La società aperta e l’Islam: un dibattito a Zurigo
Nicola Missaglia 25 November 2010

Circa un anno fa il popolo svizzero venne chiamato alle urne per pronunciarsi, tramite referendum, su una proposta di legge che prevedeva il “divieto di edificare minareti in Svizzera”. Favorevole il 57% dei votanti, la legge fu approvata, suscitando dibattiti e controversie nel resto d’Europa e in tutto il mondo. A tal proposito, il 17 novembre 2010, ResetDoc e il polo universitario svizzero UFSP Asia e Europa hanno organizzato a Zurigo un incontro sul tema “l’Islam in Europa”, con la partecipazione di intellettuali e studiosi di tutto il mondo, chiamati a discutere sulle moltissime domande che rimangono ancora aperte sulla questione. L’evento, ampiamente raccontato dalla stampa svizzera, ha avuto luogo in un’aula magna dell’università di Zurigo gremita di studenti, professori e cittadini ordinari, a riprova del fatto che la necessità di affrontare temi quali il pluralismo, il rapporto tra Islam e democrazie europee, la dialettica democratica tra maggioranza e minoranze, la tensione tra princìpi liberali e strumenti tradizionali di deliberazione democratica è una necessità che sempre più persone considerano impellente. Non a caso, giornali accreditati come la Neue Züricher Zeitung e il Winterthurer Löwe, casse di risonanza più che attendibili degli umori elvetici, hanno colto al balzo l’occasione per alimentare ulteriormente il dibattito.

Tra i partecipanti c’era Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio e ministro degli interni della Repubblica Italiana, il cui intervento ha voluto evidenziare come il referendum svizzero abbia messo a fuoco due contraddizioni attualissime del modo in cui le democrazie occidentali gestiscono i diritti delle loro minoranze. È veramente democratica la pretesa di deliberare sui diritti delle minoranze con un mezzo così schiettamente maggioritario come un referendum? Se le democrazie volessero agire coerentemente con i principi liberali che le reggono – ha sostenuto Amato – dovrebbero piuttosto prendere atto del fatto che l’integrazione è un “two ways process”, in cui il riconoscimento tra maggioranze e minoranze è reciproco. L’utilizzo dello strumento referendario per deliberare sui diritti dei 310 000 musulmani attualmente presenti in Svizzera ha invece determinato una situazione in cui, unilateralmente, una maggioranza ha potuto decidere che una minoranza religiosa non può più esercitare il diritto di edificare i propri luoghi di culto. Inoltre, ha concluso il presidente del Comitato Scientifico di Resetdoc, è assurdo giustificare un tale divieto in base a un principio di reciprocità – secondo cui in alcuni stati musulmani i cristiani hanno meno diritti e quindi le nostre democrazie possono limitare i diritti dei loro cittadini musulmani – poiché tale principio non solo nega l’universalità dei principi democratici e liberali, ma si basa anche su un’identificazione del tutto arbitraria dell’Islam con le sue frange fanatiche e fondamentaliste.

La studiosa di origine turca Nilüfer Göle, professoressa presso l’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, si è mostrata d’accordo con Amato, e ha aggiunto che l’esercizio di un consenso maggioritario fondato su valori nazionali e occidentali nei confronti delle minoranze o degli immigrati crea una tensione sociale che mina la possibilità di una convivenza pacifica e di una partecipazione di tutti alla cosa pubblica, che invece dovrebbero essere alla base della politica democratica. Anche Katajun Amirpur, giornalista e studiosa dell’Islam presso l’università di Zurigo, ha fatto notare che “non possiamo sorprenderci delle reazioni e del risentimento di coloro a cui è stata imposta la volontà altrui, mentre avrebbero dovuto e voluto essere integrati”. Secondo la professoressa di origine iraniana, tali imposizioni unilaterali non fanno altro che condurre alla radicalizzazione di molti immigrati musulmani, poiché li isolano, mentre nei processi di integrazione bisognerebbe investire soprattutto sull’istruzione generale, sulla formazione degli imam, sull’insegnamento della lingua e sulla distribuzione abitativa di immigrati e indigeni nei singoli quartieri.

Infine, ha concluso lo studioso dell’Istituto per gli Studi Islamici di Berna Reinhart Schulze, l’impressione è che i principi della laicità stiano in qualche modo sfuggendo di mano alle nostre democrazie, poiché lo “scontro culturale tra i fautori di un ordine secolare e i difensori di un ordine post-secolare”, di cui il referendum svizzero non è che un esempio, non fa altro che dimostrare che “in molti stati occidentali è in atto un palese dissolvimento della separazione tra Stato e Religione, e che i governi stanno perdendo la loro neutralità nel perseguimento di ambizioni di tipo ideologico e religioso”. L’idea di laicità su cui molte costituzioni europee si fondano è minacciata da una crescente tendenza degli Stati a comportarsi come attori politico-religiosi, mettendo a rischio la nostra libertà di scelta e destabilizzando il delicato equilibrio che regge la convivenza pacifica della società civile.