L’ultimo discorso del dittatore arabo
Brahim El Guabli 2 March 2011

L’euforia della vittoria che gli arabi stanno vivendo in questi giorni non dovrebbe impedirci di prestare attenzione ai discorsi tenuti dai dittatori. Tali discorsi contengono una quantità di informazioni che, in futuro, potranno aiutarci a prevedere la strategia del dittatore prima che egli pronunci il suo discorso d’addio. Nell’ascoltare quelli tenuti da Mubarak e da Ben Ali, notiamo l’esistenza di alcuni elementi comuni:

1) La politica del bastone e della carota. Il presidente appare in televisione con un’espressione adirata che indica la sua intenzione di sterminare tutto il suo popolo. Lui è l’unica persona ad avere a cuore gli interessi del popolo. Così, dopo un trentennio di ibernazione al potere, si risveglia per far sapere che non consentirà ai ribelli di giocare con la sicurezza del Paese. Sua Eccellenza si aggrappa al diritto di portare a termine la propria missione, descritta nella Costituzione. Non rinuncerà nemmeno al più piccolo granello della dignità del suo popolo e della sua nazione. Il punto centrale del suo messaggio è la totale sovrapposizione tra il dittatore stesso e lo Stato. Il messaggio è chiaro: non c’è differenza tra lo Stato e le proprietà del dittatore.

2) Ammissione della necessità di riforme economiche e sociali. Questa è la prima volta, dopo decenni, che il dittatore ammette che il suo Paese non è il paradiso terrestre. Sembra che egli non si accorga di niente fino a quando non vede un massacro. Finché lui e la sua famiglia stanno bene, per estensione, stanno bene tutti gli altri. Ci sono voluti centinaia di cadaveri e migliaia di feriti per risvegliare il dittatore e fargli percepire, in un remoto angolo del cuore, che il popolo sta soffrendo. La sua risposta consiste nell’abbassare i prezzi, nel promettere posti di lavoro e, per la prima volta, un concreto piano di investimenti. Queste misure sono coerenti con una interpretazione riduttiva della lotta popolare; il popolo combatte solo per il pane e l’acqua. Queste misure dimostrano la sclerotizzazione del pensiero del dittatore e la sua incapacità di afferrare i segnali che il popolo gli lancia.

3) Una ferma intenzione di imporre l’equazione “o me o il caos”. Egli mette sullo stesso piano il proprio dominio e la sicurezza della nazione. E’ il massimo della tracotanza, dell’arroganza e del disprezzo del dittatore nei confronti del suo popolo. Il tema della sicurezza tocca una corda molto sensibile nella cultura araba, quella della sicurezza e della stabilità. Comprendiamo l’importanza dell’onore e la sacralità del sangue nella cultura araba islamica. Nel passato sono stati fatti degli sforzi per individuare un fondamento giuridico nella sharia allo scopo di legittimare la dittatura sostenendo che un «governante ingiusto è meglio di una continua discordia». Questa equazione è sbagliata, perché la sicurezza è un bisogno collettivo ed é una necessità sociale che tutti i membri della società provvedano gli uni agli altri mentre gli individui, non importa quanto forti essi siano, non possono garantire la sicurezza se la società rifiuta di collaborare. Quando un capo di Stato pone sullo stesso piano la continuità del proprio regime e la sicurezza sociale, egli si trasforma nel capo di una cosca mafiosa che prende il nome di uno Stato organizzato. Non riusciamo a vedere alcuna differenza tra un boss mafioso e il presidente di uno Stato di polizia le cui forze terrorizzano i cittadini.

4) I dimostranti sono terroristi. In questi discorsi possiamo decifrare uno sforzo autentico per descrivere come persone pacifiche i “veri” egiziani e i “veri” tunisini. Lo scopo è quello di attribuire le dimostrazioni a “terroristi” infiltrati. Questo toccante discorso rivela la stupidità politica dei dittatori perché mira a delegittimare il popolo e la sua lotta per il cambiamento. Se accettassimo che dietro alle dimostrazioni ci sono dei gruppi terroristici, dei proscritti e dei criminali, ciò non significherebbe che tutto l’apparato di sicurezza predisposto dai governi nel corso degli anni ha sbagliato e non è riuscito a sradicare quei gruppi? L’intera nazione è proscritta. I veri cittadini sono quelli che restano a casa, che non si interessano alla vita politica. Se un buon cittadino partecipa ad una dimostrazione, tradisce il fondamento della buona cittadinanza, vale a dire la totale sottomissione al regime dittatoriale.

5) Attribuire al dittatore l’immagine di una persona popolare, che conosce bene i sentimenti del suo popolo. Possiamo supporre che questa mossa miri a ridare una verginità politica al dittatore, avvicinandolo alla gente. Ben Ali è ricorso al dialetto tunisino –usando la parola battal, che nel linguaggio della strada significa “disoccupato”, per guadagnarsi le simpatie dei tanti giovani che, nel Paese, sono senza lavoro – anche se la lingua nella quale solitamente comunicava era il francese. Ci rendiamo conto che il linguaggio è uno strumento di persuasione molto potente e i regimi ne hanno fatto grande uso per indurre il popolo ad essere solidale con loro.

6) Dopo aver constatato che tutte le tecniche appena citate hanno fallito nel compito di creare sostegno al dittatore e al suo regime, la televisione nazionale annuncia una notizia dell’ultima ora: una decisione importante sarà annunciato al popolo. Questa è la prima volta che la parola “popolo” viene usata nel significato che le viene riconosciuto a livello internazionale. E’ la prima volta, dopo decenni, che la gente sente di essere un popolo, di esistere, e che a loro sarà rivolto un discorso. Il popolo era abituato ad essere destinatario di un discorso quando era il capo a volerlo e quando egli lo riteneva giusto. Queste occasioni non avevano niente a che vedere né con la storia del popolo né con le sue glorie passate. Sua Eccellenza appare in televisione, annuncia di aver sciolto il governo, dichiara che i suoi consiglieri lo hanno ingannato e, indirettamente, ammette di vivere in un luogo e in un tempo diversi dal luogo e dal tempo in cui vive il suo popolo. Il dittatore dichiara che non governerà oltre il suo mandato e spiega per quale motivo la leadership non può essere ereditata dai suoi figli. Il popolo è troppo grande per essere lasciato in eredità a qualcuno, la leadership è una cosa che va meritata. A questo punto il dittatore usa espressioni come: il “grande, pacifico e glorioso popolo”. Espressioni rimaste assenti dal suo vocabolario per decenni.

7) Il discorso del dittatore assume il tono di una richiesta di aiuto. Dopo anni trascorsi a servire il presidente, il costruttore, l’unificatore, l’unico coraggioso, il solo poeta, il solo intellettuale, colui che fa sorgere e tramontare il sole, il maggiore degli artisti, il grande timone, la salda barricata, il taumaturgo, l’elemento di stabilità. Dopo tutti questi anni passati a sostenere un individuo, il popolo è stupito di vederlo implorare in televisione di poter terminare il suo mandato, di poter morire nel suo Paese. Tutto ciò che il dittatore vuole, in questo momento, è salvarsi la vita e ottenere un’amnistia per poter godere dei miliardi di dollari sottratti al popolo in qualche desertico paese arabo. L’Europa e l’America sono un sogno irraggiungibile. I processi giudiziari in stile Pinochet lo aspettano. Mentre guardiamo il leader, avvertiamo le lacrime nei suoi occhi ma il suo cuore è arido per la permanenza troppo lunga al potere. Le lacrime si rifiutano di sgorgare, si rifiutano di essere usate per ingannare ancora il popolo. Siamo certi che se gli arabi avessero visto il loro leader piangere alla televisione lo avrebbero perdonato. Ma le lacrime si rifiutano di venire in aiuto alla dittatura. La dittatura è semplicemente contraria alla natura umana.

8) Abbiamo scoperto una superficialità culturale nei due leader arabi appena rovesciati. Abbiamo scoperto anche la loro incapacità di assimilare le rapide trasformazioni che avvengono attorno a loro. Quando il popolo ha iniziato a ripetere «rovesciamo il regime», quest’ultimo ha iniziato a fare concessioni alle quali avrebbe dovuto pensare molti anni fa. Il presidente nomina un vice-presidente, revoca lo stato di emergenza, oppure nomina una commissione per emendare la Costituzione. Misure finalizzate a guadagnare tempo, senza affrontare i problemi centrali per i quali il popolo ha fatto una rivoluzione. Queste misure frettolose, prese per placare gli animi, dimostrano la povertà intellettuale dei governanti, la loro confusione e la loro incapacità di risolvere pacificamente i conflitti con il loro popolo. Mentre i regimi si trascinavano ancora in una sorta di adolescenza politica, il popolo aveva raggiunto la maturità.

Queste sono alcune delle caratteristiche principali che i discorsi dei due dittatori arabi che sono stati rovesciati hanno in comune. Il rovesciamento di altri dittatori, la loro fuga e le parole che rivolgeranno al loro popolo dimostreranno la natura e la struttura del discorso del dittatore. Abbiamo scoperto, con queste parole, che la dittatura è come un uomo forte che ogni giorno allena i propri muscoli ma che non ha alcuna possibilità di vincere la battaglia contro la volontà popolare. Abbiamo scoperto che il dittatore ricorre ad ogni sorta di armi per restare al potere, dopo che le minacce hanno fallito. Non ci sorprenderemmo nel sentire che egli è ricorso alla poesia pre-islamica citando le grandi qualità degli arabi – l’ospitalità, la tolleranza, il rispetto per gli anziani, il provvedere a coloro che sono stati abbandonati (e i dittatori rovesciati rientrano in questa categoria) – al solo scopo di perorare la propria causa. Tuttavia, quel dittatore non citerà mai l’amore degli arabi per la libertà, il rispetto, la dignità, il coraggio e, particolarmente, il loro spirito rivoluzionario. Quest’ultimo è quello che i dittatori arabi in questi giorni vogliono eliminare dai vocabolari.

Brahim insegna lingua e cultura araba negli Stati Uniti. Il suo campo di ricerca include la letteratura araba, l islam e la società, la “berbérité” e l’islam tra i Berberi del Marocco sud-orientale.

Traduzione di Antonella Cesarini

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