Orianismo, un vizietto antico (e non solo nostro)
Giancarlo Bosetti 5 February 2008

I testi che seguono sono tratti dal libro di Giancarlo Bosetti “Cattiva Maestra. La rabbia di Oriana Fallaci e il suo contagio”, pubblicato da Marsilio nel novembre del 2005.

L’idea di mettere mano al tema «orianismo», dal nome della nota scrittrice fiorentina di forti passioni civili e altro, non mi sarebbe venuta se un giorno non mi fossi trovato davanti la domanda: «Pourquoi les Italiens lisent-ils Oriana Fallaci?». Perché gli Italiani leggono tanto gli ultimi libri della Signora? È questa domanda che mi ha fatto spostare l’inquadratura del problema. Mi ha colpito quel titolo francese con il suo stile secco, da rassegna etnografica: analizziamo abitudini, usi e costumi, di questo popolo. Che poi siamo noi. Perché i berberi cavalcano meravigliosamente i cammelli, perché i francesi mangiano molti formaggi, perché i russi adorano la vodka? E gli italiani? Perché leggono la Signora? E perché lo fanno, visto che di solito leggono così poco? Mi ha colpito quell’articolo a due firme anche perché l’ho incontrato su una bella rivista riflessiva, documentata e dai toni pacati, «La vie des idées», che raramente si occupa di italiani. Mi aveva attratto il nome della nostra famosa autrice. Ma ho guardato meglio. Sopra quel titolo c’era un’altra riga, un «occhiellone»: «Quand le racisme se fait best-seller». Quando il razzismo diventa best-seller. Estremisti i due autori? Faziosi? Musulmani arrabbiati? Antiamericani? Amici degli italiani sbagliati e nemici di quelli giusti come capita ai francesi (vedi il caso Cesare Battisti)? No, solo due ricercatori di sociologia, uno francese uno italiano, che cercavano professionalmente di capire questa fenomenologia di massa.

Razzismo? Ma che razza di malattia abbiamo allora noi italiani? Ecco perché mi son messo a leggere, in maniera più attenta di quel che avessi già fatto, la produzione degli ultimi anni di questa autrice: il «ciclo islamista». E ora che l’ho fatto – e ne sono soddisfatto perché non si può dire che mi sia annoiato – mi rendo conto, rileggendo quella citazione dei due del Pourquoi?, che non trovo molto da correggere a quelle loro righe di diagnosi. Sarei forse un po’ meno perentorio e definitivo, ma non è questo il punto. Il punto è che la domanda è giusta, la diagnosi sui libri difficile da contestare, mentre la diagnosi sugli italiani ha bisogno di un corposo supplemento.

I due studiosi di quella diagnosi feroce ci punzecchiano dove già fa male, proprio mentre cerchiamo di distrarci e di scantonare. Perché loro insistono: abbiamo un problema noi italiani, una sindrome, una lisca di pesce piantata in gola. Vedete, dicono, l’ampiezza del fatto editoriale, il livello impressionante delle vendite, che hanno superato il Codice da Vinci e Harry Potter sono un bell’indizio, il sintomo di un disturbo, non vi pare? E come mai accade? Perché non cercate di rispondere? E noi? Davvero non siamo capaci di un esame approfondito di quello che questo caso editoriale può «rivelare sullo stato della discussione pubblica»?

Ebbene, dovremo evitare di rinfacciarci l’un l’altro la lista degli italiani che non ci piacciono e trovare spiegazioni che non somiglino alle risse tra tifoserie calcistiche. E, attenzione, potremmo anche scoprire qualche sindrome che non riguarda solo la nostra provincia. C’è una divisione crescente nella società italiana, ma poi perché dico italiana? È una divisione che riguarda le società europee e anche quella americana: tra quelli che trovano le ricette e il linguaggio dei politici tradizionali, specialmente progressisti o liberali, troppo sofisticate, fredde, incomprensibili, distanti e quelli che affidano le loro paure a discorsi più rumorosi, carichi di valori, di tradizione, di religione. Discorsi più facili che riescono meglio ai politici della destra, ma che hanno corso anche a sinistra. In questa divisione chi parla di un Nemico senza troppo sottilizzare, chi un Nemico ce l’ha e lo vede con la certezza mistica dei predicatori ha più probabilità di raccogliere applausi. E se il Nemico è identificabile sotto casa nell’immigrato che appartiene alla stessa religione invocata dai terroristi suicidi che ammazzano impiegati a New York e ragazze in vacanza a Sharm el Sheik, il sermone può avere un successo travolgente, specialmente se ben confezionato da una brava scrittrice.

Cosa è l’essenzialismo

Nel pesante fardello del linguaggio della trilogia dovete considerare anche l’essenzialismo, parola sofisticata per un vizietto molto comune, antico, e pericoloso, quello di considerare gli individui emanazione di una essenza, rappresentanti di una entità – Ebrei, Musulmani, Cristiani, ma anche banchieri, bancari, camerieri, giornalisti, parroci – proiezioni individuali di una presunta sostanza con suoi propri attributi. Un vizietto che trascura molte provvidenziali sfumature individuali, che ci fanno diversi gli uni dagli altri, noi singoli esseri umani, per tante caratteristiche e meriti e difetti personali, che contraddicono talora le pretese essenze. Essenzialismo vuol dire per esempio che i musulmani sono presi en bloc come un tutt’uno, così come en bloc sono, per certi loro nemici, gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i cinesi o chi vi pare. Tanti monoliti. Dovete convenire che questo metodo proprio non va. Il ripudio della sempre evocata «political correctness», con le sue tirannie linguistiche, non può giustificare tutto, talvolta esso è necessario, ma qui non si tratta solo di uno scrupolo linguistico. E di troppo ripudio si può soccombere o per lo meno uscire di senno, perché l’essenzialismo è capace di produrre dei sillogismi difettosi e altamente pericolosi, anche se sembrano buoni alle anime molto molto semplici, come questo: se i terroristi-che-segano-la-testa-degli-ostaggi sono musulmani e chiedono la protezione di Allah vuol dire che rappresentano l’Islam. Ma allora l’Islam e il terrorismo-che-sega-la-testa-degli-ostaggi nel nome dell’Islam sono la stessa identica cosa. E fine della discussione. Non va bene. Non funziona. Non spiega. Così come non andava bene scambiare le Brigate Rosse con tutto il marxismo, il comunismo, il socialismo, il sindacalismo, la sinistra, l’opposizione. Così come non va bene scambiare la mafia con l’intera Sicilia (e con l’intera Italia come fanno certi sceneggiatori americani). D’accordo? O ci sono dei dubbi?

Quegli errori di «essenzialismo» sono un genere di politically incorrect che dovremo riconoscere ed evitare. Sono semplicemente una fesseria. E si pagano cari, perché producono gli esiti auspicati proprio dal Nemico che si vuole combattere. Ed è molto utile ai Bin Laden di oggi. È un sogno per loro, apparire, almeno a qualcuno, proprio come desiderano: avanguardia che guida l’intero Islam nella guerra di religione, nella Jihad contro l’Occidente. È così che vede la cosa la Signora. È così che la vedono loro nei proclami di Al Qaida. Così la vedeva Mohammed Atta, il pilota suicida di Twin Towers, quando lasciava istruzioni dettagliate sul suo funerale perché la sua morte corrispondesse perfettamente alle regole del Corano, alla onnipotenza di Allah e alle disposizioni del suo profeta. Una perfetta corrispondenza che lui come tanti kamikaze vedono nella strage, nel massacro di gente qualsiasi, bambini compresi. Tanti più sono i morti tanto più è fatta la volontà dell’Onnipotente. È questa perfetta corrispondenza che, ai miei occhi, merita l’attributo paradossale di «islamista» ai libri del cofanetto della Signora, perché essi quella corrispondenza la fanno propria, stringendo in un vincolo indissolubile una pratica violenta con una religione.

Che cos’è l’orianismo

Che cos’è l’orianismo? Orianismo è pensare-per-nemici, cogitare-per-inimicos, pensare attraverso i nemici, usare i nemici come mezzo di conoscenza, come un particolare tipo di lampada, di torcia elettrica che illumina alla sua maniera sbieca la realtà verso la quale la indirizziamo. Significa sviluppare una visione del problema utilizzando un Nemico, il Nemico come bussola. Si pensa per inimicos trasferendo il centro dell’attenzione dalla questione che abbiamo di fronte nella sua specifica oggettiva dimensione a quel che il Nemico sta facendo e pensando, o a quello che il Nemico potrebbe fare o pensarne per trarne un vantaggio.

Pourquoi les Italiens?

C’è un rapporto forte, di famiglia, tra i caratteri dell’opera rabbiosa della Signora e i caratteri nazionali (ricordate la domanda: Pourquoi les Italiens lisent-ils Oriana Fallaci?), nonostante il suo presentarsi come anti-italiana alla maniera degli azionisti, cui la sua storia personale è legata fin dal tempo di guerra, fatto che appartiene alle fonti del suo prestigio. Quel rapporto tra lei e gli umori italiani è forte, i suoi non sono sentimenti anti-italiani, ma sono italianissimi sentimenti «anti»: anti-ex-Pci, una sinistra che la maltratta fin dai tempi del Vietnam, anti-Triplice (Sinistra, Destra, Chiesa), anti-collaborazionisti (con l’Islam paragonato nel concetto al nazismo occupante), anti-Islam. Sono i poli nemici che chiarificano, sono i centri di attrazione dei pensieri, della pioggia di frecce che vanno a bersaglio in ogni modo su un immaginario quartier generale dove i nostri guai vengono disegnati, progettati e messi in circolazione, come tanti immigrati musulmani e come tanti kamikaze in libera circolazione.

Nonostante tutto questo amaro, i libri della Signora sono per me al centro della scoperta del perché tanti italiani ragionano come lei, fanno i suoi stessi pensieri – come dicono alcuni di loro – senza riuscire ad articolarli in quel modo così lampeggiante. Molti di loro hanno scoperto, grazie alla sua scrittura, se stessi, il proprio intimo sentire, il proprio non-detto ragionare. E questo non-detto è un pensiero-per-nemici, è una polarizzazione «contro», è la scorciatoia, è il facilitatore, la guida che ti prende per mano e ti fa vedere ciò che da solo non riuscivi ad esprimere.

Ma l’orianismo funziona non solo per le paure e il non-detto di una classe medio-alta, media e popolare, che di solito non legge libri, e vede solo tv. Funziona anche per gli intellettuali. L’orianismo sviluppa una sua riconoscibile egemonia tra gli intellettuali, ancorché la parola sia accoppiata immancabilmente – ed erroneamente – con la cultura di sinistra; la sviluppa perché con una frazione dell’intellettualità – di destra – condivide il Nemico e le sue propaggini: il Mostro e con lui il «famigerato» multiculturalismo, il pacifismo, il buonismo, il laicismo, il politically correct e molti altri personaggi del corteo di nemici che sopra avete visto sfilare. L’uso di discutere, in modo anche sofisticato, con tesi avverse, estremizzandole, portandole fino all’assurdo, tesi che spesso non hanno sostenitori in campo ma che vengono semplicemente prese a bersaglio per la comodità di allargare lo spazio per le proprie. Quello di cui sono grato alla Signora è di avermi mostrato in forma estrema, accalorata, incendiaria, un vizietto annidato alle temperature più basse negli editoriali più riflessivi, dal tono più blando, in regime di vera o simulata moderazione. Ma anche così, con motori a basso regime, non è difficile scorgere nel passaggio cruciale dell’argomentare il risuonare di tonalità, di accordi, di gesti, che ricordano il modo in cui il Mostro viene posto sulla spalla dell’avversario, reale o immaginato che questo avversario sia. Toccato e marchiato per sempre.

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