Tunisia al voto. Valzer di numeri per i partiti in lizza
Antonella Vicini 29 September 2011

Un’esplosione di cifre, in Tunisia, che fa il paio con quell’ubriacatura politica seguita al 14 gennaio. Non a caso tra gennaio e agosto sono stati creati o legalizzati circa cento partiti. Per quel che riguarda le liste presentate per il voto del 23 ottobre, Mourad Mouli, membro dell’Isie, l’Instance Supérieure Indépendante pour les Elections, ha sottolineato la necessità di rispettare i principi di parità e di alternanza uomo-donna. A conti fatti, però, su totale di circa 1700 liste solo il 5% è guidato da donne. Per i partiti la proporzione è tre su centocinque: la leader del Parti Tunisien è Meriem Mnaouar, Maya Jribi è a capo del PDP e il Mouvement démocratique de l’édification et de la réforme ha la sua Emna Mansour Karoui.

Era questa un’altra di quelle regole essenziali che si poneva l’obiettivo di garantire il massimo equilibrio tra le parti. Come quella che ha impedito di fare pubblicità elettorale a partire dal 12 settembre per evitare che i partiti più grandi, forti e organizzati, anche dal punto di vista economico, possano prendere il sopravvento su questa galassia di gruppi e gruppuscoli. La verità è che a fronte di un numero così elevato di movimenti l’elettorato sarà spezzettato facendo così il gioco dei partiti maggiori. E quando si parla di partiti maggiori, ora in Tunisia, si parla di Ennahada.

Hizb al-Nahda, il partito della rinascita islamica, è stato fuori legge dal 1989 fino a marzo 2011. Illegale anche il suo giornale Al-Fajr, il cui direttore, Hamadi Jebali, fu condannato a sedici anni di carcere nel 1992. Considerata la sua storia, le sue possibilità economiche e la sua organizzazione, non è difficile comprendere il perché sia uno dei favoriti per le consultazioni, attirando a sé non solo i più conservatori, ma anche i moderati, gli indecisi e quelli che genericamente aspirano a qualcosa di nuovo rispetto al passato. Secondo gli ultimi sondaggi Ennahada è al primo posto per preferenze, seguito dal Parti démocrate progressiste (PDP), dal Ettajdid Movement, dal Forum démocratique pour le travail et les libertés (FDTL) e dal Mouvement des Dèmocrates Socialistes (MDS), tutti gruppi, escluso il primo, che erano attivi anche durante l’era Ben Ali. Nel panorama generale, sembrano ben rappresentati poi per il numeri di liste anche il Parti communiste des ouvriers de Tunisie (PCOT) con 14 liste, di estrema sinistra marxista, il Parti communiste tunisien (PCT) con 9 liste, Parti de la Réforme et du Développement Tunisie, con 8 liste.

I numeri sono variabili, ma ciò che salta all’occhio è che il movimento islamico stacca anche di 20 punti percentuale gli altri. Ed una delle ragioni è anche che non era legato al vecchio regime. Uno dei timori più diffusi tra l’elettorato, infatti, è questo. Le regole per evitarlo sono state dettate sulla base del livello di coinvolgimento con l’ancien régime, escludendo (articolo 15 del decreto legge del 10 marzo 2011) coloro che hanno avuto un ruolo nel precedente esecutivo – eccezion fatta per chi non era iscritto al RCD –, i membri del partito con un’anzianità di almeno dieci anni e coloro che avevano chiesto la candidatura di Ben Ali per le presidenziali 2014 (la lista dei mounachidine). Ma è difficile cancellare di colpo le trame e gli intrecci di più di vent’anni di potere.

L’RCD, il partito fondato da Ben Ali nel 1988 sulla scorta del Neo Destour di Habib Bourghiba e del Partit socialiste destourine, al di là dei vari nomi, ha governato di fatto il Paese per circa mezzo secolo. L’RCD dallo scorso marzo non esiste più, ma chi ne faceva parte a vario titolo sì.

“Sono stati messi al bando solo coloro che rivestivano ruoli di prestigio e il cui nome era tra coloro avevo sostenuto la candidatura di Ben Ali alle elezioni del 2014. Ma si tratta di un limite parziale perché possono comunque prendere parte alla vita politica, essere membri di un partito, con il solo obbligo di non presentarsi alle elezioni. Così hanno delegato altri al loro posto. Hanno comunque delle possibilità di vincere, visto il denaro a loro disposizione”.

Così parla dei gattopardi tunisini Abdel Haj Ali, uno degli attivisti dell’Union générale des étudiants de Tunisie. Lui è di Sousse, città costiera che come altre zone turistiche sta subendo fortemente l’instabilità economica del dopo rivoluzione. Insieme ad altri giovani ha presidiato per settimane l’Ente del Turismo locale, prima che fossero sgomberati dalle forze dell’ordine, e ora si ritrova un suo concittadino, profondamente invischiato con il regime, alla guida di un partito nuovo di zecca nato a febbraio. “Al Watan” è il nome del gruppo di tendenza centrista, mentre il suo leader è Mohamed Jegham, che negli anni passati era stato ministro del Turismo, ministro del Commercio e anche dell’Interno. E come lui c’è anche Kamel Morjen, ex ministro degli Esteri che ha creato il partito “Al Moubadara”, lo scorso marzo. A sentir parlare Abdel, il panorama dei partiti lascia ben poco spazio alla speranza. Neanche Ennahda fa eccezione.

“Tutti in Tunisia sanno che hanno a disposizione un budget consistente grazie ai soldi che gli arrivano dai Paesi del Golfo e in particolare dal Qatar perché hanno la stessa mentalità. La loro strategia è quella di dare assistenza alle persone più povere per comprarsi la loro voce. Come l’ultima trovata di organizzare matrimoni collettivi, completamente spesati da loro. I leader di Ennahada parlano pubblicamente di democrazia e di libertà delle donne, ma il pensiero della maggior parte di loro, soprattutto dei giovani, è molto conservativo e antidemocratico. Ora ad esempio stanno creando un’altra organizzazione di studenti universitari di tendenza di destra per rompere la nostra unione”.

Il suo leader storico, Rashed Ghannouchi, durante la presentazione del loro programma elettorale, ha sottolineato che il movimento islamico tunisino vuole costruire “un regime democratico basato sui valori dell’Islam”. Un’idea ribadita anche nel nome del programma “Per una Tunisia della libertà, della giustizia e dello sviluppo”; programma che si apre con la formula classica: “Nel nome di Dio, clemente e misericordioso”. Ghannouchi ha parlato di identità arabo-musulama, di lotta alla corruzione e alla disoccupazione, ma anche di uguaglianza uomo-donna. E ha presentato due donne come capolista.