Il lungo cammino della primavera araba
Soli Özel 13 October 2011

Quasi in tutti gli aspetti di ciò che sta accadendo nei paesi arabi sono stati affrontati. Sono d’accordo con Akeel Bilgrami sul fatto che, grazie ad Al Jazeera e altri fattori, in questa regione del mondo uno spazio pubblico transnazionale esisteva già prima della Primavera araba.

Benché le rivoluzioni non siano prevedibili – potremmo passare le nostre vite a chiederci quale sia la loro causa – le rivolte arabe, in qualche modo, erano attese da tutti; vi erano solo alcuni dubbi sul quando si sarebbero scatenate.

Credo che tre date e tre avvenimenti siano cruciali per la comprensione di ciò che sta accadendo in Tunisia, in Egitto e negli altri paesi della regione. Primi fra tutti l’11 settembre e il progetto jihadista, che esso abbia raggiunto i propri obiettivi o meno. Infatti, che abbia o meno contribuito a risvegliare le società musulmane o arabe, esso ha certamente ottenuto che gli Stati Uniti reagissero nel modo che probabilmente Al Qaeda si aspettava, e questo è stato un primo fattore determinante.

La seconda data è il 2002, con la pubblicazione dell’Arab Human Development Report, un rapporto che riguardava in maniera specifica i paesi arabi, stilato da sociologi arabi per ottenere una immagine nitida di quelle società. I risultati ottenuti di questo tipo di rapporti, in un modo o nell’altro, anche indirettamente, hanno trovato il modo di insinuarsi nella coscienza pubblica.

Il terzo avvenimento è la guerra in Iraq, cominciata nel 2003. Abbiamo parlato di rivolte e rivoluzioni, e ci siamo chiesti se esse possano trasformarsi in qualcosa di simile alla guerra in Iraq. La definizione corrente di rivoluzione è il cambiamento nella base sociale del potere politico: l’invasione americana in Iraq ha fatto precisamente questo, ha distrutto la base sociale del potere politico e ha dato ai non-arabi e agli arabi non-sunniti un grande potere, con ripercussioni in tutto il mondo arabo che nessuno avrebbe mai previsto. Si può essere contrari alla guerra in Iraq e credo che tutti debbano esserlo, ma ormai la guerra è avvenuta e una delle sue conseguenze è stato appunto il cambiamento rivoluzionario nella costruzione del potere politico in Iraq; cambiamento che per ovvi motivi ha avuto un certo impatto in tutto il Medio oriente.

Dal momento che ormai è impossibile disfare ciò che è stato fatto, dobbiamo però ricordare che ciò che Al Jazeera ha mostrato è stata, da una parte, la possibilità di indire delle elezioni nel bel mezzo di una guerra civile incredibilmente feroce e tragica, e, dall’altra, la possibilità di fare delle elezioni in condizioni di occupazione, sia in Palestina che in Iraq: e proprio questi sono gli unici due esempi di elezioni praticamente libere nel mondo arabo contemporaneo.

Credo che tutto questo si sia in qualche modo accumulato, fino alla decisione tragicamente definitiva di Bouazizi, che non ha attaccato la polizia né ha indossato una cintura esplosiva, dandosi fuoco invece in un centro commerciale: non ha scaricato su altri la responsabilità di ciò che era accaduto a lui. Credo che vi sia stato un vero e proprio cambiamento nell’equilibrio del potere, ma anche dal punto di vista simbolico, nel modo in cui Bouazizi ha scelto di affrontare i problemi, la maggior parte dei quali sono nati dall’aumento dei prezzi del cibo con effetti immediati sulla popolazione, fino al punto in cui un sistema profondamente corrotto è crollato.

Cosa succederà adesso? Le rivolte si trasformeranno in rivoluzioni? Forse è quello che accadrà in Tunisia. In Egitto la situazione sembra più complicata, benché almeno la base del potere politico sarà allargata grazie all’inclusione della Fratellanza musulmana. Una terza osservazione è che quest’onda rivoluzionaria, come quella iraniana, non include i contadini: sono tutti movimenti essenzialmente urbani.

Non sono d’accordo con Amato sul ruolo degli attori internazionali: se la guerra in Iraq ha avuto un imprevisto impatto positivo provocando una scossa nella regione, essa ha avuto anche un effetto negativo per gli Stati Uniti, riducendo il loro prestigio e il loro potere quasi a zero; nella regione, è il loro momento più debole dal 1945, poiché ora non possono neanche influenzare la politica estera egiziana, che si sta aprendo all’Iran e a Hamas.

Credo che la missione, storica, di Obama sia quella di avviare un ritiro ordinato degli Stati Uniti e di cominciare a concentrare l’attenzione dove è più necessario, ovvero sull’Asia meridionale e sui paesi del Golfo. Senza dubbio, l’industria militare è molto potente, ma dobbiamo considerare il fatto che gli Stati Uniti devono farsi prestare mille miliardi di dollari l’anno per la propria difesa: con una popolazione che sta invecchiando non possono tagliare l’assistenza sanitaria o prendere misure simili. Altrimenti incontreranno la resistenza della popolazione, proprio come è accaduto nel Wisconsin poco tempo fa.

Traduzione di Nicola Missaglia

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