La saggezza dell’Islam e il silenzio sulla sharia
Giuliano Amato 20 May 2009

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Sole 24 Ore il 17 maggio 2009 a pagina 1 e 9

Tante cose sono accadute in questi giorni che meriterebbero un commento e forse ci si aspetta che io dica oggi la mia sui temi dell’immigrazione. Ma su di essi il nostro giornale ha ospitato mercoledì scorso una bellissima intervista di Giuseppe Pisanu, mentre io mi sono trovato proprio ieri con la prima risposta di uno degli intellettuali islamici che il 5 aprile avevo sollecitato da queste colonne a prendere posizione sulla legge afgana contro i diritti delle donne. Non posso lasciarla cadere, così come non posso lasciar cadere il fatto che altri, e in primo luogo Tariq Ramadan, siano rimasti invece in silenzio.

Dal sito “Resetdoc.org” mi ha risposto Abu Zayd, docente nelle università olandesi di Leiden e Utrecht e noto per le sue esegesi del Corano volte a chiarire e quindi a limitare l’influenza dei successivi contesti storici sul significato da dare alle parole che vi leggiamo. Su questa base, la condanna della legge afgana da parte di Abu Zaid è nettissima. “La regressiva decisione assunta dal governo afgano sotto la pressione dei gruppi integralisti – egli scrive – segna un ritorno al Medio Evo. La sharia rivendicata da quei gruppi radicali, e persino da altri gruppi che amano definirsi moderati, non è che la formulazione di gruppi simili operanti nell’islam medievale…Se confrontata con il dibattito giuridico dei pionieri del diritto islamico, questa sharia è assolutamente lontana dal palese significato delle fonti fondamentali dell’islam. Rispetto alla definizione del matrimonio presente nella sharia, dove il contratto matrimoniale è un contratto di compravendita e la donna è mercificata, il Corano pone il matrimonio in una posizione molto elevata”.

“Nel processo creativo della riproduzione – prosegue Abu Zayd – uomo e donna sono partner uguali. E’ nel campo della vita sociale che il Corano riconosce le differenze e cerca di modificare la società maschilista…Queste differenze furono invece legittimate e ulteriormente sviluppate nel senso opposto a quello del Corano dai giuristi che formularono la sharia. La sharia, in definitiva, non è che una interpretazione storica del Corano espressa secondo norme medievali a cui il Corano stesso si oppone. Il problema e la sfida che si pone oggi ai musulmani è di riconoscere, rispettare e attuare, in una società qual è quella moderna in cui l’uguaglianza, la libertà e i diritti umani sono la regola, l’assoluta parità così com’è stabilita dal Corano al più alto livello. Riusciremo a promuovere i contenuti sociali del Corano ad una sfera cosmologica, etica e spirituale o continueremo il declassamento medievale dei suoi valori?”.

Non c’è solo questo nello scritto di Abu Zayd. Per non essere trascinato nella trappola delle interpretazioni contrapposte dei testi, egli corrobora la sua tesi con i concreti comportamenti di Maometto nei confronti delle donne. Ricorda che fu un marito affettuoso e un padre amorevole per le sue figlie e che “non alzò mai la voce contro di loro”. Arrivò anche ad opporsi al desiderio di Alì, suo cugino e genero, quando questi voleva prendere una seconda moglie (oltre a Fatima, figlia proprio di Maometto). “Gli integralisti devono dirci se Maometto agì in contrasto con il Corano. Oppure devono capire che la poligamia è soltanto tollerata, non è un diritto giuridico”.

E’ di cruciale importanza che testi come questo siano conosciuti e valorizzati. Troppi di noi, influenzati da ciò che più ha spicco nei mass media, sono indotti a pensare che l’islam e il Corano coincidano proprio con quelle interpretazioni integraliste figlie dell’arretratezza, che non a caso prevalgono tutt’ora nei paesi arretrati. E’ un errore gravissimo e del resto, per prenderne atto, basterebbe che guardassimo, oltre ai mass media, a ciò che abbiamo intorno nella quotidianità delle nostre vite. Io venerdì ho partecipato alla cerimonia di consegna delle lauree all’American University di Roma e in essa il messaggio spirituale lo ha svolto l’Imam Sheik Osama con parole che non sono state diverse, per le tante ragazze che si laureavano, da quelle di un sacerdote cristiano.

Ma il primo problema è far arrivare voci come quella di Abu Zayd nei paesi dove cresce la forza dei talebani, è quindi farle arrivare in Afghanistan, dove quella sciagurata legge è ancora vigente e dove le donne che reagiscono sono disperatamente sole e minoritarie. Ciò che è accaduto laggiù da quando ne scrissi la volta scorsa non ha fatto che confermarlo. C’è stata la manifestazione del 15 aprile a Kabul di poco più di trecento donne, assediate da una debordante maggioranza di uomini giovani e adulti, che le insultavano (“prostitute”, gridavano) e minacciavano di morte gli “schiavi dei cristiani”. E c’è stato, tre giorni prima, l’omicidio a Kandahar di Sitara Achakzai, nota per la sua partecipazione alle lotte femminili, che stava uscendo di casa quando è stata raggiunta dai colpi di pistola dei suoi assassini.

Davanti a tutto questo posso solo constatare che una condanna della sharia come quella di Abu Zayd è la classica rondine che non fa primavera. E lo è perché da sola non ha alcuna forza per modificare gli orientamenti che prevalgono a Kabul. Non sarebbe così, se fosse accompagnata dalla mobilitazione di tutti gli islamici che la pensano allo stesso modo e che, veicolati anche loro dai mass media in Europa come in Afghanistan, otterrebbero almeno un primo ed essenziale risultato: quello di tappare la bocca ai tanti che là hanno facile gioco sostenendo, come sostengono, che “non possiamo farci dire dai ministri della Nato quello che dobbiamo fare”.

E qui vedo crescere con inquietudine le responsabilità dell’intellettuale islamico che più sa farsi ascoltare e la cui voce ha quindi la risonanza più vasta, Tariq Ramadan. Anche a lui avevo chiesto di intervenire, lui è perfettamente informato della mia richiesta, ma sinora ha taciuto. Conoscendo ciò che ha scritto, avevo messo le mani avanti ed escluso che un suo silenzio potesse avere giustificazione alcuna. Non l’avrebbe nel timore che qui si pretenda da lui o da altri di giustificarsi per l’estremismo dei talebani, perché non è questo che gli si chiede, gli si chiede puramente e semplicemente di condannarlo. Né l’avrebbe nel timore di prendere troppo le distanze da ciò che pensa la maggioranza dei musulmani, e quindi di non esserne ascoltati, perché se non si trova il coraggio di dire su un tema del genere quello che si ritiene giusto in base al Corano, allora è meglio rinunciare ad essere maitre à penser.

Mi si dice ora che Ramadan ha promesso di rispondere e che parteciperà con me a una tavola rotonda il 2 giugno sui temi del multiculturalismo in Europa. Spero bene che non si sia riservato di rispondermi lì. A parte che il tema è diverso, il calendario degli interventi utili a fare qualcosa per le donne afghane non è quello delle nostre tavole rotonde. E la risposta lui la deve a loro, non a me.

Giuliano Amato è professore emerito dell’Istituto Europeo di Firenze e tiene ogni anno seminari alla Law School della Columbia University. Parlamentare italiano per 18 anni, è stato ministro del Tesoro, ministro degli Interni e ministro per le Riforme Costituzionali e due volte Primo Ministro (nel 1992/1993 e nel 2000/2001). E’ stato anche vicepresidente della Convenzione sul Futuro dell’Europa (2002/2003). Attualmente presiede l’Istituto della Enciclopedia Italiana e il Centro studi americani di Roma. E’ membro del Consiglio direttivo di Resetdoc.

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