Million dollar babies a Kabul
Alessandra Cardinale 6 October 2009

Fahima saltella sul posto, tiene le braccia in posizione di guardia e carica un diretto, poi un gancio. A ogni colpo, il sacco nero rientra, dondola e il rumore ovattato del pugno rimbomba nella sala cavernosa. Fino al 2001 lo stadio nazionale di Kabul veniva utilizzato dai talebani per le esecuzioni pubbliche di donne e uomini, ora per le prime boxer afgane rappresenta la salvezza, un asilo dagli attentati nelle strade della città, dai militari nei carri armati o ai check-points e dalle proprie famiglie.

Si esercitano con grande serietà con l’hijab che sobbalza a ogni salto e le assorbe il sudore della fronte. “Colpisci più forte, dai, fallo!”, urla Shabnam Rahimi, una ragazzina di 15 anni, sorella di Fahima, così gracile da far sembrare i suoi guantoni fuori misura e la boxe una disciplina poco appropriata alla sua esile corporatura. L’allenamento è faticoso e reso ancora più duro dai mille strati di indumenti che le ragazze sono obbligate a indossare, velo compreso. Ma la posta in palio è altissima e possiede quel magnetismo e quella magia propri degli eventi speciali, le olimpiadi. Da un anno, questo gruppo vivace di ragazzine sogna a occhi aperti quello a cui tutti gli atleti aspirano, misurarsi nelle mitiche gare olimpiche, loro che ogni giorno sono obbligate a sfidare la vita. Ora che la boxe femminile è stata ammessa ai giochi olimpici del 2012 a Londra, il sogno potrebbe avverarsi.

Ad allenarle c’è il venticinquenne Tareq Shawl Azim, ex peso massimo, che con la famiglia lasciò l’Afghanistan dopo l’invasione sovietica del 1979: “Ma sapevo che prima o poi sarei tornato”, ha raccontato alla BBC. Tareq ha fatto anche di più: “Avevamo pochi sacchi, quattro per la precisione, di cui tre cuciti a mano, e non erano sufficienti per trenta atlete”. Tareq ha contattato la Fairtex Gear Inc., una società di San Francisco, chiedendole di inviargli dell’equipaggiamento pugilistico, a titolo gratuito, per una squadra femminile di boxe di Kabul. Gli impiegati della Fairtex saranno probabilmente saltati dalle sedie nel leggere la richiesta e soprattutto il luogo di provenienza, l’Afghanistan. Ma il curriculum sportivo di Tareq ha fatto da lasciapassare e i sacchi sono arrivati a destinazione. Una volta trasformato l’ex mattatoio in palestra, bisognava convincere o quantomeno rassicurare i padri delle giovani boxer.

Tutte e trenta hanno raccontato di aver avuto delle difficoltà nel convincere i genitori, anche se la presenza di Tareq ha facilitato quella che inizialmente sembrava un’impresa impossibile. “Tutte vengono da famiglie povere” racconta Saber Sharif, assistente di Tareq, “le famiglie ricche non autorizzano le proprie figlie a venire qui dentro a fare la boxe”. Peccato, perché ad ascoltare le testimonianze di queste Million dollar babies afgane i vantaggi sono tanti. “Da quando mi alleno” spiega Shabam, che con la sorella è tra le candidate a partire per Londra, “mi sento molto più sicura di me stessa. E poi la boxe è anche divertente, non è solo per ragazzi”. Durante il medioevo talebano le donne non avevano il diritto neanche di avere questi pensieri. “Ora in Afghanistan si può, noi donne possiamo fare tutto”, rincara la giovane boxer.

La situazione è cambiata, l’invasione degli americani e degli alleati ha alleggerito per alcuni versi la vita delle donne, ma ancora c’è moltissima strada da fare. Per alcuni, la scelta della boxe come una delle discipline sportive che possono fare da apripista all’emancipazione femminile è discutibile: insegnare a dare jab, ganci e diretti viene letto come un incitamento alla violenza. “In realtà non è così – spiegano dal CPAU, Cooperation for peace and unity, un’associazione che opera in Afghanistan e che sponsorizza la boxe femminile – Noi non vogliamo promuovere l’aggressività delle ragazze, ma aiutarle attraverso il pugilato a farle sentire più forti e sicure di sé. Con la boxe è più facile abbattere lo stereotipo della donna afgana, sottomessa e nascosta dietro il burqa blu: è uno sport che richiede tenacia fisica e mentale, e il ring è una metafora delle sfide che tutti i giorni le afgane devono affrontare”.

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