Il petrolio e la «Gerusalemme curda»
Una conversazione con Ornella Sangiovanni 26 July 2010

La questione curda è di nuovo riemersa come maggiore fattore di instabilità in Iraq. Quali sono i punti di tensione con la parte araba del Paese?

All’origine dei contrasti c’è la gestione delle risorse petrolifere. A differenza del governo centrale di Baghdad, che non si è ancora dotato di una legge sullo sfruttamento dell’oro nero, il Kurdistan dispone da anni di una normativa – molto liberale e aperta agli investimenti stranieri – per lo sfruttamento del suo petrolio. Il governo di Erbil ha già firmato accordi con una ventina di compagnie senza consultare prima Baghdad. Quest’ultima reputa gli accordi illegali, proprio perché privi di una consultazione col governo centrale.

In sostanza, il governo del Kurdistan rivendica il potere di stipulare contratti con chi vuole in cambio della divisione dei proventi. Ma dal governo centrale si chiede che le regioni non possano legiferare in materia di risorse petrolifere, essendo l’oro nero un bene di tutto il popolo iracheno. Questo è il primo elemento di forte contenzioso.

Quali sono gli altri punti di contesa?

L’altra questione, in buona parte connessa al controllo del petrolio, è quella dei territori confinanti con la regione autonoma del Kurdistan, di cui il governo di Erbil rivendica il controllo. Il più emblematico è il centro petrolifero di Kirkuk. Si tratta di una città multietnica, abitata da arabi, turcomanni e curdi. Questi ultimi la vedono come la loro Gerusalemme e vorrebbero farne un domani la capitale di un Kurdistan indipendente. Negli anni ’80 Saddam Hussein fece una massiccia campagna di arabizzazione, scacciando migliaia di curdi e facendo insediare iracheni provenienti dal Sud. Tuttavia anche altre etnie, come quella turcomanna, hanno radici molto antiche in quella zona.

Cosa accadrebbe in caso di una guerra arabo-curda?

I curdi hanno a disposizione un esercito autonomo, composto da circa 80.000 peshmerga ben armati. In molti ambienti autorevoli si pensa che una guerra tra arabi iracheni e curdi per il controllo dei cosiddetti territori contesi possa avere come effetto quello di coinvolgere nel conflitto anche gli altri Paesi confinanti, a partire dalla Turchia, che non vuole correre il rischio di veder sorgere uno stato curdo ai suoi confini.

Un Kurdistan indipendente non rischia di essere più debole e isolato?

Infatti all’interno della stessa leadership curda ci sono posizioni diverse rispetto all’indipendenza. C’è un’ala più “radicale” che fa capo al presidente della regione federale del Kurdistan, Massud Barzani, leader del Partito democratico curdo (Kpd). Mentre c’è un fronte più “moderato”, vicino al presidente della repubblica irachena Jalal Talabani, leader dell’Unione patriottica curda (Puk). Il suo partito è consapevole che il sogno dell’indipendenza rimane una favola rinchiusa nella letteratura; anche perché, per quante ricchezze possa avere, un Kurdistan indipendente sarebbe uno stato chiuso, privo di uno sbocco a mare, costretto a far passare il suo petrolio per gli stati confinanti e ostili.

La posta in gioco è in realtà, più che una totale indipendenza, un federalismo esasperato che dia la possibilità alle regioni di decidere sulla gestione delle proprie risorse. Quando il Kurdistan vede allontanarsi questo tipo di federalismo, allora sbandiera la carta della secessione, e la tensione aumenta.

Una volta ritirati gli americani, chi garantirà la stabilità in quei “territori contesi”? Il comandante delle forze Usa in Iraq Raymond Odierno aveva proposto una forza di peacekeeping sotto egida Onu: una strada praticabile?

Quella della forza di peacekeeping era un’idea avanzata da Odierno in un’intervista ad Ap come alternativa all’integrazione dei peshmerga nell’esercito regolare iracheno: strada, secondo lui, più auspicabile. Il realtà c’è una forte preoccupazione attorno alle conseguenze del ritiro totale delle truppe americane. Se le tensioni tra curdi e arabi iracheni rimangono queste, in assenza di una forza cuscinetto, la situazione potrebbe andare totalmente fuori controllo.

Come verrebbe vista dai due lati una forza d’interposizione?

Dopo le dichiarazioni di Odierno la stampa araba ha riferito di reazioni contrastanti. Nel nord Iraq, al confine col Kurdistan, nella provincia a popolazione mista di Ninive, si leggeva di un rifiuto netto da parte degli arabi, spaventati che una forza d’interposizione potesse dividere la provincia. La parte curda, invece, si sente piuttosto favorevole. Dal canto loro, i turcomanni optano per una sistemazione dei contenziosi prima del ritiro delle truppe.

Quanto agli umori nella regione curda vera e propria, il portavoce dei peshmerga ha dichiarato di non avere bisogno di una forza di peacekeeping, perché col nuovo governo i contenziosi dovrebbero essere risolti direttamente “in casa”.

Nuovo governo che, a quattro mesi dalle elezioni, ancora non c’è…

Essenzialmente non si capisce a chi dovrebbe essere dato l’incarico di formarlo. In teoria spetta alla lista Iraqiya, guidata dall’ex primo ministro Iyad Allawi che ha vinto le elezioni, ma soltanto di due seggi, ed è quindi privo di una maggioranza parlamentare in grado di formare autonomamente il governo. Più indietro, di sole due misure, c’è il premier uscente Nouri al Maliki che vuole assolutamente un nuovo mandato. Per raggiungere l’obiettivo ha tentato di riunificare la sua coalizione col resto delle forze sciite, ma la cosa sta reggendo molto male, soprattutto perché c’è un grosso disaccordo sul candidato premier: la componente che fa capo a Moqtada al Sadr non è disposta a sostenere Maliki per un nuovo mandato. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai vincoli dati dal modello di attribuzione delle più alte cariche su base etnico confessionale. L’Iraq, col suo modello “alla libanese”, prevede un presidente della repubblica curdo, un presidente del parlamento sunnita, e un premier sciita. In campagna elettorale si era parlato di superare questa gabbia confessionale, ma in realtà è cambiato molto poco.

Questo modello politico compromette l’unità del paese?

Più che preludere a una divisione del paese, mette in atto una lottizzazione delle cariche di potere su base etnico-confessionale. Eppure, alle scorse elezioni ha vinto Allawy con una lista nazionalista. La cosa è significativa, perché proprio sulla bandiera del nazionalismo Allawy è riuscito ad avere successo nelle zone sunnite, ma anche nel Sud sciita. All’interno della sua coalizione c’è stato, tra l’altro, un coagulo di forze nazionaliste sunnite, alcune delle quali collegate a gruppi di resistenza armata. Questo rende molto più pericolosa un’eventuale emarginazione di Allawy. Se quelli che hanno abbandonato le armi per dare una chance alla politica si rendono conto che alla fine, col voto, il cambiamento non arriva, allora riprenderanno in mano il kalashnikov.