“Così Obama ha cambiato la campagna iraniana”
Gary G. Sick intervistato da Marilisa Palumbo 14 May 2009

Professor Sick, l’amministrazione americana sembra pronta a rinunciare alla pre-condizione che l’Iran sospenda il processo di arricchimento dell’uranio prima di qualsiasi colloquio diretto. Crede che siano sulla strada giusta per ottenere qualcosa da Teheran?

Direi di sì. Se ho capito bene, quello che l’amministrazione Obama sta facendo è mandare alcuni segnali molto chiari a Teheran dicendo: “Siamo pronti a dialogare con voi e sta a voi ora, a voi iraniani, capire se volete dialogare con noi”. E uno dei risultati che questa apertura ha prodotto – dato che siamo nel mezzo della campagna presidenziale in Iran – è che è ora in corso un dibattito pubblico nel paese, per la prima volta, sul tipo di relazione che dovrebbero e vorrebbero avere con gli Usa e l’Occidente. È una discussione che non hanno mai avuto, non ce ne è mai stata necessità, perché gli Stati Uniti hanno sempre avuto un atteggiamento ostile e intimidatorio. Ora devono porsi la domanda: “Se l’America comincia a comportarsi diversamente, cosa dovremmo fare noi?”. E gli stessi candidati ne discutono dicendo, “sono io quello più adatto ad affrontare questa questione”. Per esempio Mir Hossein Mousavi, il principale sfidante di Ahmadinejad, dice che il presidente non può farlo perché il suo atteggiamento è completamente sbagliato. Ali Larijani – speaker del Majlis (il parlamento iraniano) ed ex rappresentante dell’Iran nei colloqui per il nucleare – ha detto che il parlamento deve essere coinvolto in tutte queste decisioni. Tutti vogliono essere coinvolti. E così l’amministrazione Obama, senza fare alcuna vera offerta tangibile all’Iran, ha innescato una discussione nel paese che io considero estremamente salutare. Vedremo poi cosa produrrà in termini di risultati elettorali, ma intanto è bene che ci sia.

L’ex presidente Khatami ha rinunciato a candidarsi nuovamente, e adesso è Mousavi il candidato dei riformisti. Crede che sia una scelta migliore di Khatami. E se così, perché?

Ho un enorme rispetto per Khatami. È un uomo notevole e rappresenta il meglio che la cultura iraniana abbia da offrire. Allo stesso tempo non è un leader politico. Ha dimostrato nel corso degli anni di non essere pronto ad andare sulle barricate e lottare per quello che vuole. Mousavi invece ha gestito il paese in uno dei suoi periodi più difficili, la guerra Iran-Iraq, quando c’era da organizzare l’intera società in un contesto post-rivoluzionario. E la maggior parte degli iraniani ha valutato molto positivamente il suo operato. È inoltre un uomo estremamente colto, lui e sua moglie sono entrambi artisti e lui ha dimostrato una resistenza e un’abilità manageriale di cui Ahmadinejad è chiaramente privo. Credo che molti iraniani si chiederanno: “Possiamo andare avanti altri quattro anni con tutta questa retorica o non sarebbe meglio avere qualcuno che sa far funzionare un governo?”. Credo che se la questione si ponesse esattamente in questi termini, Mousavi potrebbe essere un ottimo candidato. Khatami non lo sarebbe stato, neanche lui è un vero “manager”.

Pensa che possa vincere?

Lui crede di poter vincere, Khatami pensa che possa vincere e lo pensa molta gente. Ma non farò previsioni.

Neanche Mousavi però rinuncerebbe al programma nucleare, vero?

Assolutamente no. Non c’è alcun candidato iraniano disposto a dire “rinunciamo al nostro programma nucleare”. La verità è che l’Iran ha investito pesantemente nello sviluppo della tecnologia nucleare e loro dicono che sia per scopi pacifici. Il problema è che un programma pensato per scopi pacifici può essere trasformato e usato a scopi non pacifici in un periodo di tempo relativamente breve. Ci sono qualcosa come quaranta paesi nel mondo che, volendo, hanno la capacità di costruire un’arma nucleare. Non lo fanno, ma potrebbero. E secondo me l’Iran è già membro di quel club. Hanno fatto progressi sufficienti ad avere il know-how, le tecniche: se vogliono costruire la bomba possono farlo. Il fatto che l’Occidente dica “abbiamo un altro anno” è un nonsense. Anche se li bombardassimo avrebbero la capacità di ricostruire molto velocemente. E probabilmente se li bombardassimo – intendo Israele o gli Stati Uniti, ma non penso che accadrà – l’Iran potrebbe dire: “Bene, noi ci ritiriamo allora dal trattato di non proliferazione, espelliamo tutti gli ispettori e tutte le persone che danno un occhio al nostro programma e agiamo in clandestinità, segretamente, e costruiamo la bomba”. Così a vincere sarebbero i fautori della linea dura, finiremmo con un governo di intransigenti, determinato a costruire la bomba.

Se il programma nucleare in sé non è in discussione, cosa può fare l’Occidente?

Il punto è che non non puoi farli tornare indietro e togliere loro le competenze sviluppate. Quello che si può fare è aumentare le ispezioni, ottenere più trasparenza, avere più ispettori nel paese che siano in grado di visitare anche siti non nucleari ma sospetti. Tutto ciò consentirebbe di essere avvertiti nel caso in cui l’Iran decidesse di costruire la bomba e di avere un periodo di tempo, diciotto mesi grosso modo, prima che possano produrre l’arma. In questo modo si potrebbe avere un qualche tipo di protezione.

Ancora una domanda su Mousavi: pensa che sarà capace di confrontarsi in modo più efficace con la leadership religiosa, che è forse il centro di potere più forte del paese?

Non potrà cambiare il sistema dal giorno alla notte, perché il sistema si basa sulla religione, è quella la natura della costituzione iraniana ed è quello il ruolo del Leader supremo. Tuttavia Khamenei, il leader supremo, in realtà non può prendere decisioni in modo unilaterale, deve consultarsi con molti differenti centri di potere che comprendono le Guardie rivoluzionarie, la presidenza e altre istituzioni. Secondo me Mousavi – per il suo background e per la sua esperienza esecutiva, e probabilmente grazie anche al suo essere più equilibrato – renderà la presidenza un centro di potere più importante di quanto non sia stato in passato. Non potrà eliminare il ruolo del Leader supremo, ma penso che il ruolo del presidente diventerà molto più rilevante di quanto non sia oggi. E ritengo che sarà in grado di costruire una sua coalizione con alcuni di questi centri di potere.

Obama ha scelto Dennis Ross come suo inviato per l’Iran, ma non se n’è sentito molto parlare. E le posizioni da falco da lui espresse in passato sono in contrasto con l’attuale posizione dell’amministrazione sull’Iran…

Lo so, tutto quello che Obama ha detto finora è diverso da quello che Ross ha sempre scritto. Ciò fa capire che, qualsiasi sia il suo ruolo ufficiale, non è lui a dettare la linea della politica americana sull’Iran, almeno non in questa fase. Una cosa che mi ha molto sorpreso è stata che quando ci sono stati a Londra i colloqui del 5+1 qualche settimana fa, la delegazione americana era guidata dal sottosegretario di stato William Burns che aveva con sé Puneet Talwar, dello staff del National security council, un uomo molto vicino al vice presidente Joe Biden. Dennis Ross non era neanche presente. È scomparso dai radar. Stanno lavorando su un grosso studio che dovrebbe rielaborare la politica americana nei confronti dell’Iran e immagino sia molto impegnato in questo lavoro. 

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