Le bugie del potere non reggono più
Conversazione con Steven Livingston. Di Mauro Buonocore 5 April 2011

Quest’intervista è tratta dall’ultimo numero della rivista Reset (Numero 124, Marzo-Aprile 2011)

Professor Livingston, in che modo le tecnologie dell’informazione possono contribuire a disinnescare regimi antidemocratici?
Il nuovo ambiente di informazione digitale sposta la governance, la capacità di richiamare l’attenzione su determinati problemi e di fornirne le soluzioni, in un’arena complessa dove sono coinvolti nuovi attori, come ad esempio Ong, parti di società civile, organizzazioni internazionali. In questo modo si amplia la possibilità di riconoscere i problemi inerenti, ad esempio la povertà o la sanità, dar loro rilevanza e risolverli. I governi si trovano così di fronte a nuove pressioni, portate con nuova forza da soggetti che prima erano preclusi da questa sfera di intervento sulla realtà. I regimi del vecchio sistema potevano esercitare uno stretto controllo sui media e perpetuare l’illusione di un buon governo. Oggi le persone possono scoprire i problemi che le affliggono, condividerne il disagio in maniera evidente, quasi immediata, e avere la sensazione di fare la propria parte nella ricerca delle soluzioni.

È questa possibilità di condivisione che ha fatto impennare la domanda di democrazia in Tunisia, in Egitto, in Libia e negli altri paesi teatro delle manifestazioni?
C’è una tendenza a esaltare il ruolo dei social network e di specifiche piattaforme, come Facebook e Twitter, all’interno dell’ambiente mediatico. La realtà è che un largo spettro di tecnologie rende le informazioni disponibili e condivisibili in una maniera che non è controllabile dal potere, o almeno non lo è come in passato. Queste tecnologie consentono alle persone di trovare un terreno comune sul quale identificare comuni interessi ed esigenze. Senza tutto questo il regime di Mubarak sarebbe durato ancora a lungo e sarebbe stato ancora in grado di fornire una risposta oppressiva alle domande dei manifestanti. Oggi, invece, le persone possono scendere in piazza e dire «Siamo tutti Khaled Said»: identificandosi nell’esperienza di quel ragazzo, facendola propria e condivisa hanno la forza di opporsi al potere del regime. Il governo autoritario, invece, è reso vulnerabile e disperato dai media digitali nel momento in cui questi offrono ai cittadini lo spazio e gli strumenti, e quindi il potere e l’abilità, di identificarsi collettivamente in una condizione di oppressione.

Per costruire una nuova democrazia, però, tutto questo non basta. Una cosa è mobilitare l’opinione pubblica e riuscire addirittura a far cadere un regime. Tutt’altra cosa è, poi, costruire la democrazia che non si aveva e per la quale si è scesi in piazza.
Bisognerà vedere se il governo che verrà dopo le manifestazioni sarà in grado di incorporare le caratteristiche della comunicazione digitale, stare dentro l’ambiente di informazione e adottare una governance che stia al passo con i tempi, le esigenze della società e i media della propria era.
Che cos’è la democrazia? Un sistema di strutture e istituzioni che incoraggiano la trasparenza e la responsabilità dei governanti di fronte al proprio operato. Le istituzioni e le strutture delle nostre democrazie sono invenzioni del XVII e del XIX secolo. Oggi abbiamo bisogno di nuovi modelli e nuovi metodi perché, grazie anche ai social network, è aumentata la domanda di trasparenza e di responsabilità. La sfida del nostro tempo sta nel trovare forme democratiche che sappiano utilizzare le tecnologie, da Facebook ai sistemi satellitari, farne parte viva del processo politico, della scelta e della messa in pratica delle decisioni. A Portland ad esempio, c’è un progetto che utilizza potenzialità dei social network e delle immagini satellitari per migliorare la qualità dei servizi pubblici, ridurre l’inquinamento, richiedere l’intervento della polizia o denunciare un abuso.

Democrazie più aperte, trasparenti, efficienti. L’ambiente di informazione di cui Lei parla ricorda molto la network society di Manuel Castells, il mondo in cui i media digitali costringono a modificare il rapporto tra potere e contropotere.
Castells si riferisce in maniera specifica al modo in cui il nuovo flusso di informazioni digitali può essere o meno controllato dal potere. Secondo il sociologo catalano la struttura reticolare dalla quale originano questi flussi rende impossibile ogni controllo che invece si poteva esercitare in passato. La sterminata molteplicità di informazioni e di relazioni che compongono la network society toglie potere alle vecchie strutture gerarchiche, le priva della capacità di sorvegliare e manipolare ogni cosa e rappresenta una sfida continua per i modi di gestione del potere che appartengono ormai al passato. La natura plurale e reticolare dell’ambiente digitale rende le comunità adattabili alle realtà che si pongono loro dinanzi e questo facilita alcuni tipi di iniziative e di azioni che non sarebbero state possibili prima.

Ma siamo davvero in un nuovo mondo di trasparenza democratica? Lei stesso in When the Press Fails, libro scritto insieme a Lance Bennett e Regina Lawrence, descrive il modo in cui l’informazione americana è stata largamente influenzata dalla Casa Bianca durante i primi anni della guerra in Iraq. Eppure allora tutte le tecnologie di cui parla oggi c’erano già negli Stati Uniti, c’erano Facebook, Twitter e YouTube.
When the Press Fails è la cronaca di cosa accade quando chi detiene il potere politico è in grado di controllare il racconto dei fatti. Nel 2003, quando l’amministrazione Bush decise di invadere l’Iraq e fu appoggiata dal governo britannico, il paese era in piena guerra al terrorismo, un momento unico della storia americana in cui lo Stato era alla sua massima capacità di dare forma al dibattito pubblico. La mia opinione (che non necessariamente coincide con quella degli altri autori del libro) è che i fatti di Abu Ghraib rappresentano il momento in cui questo potere e questa abilità di controllo sul racconto dei fatti da parte dello Stato ha iniziato a sgretolarsi a causa della proliferazione di telecamere e macchine fotografiche che hanno documentato le torture. La diffusione di filmati e immagini ha messo i cittadini americani nella condizione di avere conoscenza diretta di quanto è accaduto, ha mostrato il volto più deteriore del potere e l’opinione pubblica, non solo statunitense, è stata stimolata a prendere le distanze dai comportamenti della polizia militare americana in Iraq e dell’amministrazione Bush in generale. Anche in questo caso è stato l’ambiente di informazione digitale che ha consentito di ribaltare il racconto dei fatti e avere testimonianze diverse da quelle decise da chi deteneva il potere politico e militare.

Steven Livingston insegna Media e scienze politiche alla School of Media and Public Affairs della George Washington University. Tra le sue pubblicazioni, When the Press Fails (Chicago University Press, 2007) sul fallimento della stampa Usa dalla guerra in Iraq all’uragano Katrina.

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