Martha Nussbaum e il laboratorio indiano
Mariella Gramaglia 15 September 2009

Questo articolo è tratto dal numero 114 della rivista Reset (luglio-agosto 2009)

Dopo il 17 maggio 2009 possiamo tirare un sospiro di sollievo. E dimenticare le prime quattordici pagine del bellissimo ultimo saggio di Martha Nussbaum: Lo scontro dentro le civiltà. Democrazia, radicalismo religioso e futuro dell’India, Il Mulino, 2009. Nella premessa all’edizione italiana, datata 2008, due anni dopo la stesura del suo libro accuratissimo, frutto di studio, ma anche di molte ricerche sul campo, in India e nella diaspora indo-americana, l’autrice ci mette in guardia. Attenzione – dice più o meno – sto per raccontarvi l’inferno, l’abisso su cui ha pencolato la democrazia indiana sotto la leadership dell’integralismo indù del Bjp (partito del popolo indiano) e delle sue organizzazioni satelliti dal 1998 al 2004, il rischio di fascismo e il pericolo di guerra con il Pakistan; Sonia Gandhi nel 2004 ci ha salvati, ma ho molta paura che non riesca a farlo di nuovo e che l’inferno ritorni.

Non torna, l’inferno. Il Congresso ha conquistato 261 seggi, solo 11 in meno di quelli che gli servono a governare e che può assicurarsi con grande facilità alleandosi con un solo partito regionale. La destra induista perde 30 seggi e, in onesto stile anglosassone, rende l’omaggio di rito ai vincitori. Populisti d’assalto, leghisti al curry e comunisti autoritari colpevoli di pogrom contro i contadini in Bengala occidentale, battono in ritirata. Un onesto Sikh dal turbante azzurro torna a guidare il governo e una bella signora italiana (forse ancora cattolica romana, come negli anni devoti della giovinezza) tiene saldamente le redini del partito di maggioranza relativa. Più che sufficiente per confondere i demoni dell’integralismo; e magari anche per disperderli, almeno un poco, e per allentare la tensione guerresca verso il Pakistan. In una vignetta dell’«International Herald Tribune» un talebano armato fino ai denti s’inchina davanti a un presumibile Osama Bin Laden: «Cattive notizie, capo, la democrazia indiana è più stabile». Dunque, pur sapendo che il pericolo resta il mestiere della storia, navighiamo più sereni nel bel mare riflessivo di Martha Nussbaum.

Conflitto di civiltà o nelle civiltà? Fin dal titolo il saggio è una risposta teorica e polemica al celeberrimo libro di Samuel P. Hungtington sul conflitto di civiltà. L’India è un laboratorio quasi insuperabile della lotta fra «due diverse civiltà» all’interno della stessa nazione: una che apprezza le identità plurime e le genti che vengono da diverse tradizioni, l’altra che si sente al sicuro solo quando il diverso è emarginato; una che concepisce l’unità nazionale come un ethos e un insieme di regole, l’altra come un sacro patto sul sangue e sul suolo; una che allunga la mano e la mente verso l’inclusione, l’altra che considera l’inclusione umiliante, poco virile, fonte di un’insicurezza da capogiro. In questo l’India come effettivamente è, esprime i problemi del mondo molto di più di quanto non faccia lo schema, alla Hungtington, dell’Occidente assediato da un islam giovane, anabolizzato dalla religione, la nuova vitamina dei poveri. Non sono forse i nostri problemi? E non richiedono un supplemento di «immaginazione etica», come Nussbaum ci suggerisce? E anche un ripensamento della politica, una capacità di praticarne quasi l’«autocoscienza», perché, per dirla con Gandhi, solo controllando l’aggressività in noi stessi riusciremo a essere cittadini che vivono rispettosamente con gli altri e a percepire il volto umile della compassione, che è la vibrazione dentro di noi della comune fragilità umana.

Cronaca di un massacro. La civiltà buia, quella dei demoni del Gujarat, ha un nome e una data. Nome: Narendra Modi, Primo ministro del Gujarat. Data: 27 febbraio 2002, giorno in cui il treno «Sabarmati» si fermò alla stazione di Godhra e 50 pellegrini, di ritorno dal tempio di Rama ad Ayodhya, morirono bruciati in un incendio la cui responsabilità (mai provata) venne attribuita ai musulmani. Di quei giorni, dei massacri di 1.500 musulmani che ne seguirono, degli stupri di ferocia inedita, modernamente metallica e sadica anche rispetto agli orrori indimenticabili della Partition, Nussbaum ricostruisce ogni dettaglio. Non dimentica il passato: il movimento per la ricostruzione dei templi in luogo delle moschee, il veleno iniziale di questa grande intossicazione, che risale a dieci anni prima. Tiene conto del panorama globale: delle positive resistenze e condanne che l’opinione pubblica del mondo ha messo in circolo, ma anche della complicità politica ed economica della diaspora indiana che appare come un panorama etnico in terra straniera più che come un insieme di cittadine e cittadini maturi capaci di esercitare un controllo. Rende omaggio alle grandi donne della società civile indiana, che sempre spiccano, e che anche in questo caso sono state a fianco delle vittime: Teesta Setalvad e Indira Jaising, tra le altre (vedi anche: M. Nussbaum, Diventare persone. Donne e universalità dei diritti, Il Mulino, 2001). Ma soprattutto considera il pogrom del Gujarat come la scena primaria della barbarie, il momento del rischio di perdere l’India così come l’abbiamo conosciuta.

Annientare la femmina. Esiste un inno della nazione, nobile apparentemente negli accenti, che a Nussbaum fa paura. Si chiama Bande Mataram e recita fra l’altro: «Madre, chi ha detto che le tue terre sono deboli, quando centocinquanta milioni di mani sguainano spade lucenti e settanta milioni di voci gridano il tuo nome da costa a costa». Terra madre, terra femminina, ma anche terra violabile, terra da riconquistare, da strappare al nemico contaminato. La terra del guerriero è terra di conquista e di stupro. Ma, argomenta ancora l’autrice, la sessualità c’entra con lo sciovinismo patriottico anche per altri versi. L’insicurezza, la vergogna reattiva interiorizzata da una parte degli indiani in seguito alle mortificazioni del perbenismo vittoriano, portano a «proiettare fuori di sé, su persone e corpi vulnerabili, il disgusto che le persone provano per avere un corpo animale» (vedi anche: M. Nussbaum, Nascondere l’umanità. Il disgusto, la vergogna, la legge, Carocci 2005). Dunque l’integralismo è coessenziale all’odio e al disprezzo verso le donne, mentre una politica apparentemente più innocua ha coltivato da tempo il terreno di questa perversa saldatura. Si tratta della sottrazione, già praticata dal Raj britannico, del diritto privato dalla sfera universale: divorzio, eredità, poligamia, status delle vedove, alimenti, sono appannaggio giuridico delle diverse autorità religiose, spesso coincidenti con le etnie, e sono di fatto materia extra-costituzionale. L’ombra tribale si allunga sulle donne e alimenta i peggiori fantasmi di dominio.

Inventare per dominare. Ma il dominio passa per le menti. Frutto della modernità è la svalutazione della cultura umanistica, il rischio di fare dell’India un paese di docili ingegneri privi di compassione. Nel disegno della destra induista, tuttavia, c’è di più: c’è la volontà di riscrivere la storia, di intimidire la libera ricerca, di scodellare nuovi inquietanti libri di testo. L’indigenismo e il mito degli albori escludono categoricamente qualsiasi antica contaminazione con l’Occidente, tutto il periodo Moghul, compreso il regno del grande Akbar, viene catalogato come odioso servaggio ai musulmani. Dispute sottili, sulla comparsa o meno dei cavalli nei bassorilievi e nei resti fossili della valle dell’Indo che proverebbero un’invasione di «arii» dall’Afghanistan e la precoce «contaminazione » della purezza indiana, oppure sulla testimonianza di macellazione delle vacche nel mille avanti Cristo, diventano fonti di odio, di minacce, di fatwe. Trionfano araldi di regime e cultori delle radici, e non di rado gli studiosi seri, in India come nella diaspora americana e britannica, vengono minacciati e ridicolizzati. Tutto questo, con goffa rapidità dopo i trionfi elettorali della fine degli anni Novanta, diventa pane quotidiano dei bambini in molte scuole, insieme alla negazione dell’Olocausto e all’apprezzamento del ruolo svolto da Hitler nella rinascita germanica. Piove sul bagnato fangoso di scuole dimenticate e diseredate, dove l’assenteismo degli insegnanti è endemico, gli alunni imparano a memoria nozioni polverose, e il 45% delle famiglie paga lezioni private illegali agli stessi maestri cui i figli sono affidati.

Tenero omaggio ai padri. In uno dei capitoli, Nussbaum indulge in un tenero patriarcalismo, con devozione filiale. Nel pantheon politico non c’è Indira, la Durga guerriera dei primi esperimenti atomici e delle leggi d’emergenza. Ci sono invece Gandhi, Tagore e Nehru. E ognuno impersona una delle facce di un grande archetipo nazionale. Il primo la dedizione al dovere categorico, morale e spirituale insieme, della liberazione nazionale fino alla severità verso se stesso, alla cancellazione della gioia e del corpo. Il secondo incarna la grazia, la creatività, la poesia, il disegno e la danza (Amita Sen, cui il libro è dedicato, madre di Amartya, era un magnifica danzatrice della scuola di Tagore a Santiniketan), il gusto della libertà e dello spirito critico nei percorsi formativi. Il terzo la razionalità, lo spirito scientifico, il disagio di fronte alla devozionalità superstiziosa, la fiducia nel progresso. Nulla può nutrire la nuova India meglio di un impasto intelligente e colto di questi diversi filoni ideali. Ma la globalizzazione, con la sua paradossale fusione della secolarizzazione più cinica e del radicamento identitario più regressivo, lo consentirà? Sia chiaro: questo libro non parla solo dell’India.

Mariella Gramaglia, giornalista e studiosa del movimento delle donne, è stata direttrice di «Noi Donne» e ha una vasta esperienza politica e di amministratrice, dapprima come parlamentare e poi come assessore alle politiche per la semplificazione e le pari opportunità del Comune di Roma. Nel 2007 ha lasciato l’Italia per svolgere in India un lavoro di cooperazione internazionale in difesa dei diritti delle donne nell’ambito di un progetto coordinato dalla Cgil. Da quell’esperienza è nato un libro, pubblicato nel 2008 dall’editore Donzelli: «Indiana. Nel cuore della democrazia più complicata del mondo».