Il conflitto spacca le comunità francesi
Marco Cesario 27 January 2009

Parigi, Francia

Il conflitto israeliano-palestinese si propaga anche in Francia, sotto forma di tensioni tra le comunità ebraiche e musulmane. Il Bureau national de vigilance contre l’antisémitisme (BNVCA), il Concistoro centrale di Francia e SOS Racisme hanno condannato le diverse aggressioni antisemite che si sono perpetrate dall’inizio dell’offensiva terrestre israeliana, e hanno invitato i poteri pubblici a reagire. A Parigi sono stati infranti i vetri di un appartamento dove si trovavano riuniti dei fedeli con la kippa. A Bordeaux il 1 gennaio due negozi kasher sono stati presi di mira. L’episodio più grave a Tolone, dove un’auto incendiata è stata lanciata a tutta velocità contro il portone di una sinagoga. Intanto i responsabili delle due comunità – il presidente del CRIF (Conseil représentatif des institutions juives de France) Richard Prasquier e Mohammed Moussaoui del Conseil français du culte musulman (CFCM) – vorrebbero trovare un’intesa per non trasportare il conflitto anche in Francia. Ma la tensione è già alta, dato che il CRIF non ammette la presa di posizione dell’UOIF (Union des organisations islamiques de France), membro del CFCM, che ha qualificato l’offensiva israeliana come "un genocidio senza precedenti contro il popolo palestinese".

Dal canto suo Fouad Alaoui, rappresentante dell’UOIF, si è dichiarato scioccato per il sostegno incondizionato ad Israele da parte dei responsabili delle comunità ebraiche francesi, un atteggiamento che secondo lui può condurre ad un amalgama tra comunità ebraica ed Israele. L’UOIF ha invitato gli imam delle moschee francesi a consacrare i loro sermoni "alla sensibilizzazione dei fedeli alla causa palestinese". Nelle banlieues la tensione resta alta ed è per questo che il ministro dell’interno Michèle Alliot Marie ha convocato i principali responsabili delle due comunità per una riunione d’urgenza. Raphaël Haddad, presidente dell’Unione degli studenti ebrei di Francia (UEJF) ha dichiarato che è “terrificante vedere degli individui importare in Francia il conflitto del Medio Oriente attaccando gli ebrei”. Nonostante dunque la tempestività del governo francese e la buona volontà di Moussaoui e di Prasquier, sarà difficile trovare un accordo per evitare che la situazione qui in Francia degeneri rapidamente.

Intanto sui giornali il dibattito si è incentrato soprattutto sulla sproporzione della reazione israeliana. Non fa sconti il giornale Le Monde, che in un editoriale intitolato “Il naufragio di Gaza” parla del ritorno di Tsahal nella Striscia come del fallimento totale dell’unica politica promossa dai dirigenti israeliani: l’unilateralismo. Il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, inizialmente salutato come un “colpo di genio” di Ariel Sharon – ma effettuato senza alcuna concertazione con l’Autorità palestinese – appare per ciò che è realmente: una mossa tattica poco lungimirante. Non avrebbe dovuti esserci, commenta il quotidiano, un ritiro unilaterale, ma un ritiro preparato nei dettagli con l’Autorità palestinese. Ciò spiegherebbe in gran parte il “naufragio di Gaza”. Una vittoria schiacciante d’Israele nella Striscia, conclude il quotidiano, non contribuirà a rafforzare l’Autorità palestinese, e Hamas non sparirà, in quanto è il prodotto dell’inefficacia politica e dell’assenza di prospettive del popolo palestinese.

Di tutt’altra portata l’opinione del filosofo André Glucksmann che prende posizione sul conflitto e lo fa dalle colonne del quotidiano Le Monde. In un editoriale molto controverso intitolato “Gaza, una reazione eccessiva?” Glucksmann critica coloro che definiscono “sproporzionata” la risposta di Israele in quanto per la prima volta essa sottolinea che “il fanatismo di coloro che hanno già deciso una volta per tutte ed in maniera incondizionata chi ha torto e chi ha ragione” diviene minoritario lasciando spazio a coloro invece che con circospezione “non giudicano se un’azione è opportuna o meno prima di farsi un’idea più chiara della situazione”.

Diversa la reazione del quotidiano conservatore Le Figaro, che nel suo editoriale “Agire in fretta per un cessate-il-fuoco”, oltre a sottolineare la necessità di trovare una mediazione per restaurare la calma e istituire nuove regole tra Israeliani e Palestinesi, sottolinea che l’obiettivo dichiarato d’Israele è quello di riuscire in ciò che aveva fallito nell’estate del 2006. Un obiettivo più a portata di mano, dato che Hamas non ha la potenza di fuoco di Hezbollah e non può contare sull’appoggio di un paese come la Siria. Fermare in maniera duratura il traffico di armi in direzione di Gaza sarà uno dei paletti posti da Israele per siglare una tregua. Secondo il quotidiano la mediazione egiziana sarà fondamentale per trattare con Hamas dato che le cancellerie occidentali non discutono con un’organizzazione annoverata tra le formazioni terroriste sia dall’Unione Europea che dagli Stati Uniti. Il quotidiano conclude affermando che Israele deve andare fino in fondo ed agire in fretta per indebolire in maniera duratura Hamas, sradicandolo dal potere conquistato con la forza del 2007 prima che si apra un nuovo fronte nel Libano del Sud.

Il settimanale Nouvel Observateur, in un editoriale intitolato “I soli vincitori sono gli estremisti islamici”, denuncia invece il fatto che la storia non ha insegnato nulla ad Israele, in quanto quest’ultimo, dopo aver fallito la Guerra contro Hezbollah nel Sud del Libano, si è imbarcato in una nuova guerra dagli esiti incerti. L’offensiva israeliana mira innanzitutto a controllare quei settori della città di Gaza da cui partono i missili Qassam verso le città del Sud d’Israele. Ma, argomenta il settimanale, un missile Qassam pesa solo 7kg e può essere lanciato da un uomo solo dunque l’offensiva israeliana potrebbe risultare inefficace. L’aggettivo “sproporzionato” ritorna anche qui, dato che per il Nouvel Observateur il massacro di Gaza è così sproporzionato da favorire unicamente Hamas nel suo “cinismo fondamentale”, nel suo bisogno di martiri e di morti. Una caratteristica evidenziata dall’affermazione emblematica di Fatih Hamad, membro del cosiglio legislativo di Hamas: “Per il popolo palestinese la morte è diventata un’industria”. Per il settimanale in definitiva Israele ha il diritto di difendersi ma non riuscirà in questo modo ad estirpare il terrorismo. Gli unici vincitori del conflitto saranno invece gli estremisti islamici di ogni sorta.

Da segnalare anche l’editoriale di Libération, che dopo aver sottolineato la “gaffe” della Repubblica Ceca (che aveva definito l’offensiva di terra israeliana come un’operazione “difensiva”) sottolinea l’impotenza della comunità internazionale davanti al conflitto ed il fatto che, invadendo la Striscia di Gaza, Israele si espone a rappresaglie nel Sud del Libano e ad una guerriglia urbana a Gaza. Dall’altro lato i paesi arabi devono far pressione su Hamas per fermare il lancio di missili verso il Sud d’Israele. L’unico modo per uscire dalla crisi, conclude il quotidiano, è quello di adottare il principio di due stati, abbandonato nel 2003.

www.marcocesario.it

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