I diritti e i doveri dei musulmani d’Italia
Amara Lakhous 5 August 2008

Nelle settimane scorse, abbiamo assistito all’ennesima polemica sulla moschea di viale Jenner a Milano. Il quesito è sempre lo stesso, e riguarda il diritto o meno dei musulmani milanesi di avere un luogo di culto decente, e di conseguenza di evitare di pregare sui marciapiedi o nei garage. Il trasferimento della moschea al velodromo Vigorelli si è trasformato in performance di propaganda politica per la ricerca del consenso popolare, con l’obiettivo di assecondare le paure della gente. I comitati di quartiere, come al solito, si sono mobilitati per contrastare qualsiasi ‘presenza massiccia’ dei credenti musulmani sul proprio territorio, temendo per il valore immobiliare delle case e dei negozi. Così la moschea è diventata anche sinonimo di degrado urbano, dopo l’etichetta del terrorismo.

Questo è il quadro generale dello stato dell’integrazione dei musulmani in Italia. Proprio la vicenda della moschea di viale Jenner merita una seria riflessione perché non è un caso isolato. E’ davvero significativo il fatto che a gestirla sia stato il prefetto di Milano. Purtroppo l’Islam nel Belpaese continua ad essere soltanto un problema di ordine pubblico. Si parla pochissimo dell’Islam come spiritualità e cultura. L’interesse maggiore è per la cronaca nera: arresti di imam che incitano alla violenza, denunce di donne che portano il burqa, inchieste sui presunti casi di poligamia, ecc. Il nocciolo del problema consiste nella non accettazione reciproca.

Primo. Quanti si oppongono alla presenza delle moschee vicino alle loro abitazioni dimenticano l’articolo 19 della costituzione: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”. Va ricordato, con insistenza, che ci sono 10mila cittadini italiani convertiti all’Islam. E’ in gioco la democrazia di questo paese, che si misura con il rispetto dei diritti delle minoranze e non con i poteri della maggioranza. Occorre non dimenticare che gli immigrati musulmani non sono ‘uccelli di passaggio’. In Italia, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, fanno mutui per la casa e soprattutto tornano nel paese di origine solo per le vacanze, cioè come turisti.

Secondo. I musulmani milanesi, per lo più immigrati, devono fare autocritica per la pesantissima eredità della moschea di viale Jenner. Per anni è stata poco luogo di culto e molto zona franca per reclutare giovani combattenti da mandare a morire in Bosnia, in Cecenia e in Afganistan, raccogliere fondi per finanziare attentati in Algeria e in Egitto e creare un ghetto isolato dalla città. Anche se non ci sono responsabilità penali nei confronti dei dirigenti, le responsabilità morali di tutti coloro cha hanno avuto un ruolo nel passato non si cancellano. Quindi è giusto che si allontanino.

Sarebbe anche dannoso ed illusorio tentare di importare l’Islam di origine nel nuovo contesto italiano. L’agenda delle priorità deve essere diversa. Ad esempio, non penso che portare il velo in Europa abbia una precedenza. Che io sappia, il velo non è il sesto pilastro dell’Islam, e cioè non è un obbligo come la preghiera o il ramadan. Occorre cercare risposte nuove perché tali sono anche le domande, e non possiamo accontentarci delle risposte vecchie. Le moschee devono svolgere il loro compito religioso e culturale: ad esempio insegnare l’italiano alle famiglie immigrate, e soprattutto alle donne. C’è un’esigenza di trasparenza e di comunicazione nel chiedere che venga tradotto il sermone del venerdì dall’arabo all’italiano, per dare la possibilità agli immigrati non arabi e ai convertiti italiani di comprenderlo.

Insomma, è meglio parlare di accettazione anziché di integrazione dei musulmani in Italia. La grande sfida è riuscire non ad integrare l’Islam nell’habitat italiano, ma ri-integrarlo. Per più di due secoli, era la religione ufficiale in Sicilia. Come dico spesso: i musulmani non vengono in Italia, ma ci tornano!

Amara Lakhous, scrittore e antropologo italo-algerino. Residente a Roma dal 1995. Autore di “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”, e/o, 2006.

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