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martedì, 3 luglio 2012

La primavera araba vista dal Golfo

Alma Safira

Mentre nel Nord Africa la primavera araba sembra attraversare una fase “post-rivoluzionaria” di maturazione in cui i cittadini esigono risultati dopo le rivolte, nei Paesi del Golfo la “primavera araba” è ancora in una fase embrionale con prospettive e risultati incerti. L’assenza di democrazia nel Golfo assume diverse forme di governo, dal sultanato, all’emirato passando per il regno, ma in modo diverso tutti i cittadini di questa regione hanno sfidato i loro governi. In Oman, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti il potere ha sentito l’esigenza di proteggersi e per farlo ha spesso usato le maniere forti.


In Oman decine di manifestanti sono stati arrestati per aver richiesto salari più alti e posti di lavoro. In Qatar un netcitizen apre un gruppo su facebook “Freedom Revolution March 16 Qatar” per chiedere le dimissioni dell’emiro Hamad bin Khalifa al Thani e per convocare una manifestazione il 16 marzo 2011. Quasi 2.000 persone aderiscono al suo gruppo su facebook, ma l’iniziativa si spegne con il suo arresto.

A Dubai l’ultimo arresto di un attivista per aver criticato gli Emirati Arabi Uniti è avvenuto il mese scorso: il governo tiene sotto controllo qualsiasi dissenso, ma nonostante ciò periodicamente si verificano singoli episodi di protesta, senza mai esplodere in una rivoluzione.

In Kuwait i manifestanti fanno irruzione in Parlamento e dopo pochi giorni il Primo Ministro Nasser al-Mohammad al-Sabah da le dimissioni. Il Bahrein è l’unico Paese del Golfo in cui continuano le rivolte in maniera organizzata, consapevole e costante, di cui l’ultima proprio il 22 giugno 2012: sarebbero più di 80 le vittime dal febbraio 2011 e nel rapporto 2012 di Amnesty International sul Bahrein vengono denunciati  l’uso eccessivo della forza da parte delle forze dell’ordine, arresti arbitrari, torture, processi ingiusti e la violazione di altri diritti fondamentali.

I bahreiniti sembrano gli unici a non avere intenzione di rassegnarsi nonostante il disinteresse internazionale, la scarsa copertura mediatica e  la presenza di un esercito straniero sul loro territorio. È più di un anno che la Peninsula Shield, l’esercito del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), si trova sul territorio bahreinita e l’opposizione al Wefaq afferma che questi soldati vengono percepiti come offensivi e non a protezione della popolazione. Lo scopo del GCC era infatti quello di tentare di gestire in Bahrein quello che sembrava un bocciolo di primavera araba ed evitare che si diffondesse nel golfo.

Di tutti i Paesi del GCC, le autorità più impaurite al momento sembrano essere quelle saudite. Nel rapporto del 2012 di Human Rights Watch si legge: “Alla richiesta dei cittadini di “più democrazia”, sulla scia dei movimenti democratici della primavera araba, L’Arabia Saudita ha risposto con una repressione risoluta. Re Abdullah bin Abd al-‘Aziz Al Saud ha annunciato benefit economici per più di 130 miliardi di dollari, ma le autorità continuano a imprigionare cittadini sauditi che dissentono pacificamente. Nuove leggi varate o proposte nel 2011 criminalizzano l’esercizio di diritti umani fondamentali come la libertà di espressione, di assemblea e di associazione.”

L’Arabia Saudita non è l’unico Paese del Golfo ad aver tentato la persuasione economica per risolvere la sua situazione interna: anche il Qatar ha aumentato del 60% lo stipendio di tutti gli impiegati pubblici qatarini e del 120% agli ufficiali impiegati nella difesa.

Una politica non meritocratica, ma con una funzione preventiva molto efficace. La primavera araba si diffondeva come un virus nel mondo arabo e la priorità era acquisire la benevolenza dei cittadini pagando qualsiasi prezzo. Il prezzo da pagare nel caso del Qatar è stata una forte inflazione, un settore privato in ginocchio non essendo in grado di rispondere alla generosità del settore pubblico, e una popolazione straniera, motore dell’economia rappresentando circa il 90% della popolazione complessiva, indignata e sempre più distante dal colleghi qatarini che guadagnano il doppio facendo lo stesso lavoro.

In Arabia Saudita 130 miliardi di dollari di benefit economici e la creazione di migliaia di posti di lavoro non sono stati l’unico antidoto alle proteste. Il regno sa di non voler intraprendere alcun cammino democratico, quindi l’unica via possibile è evitare che il vicino Bahrein dia il cattivo esempio.

Il miliardario saudita, il principe Alwaleed bin Talal, ha deciso di aprire nella capitale bahreinita Manama il suo gigante mediatico Rotana group con Alarab, un canale di news che andrà in onda 24 ore su 24 in cooperazione con Bloomberg.

La qatarina Al Jazeera con base a Doha ha dato una lezione a tutti su come i media possano ottenere senza vittime gli stessi risultati delle armi. Molti ritengono che Al Jazeera abbia giocato un ruolo importante nella primavera araba orientandosi come una proiezione della politica estera del Qatar nel mondo arabo. Quindi costante copertura mediatica e budget illimitati per la Libia dove il Qatar ha partecipato all’intervento militare del 2011 come primo Paese arabo, e un po’ più discreta in Bahrein dove regnano gli Al Khalifa. Se l’esercito Peninsula Shield Force non riesce a placare le rivolte a Manama, la soluzione alternativa dei sauditi sembra essere quella di persuadere la popolazione con un bombardamento mediatico direttamente dall’interno con la nuova Alarab.

Molti hanno considerato questa iniziativa saudita come una forma di colonialismo, soprattutto dopo la proposta dell’Arabia Saudita di creare un’unione con il Bahrain e condividere politica estera, difesa, sistema finanziario. La proposta era stata estesa a tutti i Paesi del GCC ma solo Arabia Saudita e Bahrein hanno mostrato entusiasmo. Qatar, Kuwait, Oman e Emirati Arabi Uniti hanno goffamente rimandato la cosa tentando di non mostrare troppo disgusto, lasciando all’osservatore esterno l’impressione che il colosso saudita, non potendo contenere le rivolte, voglia inglobare l’isoletta del Bahrein.

Immagine: cc

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