Lo scetticismo d’Israele e l’incognita iraniana
Eric Salerno 4 December 2007

Gerusalemme, Israele

Giovedì, la knesset, il parlamento israeliano, si è riunita in seduta straordinaria per commemorare i sessanta anni del piano di partizione con il quale le Nazioni Unite chiedevano la creazione di uno stato ebraico in Palestina. La cartina della regione oggi è ben diversa da quella proposta allora dalla comunità internazionale. Non soltanto perché Israele, dopo la guerra con gli arabi che ha portato alla sua creazione, è sul piano territoriale molto più vasto di quanto era stato approvato ma anche perché Gerusalemme fu arbitrariamente annessa per diventare, nella mente dei sionisti, la capitale dello stato ebraico. La guerra del 1967, vinta da Israele, ha nuovamente modificato la carta e la realtà. E Israele, come ha ripetuto il premier Ehud Olmert all’indomani della conferenza di Annapolis, rischia di scomparire se presto non sarà fatto un passo indietro per garantire la formazione di uno Stato palestinese al suo fianco.

Sebbene la maggioranza degli israeliani sia convinta della necessità di andare avanti su questa strada, le reazioni al mega-evento mediatico, orchestrato da e per Bush per rafforzare la sua immagine in Medio Oriente, sono scettiche quando non pessimiste. I dati emersi dai sondaggi effettuati sembrano confermare la confusione e lo stato d’incertezza che regna nel paese. Come se molti si attendessero l’apparizione in mano al presidente americano di una bacchetta magica per veder risolto, in pochi attimi e davanti alle telecamere di mezzo mondo, il tragico conflitto decennale. Per molti analisti, Israele ha vinto ad Annapolis perché non ha dovuto fare concessioni. Olmert ha evitato di pronunciare la parola Gerusalemme (cosa che il presidente Abbas avrebbe voluto sentire dal premier israeliano), non è stata fissata una scadenza ai negoziati (se non quel generico augurio di terminare entro il 2008 fine del mandato di Bush alla Casa bianca) e per la prima volta tutti i paesi arabi più importanti erano presenti e molti loro rappresentanti (non quello saudita) hanno persino applaudito le parole del leader israeliano.

Gli stessi analisti di Tel Aviv mettono l’accento sul fatto che Abbas e la sua amministrazione è «troppo debole», che non ha il controllo del territorio (a Nablus la polizia palestinese è sulle strade di giorno, le truppe israeliane di notte), i “terroristi” sono ovunque, e giustamente ricordano come il territorio del futuro stato palestinese è diviso, con Gaza in mano a Hamas. Dunque? I negoziati cominceranno e andranno avanti. Se mai fosse stata necessaria una conferma, tutti hanno capito che soltanto Washington (forse non Bush arrivato a fine mandato) è capace di trascinare israeliani e arabi alla pace. E gli israeliani, destra e sinistra, sono convinti che il presidente e la segretaria di Stato Condoleeza Rice cercheranno di spingere sull’acceleratore. L’opposizione a Olmert tra gli esponenti di destra della coalizione di governo (il partito del fascista Lieberman e i religiosi di Shas) non se n’andranno per ora. Se crisi ci sarà verrà se e quando qualcosa di concreto emergerà dalle trattative, quelle più o meno alla luce del sole e le altre portate avanti con maggiore discrezione.

Sul piatto, da non dimenticare, c’è anche la questione della Siria. Stampa, politici e anche la gente comune in Israele guarda a Damasco con grande interesse. Chi sperando nella fine del conflitto con gli arabi, chi nel timore di dover restituire le alture del Golan. Il presidente Shimon Peres ha confermato l’esistenza di contatti segreti con Assad (Putin in questo è molto attivo) e sono in molti a ritenere che Israele è propenso a raggiungere un accordo con la Siria ancora prima di firmare un’intesa con i palestinesi. Lo scenario è complesso. Vi pesa l’incognita dell’Iran. Bush, sentendosi più forte grazie alla presenza massiccia degli arabi ad Annapolis, intende attaccare per distruggere gli impianti nucleari degli ayatollah? E se non sarà lui a dare l’ordine, saranno i piloti israeliani (che continuano ad addestrarsi per il lungo volo) a compiere un raid? Quello che gli israeliani danno per scontato è uno sforzo dei gruppi palestinesi più estremisti (Jihad islamica, forse anche Hamas) di lanciare nuove azioni terroristiche. Fino a quando non semineranno morte, Olmert riuscirà a contenere le proteste della destra e dei militari. E a frenare il suo ministro della difesa, il laburista Ehud Barak, che motivato da gelosie personali ha finora remato contro Annapolis e contro Olmert e che spinge per una massiccia invasione della striscia di Gaza. Difficilmente Abbas, anche se stufo dei giochi di Hamas, potrebbe plaudire a un’iniziativa del genere. L’andamento e le possibilità di successo dei negoziati che cominceranno il 12 dicembre dipenderà anche da questo.

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