Il regime scricchiola, ma gli Usa non intervengano
Hossein Bashiriyeh intervistato da Danny Postel 27 January 2010

Questa intervista è stata originariamente pubblicata, in una versione più lunga, dalla rivista Logos. È stata condotta via mail tra il luglio e l’agosto del 2009.

Da autore di un classico sulla rivoluzione iraniana (The State and Revolution in Iran) e che lavora in chiave comparativa sui contesti transnazionali, quali sono le Sue impressioni su quello che sta succedendo in Iran dopo le elezioni presidenziali del 12 giugno?

Il vero significato del dopo elezioni in Iran va individuato nell’intensificazione dei contrasti in termini di coesione e unità di lunga data. Questa crisi è partita negli anni Ottanta, sotto Khomeini stesso. Solo che fino ad ora queste divisioni interne non hanno mai condotto a una mobilitazione politica e a una repressione di tali proporzioni. Fin dall’inizio lo Stato islamico era consapevole delle sue divisioni interne in materia di politica economica, di interpretazione della legge islamica, dell’enfasi sulla natura repubblicana o islamica della Costituzione e così via. Negli anni Ottanta sono emersi due partiti: il Partito della tradizione e quello dei khomeinisti; il primo sostenente il non intervento dello Stato negli affari economici e con una giurisprudenza tradizionale, il secondo invocante l’intervento dello Stato e forme di redistribuzione, oltre a una giurisprudenza dinamica. Solo che la gestione di Khomeini riusciva a contenere le due posizioni.

Non è mai accaduto negli ultimi trent’anni della Repubblica islamica che si assistesse a una tale mobilitazione politica. Perché proprio adesso, secondo Lei?

Ovviamente la mobilitazione di massa o di un gran numero di persone per scopi politici – specie se sotto un regime autoritario o in forma polarizzata – non accade facilmente o di frequente; è solo in circostanze speciali e particolari che leader politici o partiti riescono effettivamente ad attirare le masse nelle strade, come è successo dopo le elezioni in Iran. Detto questo, dovremmo cercare di capire quali sono state queste condizioni e circostanze speciali. Poiché la mobilitazione di massa è rara in caso di regimi politici autoritari, ne va da sé che essa non può essere spiegata in termini di quelle che sono condizioni «normali» del regime, ovvero problemi economici e crisi, incapacità di governo, diffuso malcontento popolare e repressione politica. Sebbene questi concorrano effettivamente nell’affermare la mobilitazione, questa richiede meccanismi specifici per emergere, ed è attraverso questi meccanismi che le premesse possono articolarsi. Come insegna la storia delle rivolte di massa, si tratta di un fenomeno non meccanico, che non nasce solo da condizioni politiche e socio-economiche insostenibili in sé: è il fattore «soggettivo» che si innesca su condizioni oggettive a fare da catalizzatore.

Qualche sera fa in una discussione tenutasi a Chicago, il sociologo Ahmad Sadri ha sostenuto che siamo di fronte «all’inizio della fine della Repubblica islamica». Lei è d’accordo?

La repubblica islamica si è vantata, sin dal suo esordio, di basarsi almeno parzialmente sul consenso e sul supporto popolare; uno potrebbe dire che nella concezione della repubblica islamica la parola repubblica come sostantivo è più importante dell’aggettivo islamico (almeno nella lingua persiana sono questi i rapporti di gerarchia che intercorrono tra aggettivi e sostantivi). Le elezioni si sono svolte regolarmente e persino i leader supremi considerano la partecipazione popolare e le elezioni come le basi del sistema politico. Ovviamente, da quel che sappiamo, le elezioni nella repubblica islamica sono ristrette, nel senso che tutti i candidati devono essere ritenuti attendibili e qualificati dal Concilio dei guardiani, che è il braccio giuridico del leader supremo. In ogni caso, secondo una posizione che gode ormai di un seguito di massa, il regime attuale non avrebbe rispettato le condizioni delle elezioni già istituzionalmente ristrette. Dei quattro fattori che garantiscono la stabilità di regime – legittimità, efficienza, unità delle élite al comando e capacità coercitiva – sembra che solo l’ultimo sia ancora in funzione. L’unità delle élite della repubblica islamica è stata in qualche modo danneggiata. Le faziosità sono sempre esistite: l’intervento dello Stato contro il non-intervento, la modernizzazione socio-economica contro il rispetto della tradizione, l’islamizzazione contro la democratizzazione sono stati i punti di contesa e discussione principali nella vita della repubblica islamica negli ultimi trent’anni. In un certo senso però tutte queste contese e divergenze si sono mantenute su un piano non antagonistico, mentre il significato degli scontri recenti è che hanno assunto un valore di conflitto. Diversi partiti riformisti e moderati, considerati parte della famiglia della rivoluzione khomeinista, adesso vengono etichettati come controrivoluzionari. L’unità delle élite di governo è ormai intaccata, nuove fazioni sono all’ordine del giorno, prima di tutto tra riformisti e fondamentalisti, poi all’interno delle istituzioni clericali e nelle élite militari.

In merito alla leadership del movimento, alcuni si chiedono se ce ne sia effettivamente una. Moussavi è davvero il leader, o viene trascinato da esso? Se questo ha una struttura orizzontale o decentralizzata, è una forza, una debolezza o nessuna delle due? E cosa significa per la direzione in cui si propone di andare?

Di solito i leader dei movimenti rivoluzionari o di opposizione possono essere classificati in tre categorie: mobilizzatori/oratori, ideologi e manager. A volte tutte e tre le tipologie si trovano nello stesso leader, ma è raro. L’ayatollah Khomeini era un ideologo e mobilizzatore/oratore, ma la direzione del movimento era lasciata ai leader locali, mentre lui era in esilio. Lenin era una combinazione di tutti e tre, come Mao. Nel caso dell’opposizione verde di oggi in Iran, il ruolo della leaderhsip non è concentrato in una sola persona, così le tre funzioni della leadership non sono riscontrabili da nessuna parte. Non c’è un leader ideologico, nel senso di importanti teorizzazioni ideologiche, è un movimento più democratico che a tesi, le aspirazioni dei dimostranti sono abbastanza chiare e alcune di esse trovano legittimità nella Costituzione islamica attuale. Le frasi e i pronunciamenti di Moussavi e Karroubi così come quelle del clero di alto profilo come Montazeri, Saanei e Kadiva, riflettono perfettamente gli obiettivi del movimento. Per diventare più offensiva, l’ideologia del movimento deve distaccarsi dalle tendenze teocratiche dominanti nella Costituzione; ed è proprio questo quello che l’opposizione politica attuale sembra riluttante a fare.

Qual è la Sua opinione sull’eventuale intervento di paesi stranieri (Stati Uniti o altri) in Iran?

Concordo con coloro che non lo ritengono opportuno. Anche io ritengo che un intervento esterno finirebbe col legittimare un regime ormai in grave crisi di legittimità e alienerebbe un movimento di opposizione e di inclinazione democratica in crescita; movimento che si aspetta comunque sostegno da parte di tutte le nazioni democratiche. Credo che al momento la cosa peggiore che possano fare gli Stati Uniti sia perseguire una politica di intervento, dato che il regime è già in brutte condizioni in Iran. Avrebbero dovuto farlo quando il regime era in forze, durante la presidenza di Khatami (i fondamentalisti islamici erano all’opposizione all’epoca). Come sappiamo, le decisioni razionali in campo di politica estera devono tenere conto di molti fattori – il clima politico attuale, le reazioni degli altri leader, conseguenze previste e impreviste. Un paese non può prendere decisioni solo per reagire alle politiche dell’amministrazione precedente. Un fattore importante da tenere in considerazione in questo caso (a discapito delle questioni di sicurezza locale o internazionale) è l’impatto che un intervento esterno potrebbe avere, a breve o lungo termine, sull’opposizione democratica iraniana.

Hossein Bashiriyeh è uno dei più autorevoli politologi iraniani contemporanei. Padre della sociologia politica in Iran, ha insegnato fino al 2007 nell’Università di Teheran. Ha tradotto in persiano numerosi classici come il Leviatano di Thomas Hobbes. Tra i suoi libri tradotti in inglese, State and Revolution in Iran, un’analisi gramsciana della rivoluzione del 1979. Tra le sue opere recenti, Political Science for Everyone (2001), An Introduction to the Political Sociology of Iran: The Era of the Islamic Republic (2002), e Transition to Democracy: Theoretical Issues (2006).

Danny Postel è autore di Reading “Legitimation Crisis” in Tehran: Iran and the Future of Liberalism (2006).

Traduzione di Claudia Durastanti

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