Le ginocchia sbucciate dei cinesi d’Italia
D. C. P. 25 November 2008

Non fanno paura come gli immigrati di fede islamica. Sono spesso silenziosi e invisibili. Sono miti. Eppure i cinesi d’Italia sono una comunità malvista, intorno alla quale sta crescendo la diffidenza e il pregiudizio, come dimostra anche il recente caso di un giovane picchiato da una baby gang alla periferia di Roma. E’ anche per rimediare a questo deficit di conoscenza, di cui i media nostrani si rendono corresponsabili con i loro clichè, che Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò hanno deciso di andare a vedere chi siano, come vivono e cosa pensano, i cinesi d’Italia. Ne è nato un libro di grande sensibilità, che fa a pezzi i peggiori pregiudizi in materia. I cinesi non muoiono mai (Chiarelettere, 256 pp, 14,60 euro, 2008) è un viaggio nella penisola, da Vercelli a Prato fino a Matera, alla scoperta dei vizi e delle virtù di una comunità sorprendente, che Oriani e Staglianò (giornalisti rispettivamente di Io Donna del Corriere della Sera e del Venerdì di Repubblica), raccontano con curiosità e una certa ammirazione (mista finanche a tenerezza).

I due autori non fanno mistero, fin dalla prima pagina, delle implicazioni più generali della loro inchiesta: “Fissare loro era come guardarci in uno specchio deformante. Eravamo ancora noi i tipi riflessi nel vetro, ma imbolsiti, pigri, rassegnati, spaventati da tutto. Gli immigrati che ci stavano davanti invece avevano ancora l’energia e il coraggio dei nostri anni Cinquanta”. Davanti al pregiudizio diffuso verso i cinesi (considerati chiusi, volgari, disumani nei loro ritmi lavorativi), gli autori devono constatare che “non è un gran momento, per essere cinesi in Italia”, e allo stesso tempo raccontano la straordinaria vitalità di questa comunità, i cui membri “cambiano città, lavoro, vita come noi ormai sappiamo fare solo con il modello di cellulare”.

La retorica razzista vuole che, anche loro, siano qui a “rubarci il lavoro”. Niente di più sbagliato. Gli immigrati cinesi hanno ripopolato, nelle campagne del vercellese, “campi mai così affollati e alacri dagli anni Sessanta”. In Basilicata hanno salvato gli storici distretti dei divani. Ma a chi si nutre di pregiudizi non basta. I nostri cinesi scontano anche il peccato originale della loro madre patria, che una fetta importante del centrodestra italiano (con in testa l’attuale ministro dell’Economia Giulio Tremonti) ritiene prima responsabile della crisi del tessile e dell’economia italiana. Non è facile spiegare perché la Cina giovi all’economia occidentale, ma certo non sarebbe difficile convincere gli italiani che gli immigrati cinesi sono un bene per la nostra economia. Basterebbe ricordare – come fanno Oriani e Staglianò – che, sebbene essi siano appena il 5% degli stranieri residenti in Italia, appartiene a loro un’impresa straniera su sette. E non sanno solo copiare: uno di loro, ad esempio, è un giovane stilista di successo, il pratese Xu Qiu Lin, fondatore del marchio di moda Giupel.

La prima comunità cinese d’Europa è attiva e laboriosa. I loro figli sono scaltri ed educati, e preferiscono il rischio al posto fisso. Sono un’iniezione di vita, denaro e ottimismo nella nostra vecchia società. Eppure amiamo parlarne soprattutto per leggende, come i passaporti ceduti da uno a un altro, perché “i cinesi non muoiono mai” (da cui il titolo del libro) e perché tanto “sono tutti uguali” (per noi che non vogliamo guardarli in faccia). Il catalogo dei nostri pregiudizi è impressionante. Dicono che non sappiano parlare la nostra lingua. E allora perché secondo il ministero dell’Istruzione sono proprio loro gli allievi più diligenti dei corsi d’italiano per adulti immigrati? Dicono (anche i grandi giornali) che cucinino cuccioli di San Bernardo nei loro ristoranti. E allora perché le Asl milanesi, ad esempio, non hanno trovato neanche “un indizio o un sospetto”?

Sono 150mila, e contribuiscono a far girare la nostra economia (basta entrare nei negozi di moda o in tanti ristoranti di lusso italiani). Non sono sempre degli angeli. Per ripagare il parente che li ha portati in Italia, arrivano a spendere 20mila euro (o, a scelta, tre anni di lavoro gratis presso quel parente). La criminalità organizzata è diffusa, e hanno imparato presto cos’è la corruzione. Ecco, il loro maggiore difetto è che nei vizi ci assomigliano troppo. Il libro è anche una carrellata di ritratti difficili da dimenticare. C’è Wang, agronomo che ha portato il riso nero nel vercellese. C’è l’ìimprenditore You Mingrui, che ce l’ha con i sindacati, “la rovina dell’Italia”, e ovviamente stravede per il Cavaliere: “E’ uno che vuole abbassare le tasse, pensa a lavorare, ad andare avanti. Berlusconi number one”. Oppure un altro imprenditore di Matera, secondo il quale “duecento euro non sono corruzione, sono un’offesa”.

“Dove si ferma il trenino della conoscenza, parte puntualissimo il razzo della superstizione”, sostengono Oriani e Staglianò, che invitano gli italiani a ispirarsi all’ottimismo, alla disciplina e all’intraprendenza dei cinesi d’Italia (“Guardata con gli occhi a mandorla, la penisola sembra un nastro infinito di opportunità”) e così li descrivono: “Hanno tutti le ginocchia un po’ sbucciate. Noi invece da tempo non abbiamo più un graffio, tanto da dubitare che ci siano ancora le ginocchia”. “Voi parlate dei nostri politici come di mummie comuniste – è l’amara riflessione dell’organizzatore di miss China in Italy, Steven Luo – ma non vi rendete conto che la prima volta che Berlusconi è sceso in politica, a Pechino aveva appena smesso di regnare Deng Xiaoping. Da noi nel frattempo è cambiato tutto, qui è tornato Berlusconi”.

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