Il caso belga e il ruolo dello Stato
Una conversazione con Hossam Shaker 31 July 2008

Come valuta le recenti elezioni tra i musulmani di Francia e la costituzione del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm)?

Credo che l’esperienza francese è sicuramente la più importante e allo stesso tempo la più problematica, per quanto concerne il panorama europeo. La Francia è il paese con il maggior numero di cittadini di religione musulmana in Europa e allo stesso tempo è un paese che ha sempre avuto una sua specificità nel trattare con le minoranze. Ma nonostante sia storicamente contraria al lavoro delle lobby comunitarie e preferisca rivolgersi al singolo cittadino, la Francia si è ritrovata promotrice di un Consiglio del culto musulmano, che ora rappresenta una larga fetta delle organizzazioni islamiche francesi.

Tra le critiche avanzate al Cfcm c’è quella dei metodi poco democratici. Lo Stato francese, inoltre, si intrometterebbe indirettamente per orientarne le iniziative. Cosa ne pensa?

Il Cfcm credo sia la sintesi di una ricerca del possibile, dopo 15 anni di attesa e immobilità. E’ curioso che la proposta sia nata da Sarkozy, che ha voluto il progetto con forza portando ad un tavolo comune le maggiori associazioni di musulmani di Francia nella loro diversità, e dopo le dure battaglie del passato. Ovviamente sarebbe stato auspicabile costruire il Consiglio attraverso un lavoro comune e condiviso tra lo Stato e le comunità islamiche, ma ciò non è sempre possibile, soprattutto nel caso dei musulmani in Francia, dove la comunità è numerosissima, variegata, divisa e con riferimenti etnici e culturali diversi. L’importante in questo caso è che lo Stato sappia fermarsi laddove inizia il ruolo delle associazioni islamiche.

Ci sono casi in cui questo equilibrio non si è verificato?

Il Belgio è il caso esemplare di intromissione a gamba tesa negli affari della comunità islamica. E’ successo che, dopo l’elezione democratica dei rappresentanti dei musulmani nell’Esecutivo dei musulmani del belgio, il ministero degli Interno ha decretato l’espulsione dall’esecutivo di alcuni leader democraticamente eletti, perché non ne condivideva gli approcci e alcune idee. E il problema maggiore è stata l’accondiscendenza da parte delle altre organizzazioni islamiche, che hanno legittimato con il loro silenzio assenso un pericoloso precedente. Se si sceglie la via democratica, allora lo Stato per primo deve essere coerente con i propri proclami, altrimenti è l’inizio della crisi e infatti oggi la realtà dei rapporti tra Stato e musulmani in Belgio è completamente bloccata.

Ma qual è la conseguenza di tutto ciò, soprattutto tra i musulmani?

Il problema centrale è che i musulmani si aspettano, giustamente, come tutti i gruppi con peculiarità etniche, che questi consigli rappresentino i loro interessi e le loro aspirazioni. Intromissioni gravi come quella che è avvenuta in Belgio minano gravemente la credibilità di alcune organizzazioni agli occhi dei loro correligionari, e questo crea un senso pericoloso di disorientamento sui reali rappresentanti dei musulmani. Soprattutto quando i paesi utilizzano questi Consigli per far passare leggi o regolamenti in chiave sempre più restrittiva nei confronti dei musulmani, con l’indiretto consenso di alcune leadership.

Un esempio?

Il caso della Francia è alquanto chiaro. Dopo alcune settimane dall’insediamento del Cfcm, il governo inizia a studiare la nuova legge contro il velo e le organizzazioni musulmane non trovano la forza e il coraggio di contrastare una simile proposta, e vengono così usati come legittimatori di una legge ovviamente diretta contro il diritto delle donne musulmane di portare il velo nei luoghi pubblici. In molti casi alcuni governi non riconoscono e non lasciano spazio alle singole comunità di esprimere liberamente le loro preoccupazioni e la difesa dei loro diritti. Le comunità vengono continuamente ridotte a doversi giustificare e dichiarare la propria innocenza. Un clima condizionato dall’autocensura da parte di alcuni leader musulmani, in cambio di un riconoscimento ufficiale. La paura maggiore è che lo spazio di rivendicazione dei diritti e di lotta alle molteplici forme di discriminazione passi in mano ad altre organizzazioni islamiche, con chiari orientamenti estremistici e con metodi provocatori.

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