Elezioni in Tunisia. Il volto moderato di Ennahda
Antonella Vicini 30 September 2011

Moderno nel modo di proporsi, nel suo programma politico e nel modo di comunicare e allo stesso tempo legato a un tipo di strategia più tradizionale che lo accomuna a più noti movimenti come Hamas, Hezbollah e in parte i Fratelli Musulmani, fatta di prediche nelle moschee e di quell’assistenzialismo caritatevole nei confronti delle famiglie più povere che crea una rete di dipendenza e di consensi. Non ultima la trovata dei matrimoni collettivi, tutti spesati dal partito, grazie anche ai fondi che, si dice, arrivano dai Paesi del Golfo. Eppure, al di là dei timori che Ennahda possa rappresentare una svolta islamista nella laica Tunsia, i reppresentanti del movimento si affannano a ribadire che manterranno tutte le riforme sociali dell’era di Bourghiba. Anzi, Hamadi Jebali, segretario generale e portavoce del gruppo, assicura che verrà rispettato quanto prescritto nel Code du statut personnel, entrato in vigore nel 1957 con una serie di leggi progressiste particolarmente attente all’eguaglianza uomo-donna.

Jebali ha parlato di questo anche durante lo scorso Meeting di Rimini, uno scenario inconsueto per lui. A portarcelo è stato un italiano, e questa è un’altra nota particolare. Giacomo Fiaschi, che dagli anni Novanta anni vive a Tunisi, è diventato recentemente il consigliere politico per le relazioni con l’Italia di Ennahada: lui che non è né musulmano, né iscritto al partito. Si tratta di una scelta che fa riflettere sulle ambizioni del movimento e sulla sua volontà di uscire fuori dai confini nazionali e di intessere relazioni diplomatiche all’estero.

“È la necessità di creare legami forti con l’Europa e soprattutto con i vicini di casa, vista anche la questione di Lampedusa”. Così Giacomo Fiaschi, che dal suo sito si presenta come un esperto di comunicazione, spiega il perché della sua collaborazione con Ennahda: “mi chiesero di far conoscere agli italiani il movimento e ho accettato”.

“Non è solo un modo per facilitare i contatti e le relazioni con l’Italia, ma è anche una precisa volontà di testimoniare che Ennahda non è un movimento religioso e non punta alla teocrazia. L’attuale classe dirigente è sostenitrice di un’idea di stato neutrale. Uso il termine neutrale e non laico se con laico si intende antireligioso”. Ennahda, nelle parole del suo consigliere politico, diventa così un partito non solo vicino all’AKP di Erdogan (un legame confermato anche nel corso del viaggio del leader turco in Tunisia), ma, volendo fare un paragone un po’ insolito, simile “alla Democrazia Cristiana degli anni ’50: cioè uno spirito che si basa su una identità nazionale fondata su un comune sentire”. Che nel caso della Tunisia si ritroverebbe nella sua identità arabo-musulmana.

“Ennahada non è il solo gruppo politico in Tunisia che si ispira all’islam – prosegue Fiaschi – e non è certo il meno moderato”. Il riferimento è anche al Parti Tahrir, tuttora illegale. Presentando il programma elettorale, Rachid Gannouchi, storico leader del partito, ha affermato che si vuole “mettere in atto un modello di sviluppo nazionale fondato sui valori islamici”.

“Iniziative e interventi economici sostanziali, partendo dal territorio – sottolinea ancora Fiaschi – come il ridefinire, ad esempio, il ruolo dei governatori, perché la Tunisia è un territorio molto vario con esigenze diverse a seconda della zona. C’è poi la questione della disoccupazione giovanile e la necessità di trovare delle alternative qui, per far sì che molti tunisini non fuggano dal loro Paese. Sono queste le priorità del momento”.

Eppure al di là di un programma in cui il nome di Dio appare una sola volta, nelle ultime pagine (Dio l’Eccelso ha detto: Dio non può cambiare lo stato di un popolo, prima che non muti ciò che è in lui) e di un’immagine misurata, è indubbio che negli ultimi mesi in Tunisia si siano verificati fenomeni di insofferenza, se non di vera e propria intolleranza, da parte di gruppi più integralisti nei confronti di situazioni fino ad allora assolutamente comuni e accettate. Il riferimento è, ad esempio, all’attacco al cinema AfricaArt durante la proiezione del film della regista Nadia Al Fani “Ni Allah, ni maître” (Né Dio, né padrone) – presentato a Cannes col titolo “Laïcité inch’Allah” – o contro i venditori clandestini di bibite alcooliche, lo scorso settembre nel governatorato di Biserta, dove sono dovute intervenire le forze dell’ordine per sedare gli scontri tra elementi fondamentalisti e altre persone del posto. E ancora, a Kef, un gruppo di salafiti avrebbe occupato l’antica basilica bizantina per trasformarla in una moschea. Le forze dell’ordine sono intervenute in maniera pacifica, ha riferito un portavoce del ministero dell’Interno, e i salafiti sono stati invitati a presentare una domanda ufficiale al ministero del Culto. Per Fiaschi “si tratta di episodi provocatori”.

“Il partito e Gannouchi in particolare hanno preso le distanze in maniera forte da certi eventi. Ci sono state condanne senza se e senza ma”, afferma e prosegue:“qualsiasi forma di manifestazione violenta e priva di tolleranza non è partecipata né tollerata”.

Stando a uno dei cablogrammi pubblicati da Wikileaks, i timori di molti su Ennahada potrebbero non appartenere agli Stati Uniti, neanche in piena era Ben Ali, quando la rappresentanza diplomatica Usa manteneva buoni rapporti con i membri del partito rimasti nel Paese, prendendo da loro le informazioni necessarie a capire il ruolo dell’islam in Tunisia e in Medio Oriente.

Ziad Doulatli era una delle amicizie dell’ambasciatore William Hudson a Tunisi, colui che era incaricato far comprendere la moderatezza del suo gruppo. E non solo. Wikileaks tira fuori una serie di documenti relativi a incontri avvenuti nel 2006, durante i quali, ad esempio, i funzionari americani tentano di capire attraverso il contributo del partito islamico, all’epoca fuori legge, l’importanza di Hezbollah nella guerra tra Libano e Israele nell’estate del 2006. Non è chiaro se tutti i membri di Ennahda fossero assidui frequentatori dell’ambasciata Usa a Tunisi, quello che è certo è che i suoi rappresentanti più influenti hanno dialogato per molti anni con gli Stati Uniti offrendosi come intermediari tra gli Usa e il mondo islamico e sperando già allora in un loro riconoscimento e nel loro sostegno.