora letto un articolo che sia professionale. La stampa occidentale sembra interessata a fare passare una propria agenda, che ha poco a che vedere con la realtà dei fatti. Vogliono fare passare il conflitto in Darfur come una semplice guerra etnica, quando questa non è tutta la verità. E’ solo un modo semplicistico di riportare i fatti. Molti politici e giornalisti che parlano del Darfur, inoltre, non sono mai stati nella regione.

Che cosa sta accadendo in Darfur?

Sta accadendo un massacro e la peggiore crisi umanitaria di questo secolo. La popolazione, sia le tribù africane sia quelle arabe, sono vittime della marginalizzazione e della violenza, sponsorizzata dal governo centrale. Il regime, infatti, ha lasciato la regione senza sanità, educazione e sviluppo economico. In alcune zone del Darfur, inoltre, non arriva nemmeno l’acqua. La popolazione, però, è vittima anche dei gruppi ribelli africani del Darfur, spesso più impegnati in lotte di potere che non nella rivendicazione dei diritti umani. Le Nazioni Unite hanno dispiegato 26 mila forze di peace-keeping nella regione, per proteggere i civili e i rifugiati, ma è chiaro che ciò non basta. L’Occidente, infatti, deve cominciare a capire che il problema non sta nel Darfur, ma a Khartoum. Per risolvere la crisi del Darfur è quindi necessario che la comunità internazionale sostenga la battaglia per la democrazia e per l’auto-derminazione dei popoli del Sudan.

Crede che se il Darfur fosse indipendente la crisi si risolverebbe?

Ne sono certo, ed è ciò che vuole la stessa popolazione del Darfur. Questo è l’unico modo per il Darfur di liberarsi dal giogo della dittatura di Khartoum. In caso di indipendenza, il Darfur rimarrebbe alle tribù africane. Le tribù arabe, invece, si sposterebbero nella vicina regione, a maggioranza araba, del Kordofan, oppure potrebbero scegliere di continuare a vivere nel Darfur, come minoranza. Quella dell’auto-determinazione, però, non è una soluzione soltanto per il Darfur. Come ho detto prima, il Sudan è la “Yugoslavia dell’Africa” e dovremmo seguire l’esempio adottato nell’ex Stato balcanico, decretando l’indipendenza delle regioni nel nostro paese, popolate dalle diverse etnie. Questo è l’unico modo per prevenire futuri conflitti. Nel mio paese ho scritto vari articoli sul tema, in cui ho proposto la divisione del Sudan in quattro Stati: il Nord del Sudan, a maggioranza araba, il Sud del Sudan, a maggioranza africana, il Darfur e l’Est del Sudan, zona vittima di conflitti, in cui vive la tribù autoctona dei Bija.

Questa sembra essere una posizione molto audace. Quali sono state le reazioni in Sudan a questa proposta?

Quando ho parlato con i leader delle varie fazioni nel Sud del Sudan, e con figure di rilievo del Darfur e dell’Est, mi hanno detto di essere d’accordo con me. L’auto-determinazione è l’unica soluzione, anche se loro non osano dirlo pubblicamente per paura di ritorsioni da parte del governo centrale. Il Nord del Sudan, infatti, vuole continuare a dominare il paese. Nel 2011, però, è previsto un referendum nel Sud del Sudan per l’auto-determinazione. Il referendum è parte del Comprehensive Peace Agreement (CPA), sostenuto dalla comunità internazionale e firmato dal Sudan People’s Liberation Movement (SPLM) – movimento rappresentativo del Sud del Sudan – e il governo sudanese. Il CPA ha messo fine alla guerra civile ventennale nella parte meridionale del paese, a maggioranza africana e di fede cristiana e pagana, dichiarando il Sud del Sudan una regione autonoma. Se non ci saranno degli imprevisti, pertanto, nel 2011 il Sud del Sudan potrebbe dichiarare la propria indipendenza e aprire la strada dell’auto-determinazione al Darfur e all’Est del Sudan.

Nel 2009 sono anche previste le elezioni generali in Sudan. Pensa che avranno luogo?

Credo che il regime troverà il modo per rimandarle. Queste elezioni dovrebbero decidere la presidenza e il parlamento del paese, ma il presidente Omar Al-Bashir non sembra essere intenzionato a lasciare il suo incarico. L’Assemblea Nazionale, infatti, avrebbe dovuto passare la nuova legge elettorale nel dicembre del 2007, ma ciò non è ancora avvenuto. Il governo si è poi giustificato dicendo che era concentrato a risolvere la crisi nel Darfur.

Lo scorso luglio, il procuratore generale del Tribunale penale internazionale dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto un mandato di arresto contro il presidente Al-Bashir, per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Quale effetto avrà questo fatto sulle prossime elezioni?

Solo di ritardare il processo democratico. Al-Bashir, infatti, sta cercando una scusa per non avere le elezioni nel paese nel 2009, parte integrante dell’implementazione del CPA firmato nel 2005, sotto l’egida della comunità internazionale. Bashir, pertanto, potrebbe cogliere l’occasione per dichiarare lo stato di emergenza nel paese e rimandare così le elezioni.

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