Asian Values o Values in Asia?
Eva Pföstl 27 July 2007

Magnifico, l’Oriente
Oltre il Mediterraneo:
Solo chi legge Hafis e lo ama
Capisce Calderón.
Chi sé conosce e gli altri conosce
Anche qui deve riconoscere:
Oriente e Occidente
Più non si possono dividere.

Johann Wolfgang Goethe, Divano occidentale-orientale

A quanto pare ormai non è più tanto confortevole questo Divano occidentale-orientale, questo spazio semantico un tempo unito da un trattino, tenuto insieme da uno spazio comune, indivisibile, e dal comune discorso poetico; anzi, è come se questo spazio comune fosse stato diviso in due entità distinte, se non addirittura contrapposte, ossia l’Oriente e l’Occidente. Ma cosa si intende per Oriente e Occidente? Spesso il problema viene posto in termini di differenzialismo culturale, in particolare in riferimento ai cosiddetti “valori asiatici” e all’eccezione musulmana. In gioco qui c’è la controversa questione della potenziale universalità dei diritti umani a fronte di una manifesta diversità culturale. Il dibattito sui valori asiatici ha luogo sia dentro che fuori dell’Asia; ai valori asiatici vengono contrapposti i “valori occidentali”, ma tale dibattito assume rilevanza soprattutto in relazione alla questione più ampia dei doveri reciproci tra Stato e individui e inoltre incide sulla questione della tutela degli individui e sugli obblighi in materia da parte dello Stato.

I valori asiatici sono stati individuati nell’importanza accordata all’approccio consensuale, al comunitarismo più che all’individualismo, all’ordine e all’armonia sociale, al rispetto per gli anziani, alla disciplina, allo Stato paternalistico e al ruolo preponderante del governo nello sviluppo economico, il tutto fondato sulla premessa secondo cui “esistono valori e modelli di comportamento comuni tra i paesi e i popoli dell’Asia”. Di contro, i “valori occidentali” sono stati associati alla trasparenza, alla responsabilità, alla competitività globale, a una visione universalistica e a pratiche universali, all’importanza dell’iniziativa privata e dell’indipendenza del settore privato. A prescindere dal modo in cui vengono affrontate le questioni che gravitano attorno ai valori asiatici, è evidente che quei valori sono – o sono diventati – attinenti al dibattito sulla concezione dei diritti umani e sul diritto internazionale dei diritti umani. Occorre quindi chiedersi quali relazioni quei valori intrattengano con il diritto umanitario internazionale, con la protezione che la legge garantisce agli individui in situazioni di conflitto armato e con i doveri che esso impone allo Stato.

Non di rado i fautori dell’universalismo dei diritti umani liquidano le rivendicazioni dei governi asiatici come la retorica opportunistica di alcuni dittatori, dipingendo (in modo fallace) l’atteggiamento di quei governi come il frutto di un relativismo culturale moralmente deprecabile e filosoficamente assurdo, per il quale ogni cosa è lecita. Da par loro, i propugnatori dei valori asiatici rispondono attaccando i governi occidentali per le violazioni dei diritti umani perpetrate in passato e nel presente e tacciandoli di imperialismo culturale e di etnocentrismo. Se è innegabile che in certi casi i regimi autoritari hanno usurpato la retorica dei valori asiatici usandola per i propri fini, e hanno giocato la carta culturale per negare ai propri cittadini i loro diritti ed eludere al contempo le critiche provenienti dall’estero, è altrettanto innegabile che in seno all’Asia esiste una tale varietà di voci che chiunque pretenda di parlare a nome di tutti gli asiatici o dei “valori asiatici” corre il rischio di non tenere nella dovuta considerazione quella pluralità di voci. Ciononostante, bisogna guardarsi dal considerare i “valori asiatici” solo come una strategia cinica di cui i regimi autoritari si servono per negare ai propri cittadini i loro diritti. Infatti, a un’analisi più articolata e filosofica emerge che, quali che siano i moventi politici dei governi asiatici, esistono realmente delle differenze in quei valori.

A tutt’oggi sono pochi i governi che ammettono di violare alcuni diritti umani fondamentali, come ad esempio la libertà di espressione, o le leggi contro la tortura e la schiavitù. Tali violazioni vengono negate o giustificate, ma raramente vengono difese. Tutto questo è cambiato nel 1993, con la Dichiarazione di Bangkok. Con questo documento i rappresentanti degli Stati asiatici rigettarono determinati diritti civili e politici in quanto contrari ai “valori asiatici”. In particolare, l’allora primo ministro di Singapore, Lee Kwan Yew, si adoperò affinché i valori asiatici fossero ricondotti in seno alla tradizione dell’etica confuciana. Ora, è evidente che i valori asiatici, per quanto riconducibili a una natura religiosa e tradizionale, non possono in alcun modo essere identificati con la tradizione confuciana, non fosse altro perché in questo modo si estrometterebbero dallo spettro dei valori asiatici tutti quei valori che traggono origine da tradizioni religiose asiatiche diverse, quali il buddismo, l’islam e il giainismo. Peraltro, al tempo, la posizione di Lee Kwan Yew suscitò non pochi sospetti, poiché si riteneva che fosse dettata più da brama di potere che da un’autentica convinzione religiosa. L’Indonesia elaborò una versione sofisticata del Rechsstaat, che sanciva l’inapplicabilità della separazione dei poteri ed elevava lo Stato al rango di un’autorità pressoché assoluta. La dichiarazione di Bangkok ha ricevuto molta attenzione soprattutto perché è stata pubblicata alla vigilia della Conferenza mondiale sui Diritti umani di Vienna del 1993, e perché fu proprio da questo dibattito che emerse il concetto stesso di valori asiatici da rispettare e da considerare validi, in contrapposizione a qualsiasi visione alternativa che pretendesse di far passare i diritti umani convenzionali come diritti universali.

I difensori dell’universalismo dei diritti umani sostengono che esiste un ampio consenso per intersezione (overlapping consensus) sui diritti umani quali definiti nel cosiddetto Codice internazionale dei diritti umani, che comprende la Dichiarazione universale dei Diritti umani, il Patto internazionale sui Diritti economici, sociali e culturali e il Patto internazionale sui Diritti civili e politici. A ciò alcuni governi asiatici ribattono che il nucleo del diritto universale è estremamente circoscritto, il che lascia alle persone ragionevoli ampio margine di dissenso sui contenuti, i motivi, l’interpretazione e l’applicazione di quei diritti. Certo, molti sono concordi nel considerare auspicabili determinati diritti nella loro formulazione astratta, ma l’accordo a un tale livello di astrazione non aiuta a risolvere le questioni sociali più urgenti. In realtà, quello che potrebbe sembrare un consenso pragmatico o per intersezione si sfalda non appena dalla discussione sull’auspicabilità della lunga lista di diritti contenuta nei documenti ufficiali si passa alla spinosa questione della giustificazione di tali diritti e della loro interpretazione e applicazione nella pratica. Non si può negare che il principio generale dei diritti umani è più accettato oggi che in passato, e che su determinati diritti umani, sulla loro interpretazione e applicazione pratica esiste un accordo più ampio rispetto al passato che coinvolge più paesi e più popoli. Inoltre, ci sono fondati motivi per ritenere che con il tempo questo consenso aumenterà ulteriormente.

Se da un lato, proprio in Occidente alcune deplorevoli correnti di pensiero hanno violato i diritti umani anche in questo secolo, dall’altro tracce ed elementi delle teorie sui diritti umani sono reperibili anche in tradizioni normative non occidentali. Rifiutare i diritti umani “occidentali” facendo leva su presunti valori “asiatici” è perciò una scelta sciagurata, e questo per vari motivi. Nel momento in cui un governo batte sull’esistenza di tradizioni occidentali, asiatiche o africane distinte tra loro ma compatte al loro interno, ignora – come ha rilevato Amartya Sen – la diversità culturale entro e attraverso i confini geografici. Anzi, spesso tali etichette servono solo ad occultare le discrepanze tra la visione del governo e quella dei cittadini. Esistono valori condivisi tra “civiltà” diverse, così come esistono discordanze all’interno di una stessa civiltà; basta questa constatazione per chiedersi se i conflitti sui diritti umani siano davvero da attribuirsi a uno “scontro di civiltà”. Il riferimento ai “valori asiatici” non dovrebbe essere visto come un’adesione aprioristica a quel concetto per il suo significato o la sua utilità, o alla superiorità dei “valori asiatici” rispetto ad altri valori. L’Asia è un continente sconfinato ed è caratterizzata da una grande diversità, troppo grande – sostengono alcuni critici – per poter parlare di un unico sistema di “valori asiatici”. In questo senso, l’Asia non esiste. “In Asia non esiste una tradizione comune di interpretazione del Grande Libro dell’Oriente”, come ha detto lo studioso americano di questioni orientali William Theodore de Bary nel suo coraggioso tentativo di elaborare un canone asiatico.

Neanche l’Inter Asia Cultural Studies è fondato su una base del tutto pan-asiastica, dal momento che è circoscritto a quella vasta area che va dall’India al Giappone (incluso). Uguale è lo spettro geografico della grandiosa conferenza “We Asians” tenutasi a Singapore nel 2000, che ripercorre così il viaggio intrapreso un secolo prima da Okakura Tenshin e da un paio di altri artisti giapponesi, i quali si erano spinti fino a Calcutta per creare un ponte con la cultura bengalese nel tentativo di dar vita a un discorso pan-asiatico. D’altra parte, però, il pluralismo di “valori asiatici” indica pur sempre che esistono dei valori asiatici. Non c’è nulla di male nel porre l’accento sulla diversità di questi valori e, al contempo, sostenere che tali valori sono asiatici. Né occorre che ciascun paese asiatico condivida ogni singolo aspetto di quei valori, e magari anche all’interno dell’Asia ci sono dei modelli dominanti. Certo, è vero che i “valori asiatici” sono una costruzione, ma del resto lo sono anche “l’Occidente” e il “liberalismo”, e anch’essi includono un’ampia varietà di punti di vista. Eppure nel pensiero occidentale sussistono tuttora delle correnti dominanti. È evidente, ad esempio, che in Occidente il liberalismo ha molta più presa del comunitarismo, laddove in Asia vale il contrario (sebbene forse in questo caso il termine collettivismo sia più adatto di comunitarismo). Qualsiasi analisi comparativa deve prendere le mosse dall’elaborazione di categorie che diano risalto a determinati aspetti, che inevitabilmente semplificano in certa misura la realtà. Il problema, infatti, non è che l’Oriente e l’Occidente, i valori asiatici o quelli occidentali siano delle costruzioni, quanto piuttosto che finora sono state solo delle costruzioni, ma senza fondamenta solide.

Dal momento che i “valori asiatici” sono stati infangati dall’uso distorto che alcuni regimi politici repressivi ne hanno fatto, si potrebbe sostituire questa dicitura con “valori in Asia”. Siffatto cambiamento avrebbe senz’altro un effetto benefico, poiché dimostrerebbe che c’è un reale desiderio di prendere le distanze dall’uso dichiaratamente politico del termine fatto dai governi asiatici, orientandosi invece verso un approccio più elaborato che tenga conto del pluralismo esistente in Asia. Tuttavia, l’abolizione del riferimento ai valori asiatici e la sua sostituzione con i “valori in Asia” non porrebbe comunque fine al dibattito sul principio dell’universalità dei diritti né farebbe luce sul modo in cui tali diritti debbano essere interpretati o applicati agli specifici contesti asiatici. Al massimo, tale cambiamento riporterebbe la questione su un livello meno astratto, focalizzandola su un singolo paese, una singola area di diritto o su un singolo problema. Dal punto di vista dei principi, i diritti umani – intesi nell’accezione comune del contesto internazionale – dovrebbero essere mediati da una rete di situazioni storiche e culturali. Altrimenti tali diritti, almeno agli occhi di coloro che appartengono a culture diverse da quella occidentale, non attecchiranno mai veramente, soprattutto in seno a quelle società in cui varie classi sociali hanno vissuto sulla propria pelle una feroce occidentalizzazione forzata.

Traduzione di Marianna Matullo

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