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EN lunedì, 24 ottobre 2011

Tunisi al voto: lezione di senso civico e democrazia

Antonella Vicini, da Tunisi

Il voto del 23 ottobre in Tunisia ha tutti i connotati di un evento storico in cui spicca quel senso di orgoglio nazionale misto alla consapevolezza di avere gli occhi di una parte del mondo puntati addosso. I tunisini lo sanno; lo ripetono e lo dimostrano. Ed è per questo che parlano senza freno con i centinaia di giornalisti accorsi per testimoniare quello che sta accadendo qui, dove ha avuto inizio la primavera araba.


“Siete andati ai seggi?”. “Avete visto quanta gente c'è?”. A Tunisi il 23 ottobre la gente vuole parlare, mostrare che ce l'ha fatta a riconquistare la sua libertà e la sua dignità. È orgogliosa. Al di là dei risultati ottenuti. Il 23 ottobre 2011 resterà, infatti, nella storia della Tunisia una data storica: un’affluenza record (circa il 90% degli aventi diritto) per le prime elezioni libere dopo ventitré anni. E nessun incidente di percorso se non qualche problema organizzativo, soprattutto nella parte del conteggio dei voti, comprensibile per una democrazia che sta nascendo. Del resto, Kamel Jendoubi, a capo dell'Instance Superieure Indipendante pour les Elections, parlando con i rappresentanti dell'Osce riuniti a Tunisi è stato chiaro: “non bisogna avere come parametro di riferimento la Svezia o la Svizzera. Noi non abbiamo mai avuto elezioni libere prima d'ora , ma abbiamo tutti gli elementi della modernità politica”.

Ed è anche per dimostrare che la Tunisia è in grado di vincere questa sfida che i risultati ufficiali verranno resi noti solo martedì pomeriggio, dopo un lungo riconteggio e un sistema di controlli incrociati che dovrebbe scongiurare il pericolo dei brogli. Del resto, la difficoltà maggiore per l'ISIE, stando alla testimonianza di Jendoubi, è stata proprio quelle di vincere la diffidenza di chi per più di due decadi si è visto defraudare dal proprio diritto a scegliere ed è anche per questo che uno degli slogan più diffusi sui poster, sulla stampa e durante la campagna pre-voto è stato “Je vote donc je suis”. “La gente ci chiedeva a cosa servisse votare e in quattro-cinque mesi abbiamo dovuto guadagnare la loro fiducia”, ha spiegato Jendoubi.

Una campagna che ha funzionato, evidentemente, vista la voglia e la pazienza con cui ogni tunisino ha atteso il proprio momento: sotto il sole, dall'apertura dei seggi alle sette, anche per quattro ore. Ordinati; emozionati e sorridenti. Famiglie; gruppi di amici; giovani, alcuni dei quali avvolti dalla bandiera tunisina, altri con magliette col volto di Che Guevara a tradire la loro intenzione di voto. La maggior parte, però, ha deciso di esercitare il proprio diritto alla segretezza nelle urne. “Ora siamo in democrazia e in democrazia il voto è segreto”, dice Aymen. Lui ha ventotto anni e come gli altri giovani che sono di fronte alla scuola di Rue de Marseille è al suo primo voto.

Rania, venticinque anni, insegnante di francese, dopo due ore di attesa chiede di essere fotografata, felice “solo per il fatto di essere qui”. Zakaria, nel seggio vicino alla stazione, invece chiede di essere immortalato nel momento in cui prende la scheda, entra nella cabina, inserisce la scheda ripiegata nell'urna e quando intinge il dito indice nella boccetta di inchiostro. Del resto Zakaria è arrivato qui dal Canada proprio per questo. Trent'anni e un lavoro fuori che lo porta in giro per il mondo. “A gennaio – racconta – non ho potuto partecipare a quanto è accaduto perché ero in Egitto per lavoro. Ora però volevo esserci per sentirmi davvero un cittadino”. “Questa mattina – prosegue – io e la mia famiglia ci siamo preparati e siamo usciti di casa. La gente per la strada si salutava e si interrogava per sapere chi aveva votato e dove”. Mohamed, un ingegnere in pensione, prima di domenica ha votato solo un’altra volta, costretto dalla polizia di Ben Ali, “che mi è venuta a prendere a casa. Oggi, però, mi sento un vero tunisino”.

Il voto del 23 ottobre in Tunisia ha tutti i connotati di un evento storico in cui spicca quel senso di orgoglio nazionale misto alla consapevolezza di avere gli occhi di una parte del mondo puntati addosso. I tunisini lo sanno; lo ripetono e lo dimostrano. Ed è per questo che parlano senza freno con i centinaia di giornalisti accorsi per testimoniare quello che sta accadendo qui, dove ha avuto inizio la primavera araba.

Iman, ad esempio, ha portato sua figlia Rana’a con sé dentro il seggio: “perché voglio che ricordi questo momento”. Altre volte basta invece anche solo un “Vive la vie” urlato per la strada, con l'indice (blu per l'inchiostro del voto) e il medio a mo’ di V di “vittoria”, per far comprendere che questa è davvero una giornata speciale. Secondo Sondes, studentessa di Economia, a Tunisi non si è mai visto nulla del genere; neppure durante gli eventi sportivi. Sondes ha ventidue anni e nella sua vita ha conosciuto solo Ben Ali. Forse per questo, ammette, “ero un po’ confusa. Non sapevo chi votare, ma ora, dopo aver parlato con i miei amici e aver partecipato ai dibattiti all'università ho deciso sicura”.

Lei ha scelto Ettakatol (Forum Démocratique pour le Travail et les Libertés), la formazione d'impronta socialista guidata da Ben Jaafar, anche se stando alle proiezioni Ennahda non dovrebbe deludere le aspettative. Solo a Sfax dovrebbe aver raggiunto il 705 delle preferenze e in Italia, tra i tunisini all'estero, il 50%. “Spero che arrivi il nostro momento dopo anni che siamo stati messi da parte e perseguitati”, aveva detto Slim, rappresentante di lista del gruppo islamico in uno dei tanti seggi speciali, aperti per accogliere gli elettori che non si sono iscritti entro il 14 agosto. Questi seggi, circa mille sparsi in tutto il Paese, sono stati uno dei miracoli di questo voto. Preparati per accogliere fino a due milioni dei tunisini sono diventati una riserva inaspettata di elettori che domenica mattina hanno inviato un SMS per sapere quale fosse il seggio dove votare registrandosi direttamente. Slim ha raggiunto la sua postazione alle 5, dopo una notte insonne per l'emozione. E non è stato certo l'unico.

Questo fenomeno di massa tunisino non si è visto solo dalle automobili che sfrecciavano con clacson suonanti e bandiere sventolanti, ma anche nel momento di attendere l'inizio dello spoglio e i primi exit poll: nelle case con gli amici; in famiglia, o nelle varie sezioni di partito. In ogni caso tutti insieme; come tutti insieme sono scesi a gennaio nelle piazze per porre fine a un regime repressivo e violento. Anche se i tempi di conteggio del voto hanno un po' smorzato il clima di festa.

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