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Un mese di idee.
Direttore Giancarlo Bosetti
Associazione per il dialogo tra le culture
Filosofia e Religione
EN AR venerdì, 20 agosto 2010

Il caso di Nasr Hamid Abu Zayd

Abdou Filali-Ansary

Abu Zayd era uno studioso di alto profilo morale e godeva della stima della maggior parte dei suoi colleghi. Ma gli è stato impedito di farsi ascoltare da coloro che più avevano bisogno di imparare da lui. L’artificiale polarizzazione e la tensione creatasi attorno alla sua figura hanno persino impedito una seria critica da parte di quanti avrebbero potuto valutare con competenza la sua opera. Le motivazioni addotte per giustificare il suo calvario sono e resteranno sempre ridicole.


Il calvario subìto da Nasr Hamid Abu Zayd è un triste promemoria di quanto possano essere deleterie le dispute tra accademici, soprattutto quando vanno al di là di un certo limite. Abu Zayd avrebbe potuto continuare a essere uno degli studiosi più creativi e influenti del suo paese, scrivendo e pubblicando nella lingua più accessibile al grande pubblico nel mondo arabo e altrove. La sua influenza, capace di aprire gli occhi e di “svegliare” l’opinione pubblica, sarebbe stata immensa se alcuni suoi colleghi non fossero stati troppo dispiaciuti della sua potenziale popolarità e del suo successo, e se le loro azioni non avessero assunto la forma di meschine manipolazioni. Purtroppo, queste azioni avranno conseguenze gravi e durature sullo status del sapere nella società in generale.

Abu Zayd ha conquistato notorietà, o meglio l’ha subìta, per una serie di circostanze spiacevoli. Alcuni dei suoi “avversari”, infastiditi da una dimostrazione di creatività che non erano capaci di eguagliare, hanno scelto di affidarsi ai vecchi riflessi: manipolare le masse insinuando che il lavoro accademico di Abu Zayd potesse rappresentare una minaccia a convinzioni profondamente radicate, per la semplice ragione che si occupava di “fonti sacre” (il Corano). Di fronte a casi del genere, le autorità politiche, seguendo uno schema ormai consueto, determinano il proprio atteggiamento con (assai febbrile) preoccupazione per il potenziale impatto sull’“ordine pubblico”, senza tener conto della situazione reale. Di conseguenza, Abu Zayd è stato costretto all’esilio, ed è diventato famoso in modo per lui inaspettato e poco confacente alla sua figura e attività. Etichettato come un “eretico”, Abu Zayd si è visto negare la possibilità di far conoscere la sua opera a chi ne aveva più bisogno: quanti sono stati educati secondo i canoni tradizionali (con accesso limitato a opere capaci di condizionare questi ultimi) o (sovra) esposti alla letteratura apologetica, e il più ampio pubblico dei lettori in generale.

In realtà, l’approccio di Abu Zayd al Corano era decisamente in linea, nella sostanza come nello stile, con famosi commenti al testo sacro. Molti di questi commenti sono stati ampiamente accettati in seno agli ambienti più conservatori, tra cui figurano gli autoproclamati difensori dell’“ortodossia”.

Azioni di questo tipo nella società odierna sono, ancora una volta, un triste promemoria di spiacevoli eventi del passato. La mihna (calvario, inquisizione) subìta da svariati intellettuali di spiccate doti creative fu spesso promossa dietro istigazione di colleghi “invidiosi”, i quali trovarono più semplice ed efficace appellarsi ai sentimenti delle masse e ai riflessi delle autorità che non affrontare le opere creative con una critica seria, una leale competizione e/o un più duro lavoro. Non è uno scenario inedito, questo, per quanti studiano la storia intellettuale, soprattutto in epoca medievale o premoderna. Ai giorni nostri, però, è semplicemente crudele. La “lotta” tra intellettuali viene spostata nell’arena pubblica secondo un circolo vizioso, impedendo un serio dibattito con nuove “tesi” o risultanze.

In definitiva, ci troviamo ancora una volta in una situazione ben nota. Abu Zayd era uno studioso di alto profilo morale e godeva della stima della maggior parte dei suoi colleghi. Ma gli è stato impedito di farsi ascoltare da coloro che più avevano bisogno di imparare da lui. L’artificiale polarizzazione e la tensione creatasi attorno alla sua figura hanno persino impedito una seria critica da parte di quanti avrebbero potuto valutare con competenza la sua opera. Le motivazioni addotte per giustificare il suo calvario sono e resteranno sempre ridicole. Col tempo, la gente troverà questa storia quasi divertente (il tentativo di imporre a una coppia il divorzio per ragioni indipendenti dalla loro volontà), ma il vero disastro passerà inosservato: un altro campanello di sveglia resterà inascoltato da quanti sono tenuti nel sonno. Chi fa ricorso a tali mezzi ha davvero mostrato di non avere alcun rispetto per l’opinione pubblica, né fiducia nella capacità, da parte della sua fetta più colta, di esprimere giudizi in modo autonomo. I loro nomi saranno (o sono già) dimenticati, ma il misfatto compiuto resterà un’eterna vergogna.

(traduzione di Enrico Del Sero)

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