Il Cairo, tra speranza e disillusione all’indomani della rivoluzione
Asmaa Mahfouz, intervistata da Nina zu Fürstenberg 16 October 2012

Con il tuo contributo attraverso i social media sei stata tra i principali protagonisti della Primavera araba. Sei più soddisfatta, adesso, della situazione in Egitto?

Non molto. Dobbiamo concentrarci davvero sulla Costituzione. È troppo limitata. Abbiamo bisogno di una Carta che tuteli e protegga tutti gli egiziani, non solo alcuni. Dobbiamo coinvolgere più persone possibili nella sua formulazione. Stiamo cercando di spingere la Fratellanza musulmana nella giusta direzione.

Tu e i giovani di Piazza Tahrir vi siete organizzati in un gruppo?

Al momento no. Stiamo cercando di riorganizzarci, ma è difficile perché molti odiano la Fratellanza Musulmana, mentre altri – come me – sono critici nei suoi confronti ma aspirerebbero a esercitare sul movimento un’influenza costruttiva.

Non ci sono parecchie correnti e ideologie diverse in seno alla stessa Fratellanza musulmana egiziana?

I Fratelli musulmani hanno radici ovunque. Se si parla singolarmente con i vari membri, si trovano individui validi con ottime intenzioni, ma quando si tratta di vedere queste intenzioni trasformate in azione dai leader del movimento, si scopre che essi non fanno che seguire prevalentemente i propri interessi. Non sono buoni come appaiono. La maggior parte dei Fratelli Musulmani ha valide intenzioni, ma nessuna voce in capitolo. Parecchi hanno addirittura deciso di ritirarsi dal movimento o di riassociarsi per poter esprimere i propri ideali politici e il proprio attivismo musulmano. Quindi quando attacco la Fratellanza musulmana, non faccio di tutta l’erba un fascio. Semplicemente, non credo nei suoi leader.

Cosa pensi del presidente Morsi?

L’ho incontrato due volte. È un brav’uomo, ma non può fare tutto da solo, sono la Fratellanza musulmana e il suo team che lo devono indirizzare. Ma prego per lui, e tutti dovrebbero farlo, perché è il nostro presidente. Io collaboro con il suo team. Lo teniamo al corrente di quel che succede nelle strade, gli diamo delle idee e lo aiutiamo a restare in contatto con la gente. È un presidente eletto dal popolo, e questo è già un passo nella giusta direzione. Mubarak non era un presidente eletto dal popolo, quindi ora quello che possiamo fare è sicuramente spingere su molte decisioni.

Secondo te quali sono gli aspetti più importanti da sostenere?

Prima di tutto, la modifica alla Costituzione perché attualmente favorisce all’80 per cento i Fratelli musulmani, mentre bisognerebbe far in modo che più gruppi politici possano accettati e abbiano la possibilità di affermarsi. In secondo luogo, bisogna poi convincere Morsi che il suo non è un governo della Fratellanza musulmana, ma di tutti gli egiziani. I Fratelli sono solo una parte della popolazione, tra molte altre. Terzo punto, dovrebbe trovare applicazione un modello di giustizia sociale che includa la maggior parte della popolazione. Non stiamo seguendo un’altra politica statunitense, in cui le élite sono favorite rispetto ai comuni cittadini. Morsi deve stare a sentire la gente.

I giovani adesso hanno maggiori prospettive? C’è lavoro?

Sì, ma se il presidente si concentrasse sull’amministrazione ne creerebbe ancora di più. In Egitto secondo me i soldi ci sono, ma non vengono distribuiti in modo appropriato perché non c’è trasparenza. È come una scatola nera sigillata. Non ne sappiamo nulla.

Quindi per uno della tua generazione, che per dire volesse aprire da qualche parte un’azienda o una piccola impresa, è possibile ottenere finanziamenti?

In Egitto no. L’unico modo per procurarsi dei soldi è conoscere qualcuno all’interno del governo. Ecco perché non credo che sia una questione di crisi economica. È più un problema di favoritismo politico, non riguarda l’economia. Prima abbiamo parlato del salario minimo, e qui Morsi direbbe che mancano i soldi per pagare tutti equamente. Allo stesso tempo, però, chiunque nel governo arraffa tutto quello che può, e non c’è soluzione per questo. Potrebbe tagliare dagli stipendi governativi più alti e ridistribuire quelle risorse in basso.

Quindi il cambiamento in cui speravate si è rivelato in realtà un non cambiamento?

No, c’è bisogno di tempo. Abbiamo appena scagliato la prima pietra. Dobbiamo essere più acuti e utilizzare diverse tecniche per mantenere il passo del cambiamento.

Che ne pensa la gente del Cairo dello scandalo sul film? Di cosa parlava quando eravate davanti all’Ambasciata americana durante le proteste?

Avevamo sentito dire che in America sarebbe uscito un film offensivo nei confronti del profeta Maometto. Questo aveva indignato tutti moltissimo, anche me. Poi facendo una ricerca tra i media americani finalmente ho trovato il film. Era uno sciocco trailer senza senso né sostanza. Quando ho cercato di scoprire dove sarebbe stato proiettato il film in America, non ho trovato nulla. Qualcuno l’aveva tradotto in arabo e diffuso in Internet. Così ho deciso di ignorarlo. Per difendere il profeta Maometto dobbiamo essere come lui e agire come lui, diffondere il suo verbo e la sua pace. Non so se sia stata una buona idea, ma è nel pieno diritto della gente protestare. Ecco perché sono andata davanti all’Ambasciata americana, a vedere cosa stava succedendo.

Il diritto di protesta in quell’occasione è stato rispettato o i manifestanti si sono dovuti scontrare con la polizia?

Da quel che ricordo, l’Ambasciata americana era sempre stata presidiata da moltissimi poliziotti. Quando siamo andati lì, non ce n’era nemmeno uno. Cos’era successo? Avrebbero dovuto stare ben in guardia, visto il forte sentimento di odio diffuso per le politiche americane. Non siamo solo noi, anche altre persone in tutto il mondo odiano la politica americana per via di quanto avvenuto in Afghanistan, Iraq e Iran. Ma quel giorno non c’erano poliziotti. Molti estremisti islamici e giovani dimostranti protestavano e gridavano slogan sulla necessità che gli americani accettassero l’Islam e il nostro profeta. La gente sventolava la bandiera nera dell’antico Islam, oggi di nuovo celebre perché è la jihad a usarla. Alcuni hanno iniziato a disegnare graffiti sui muri dell’ambasciata, il che è sbagliato perché contro la legge. Altri ne hanno scalato i muri, hanno strappato la bandiera americana e le hanno dato fuoco. In tutto ciò, la polizia non si è vista. Molto strano. Il giorno dopo era di nuovo lì, assaltando con violenza tutti invece di proteggerci. Il numero dei manifestanti è aumentato e la situazione è sfociata in un grande scontro tra polizia e dimostranti.

E se si volesse fare un paragone tra queste proteste e quelle di Piazza Tahrir? Sono molto diverse?

Sì, i loro protagonisti erano molto diversi. In occasione della protesta all’ambasciata ho parlato con parecchia gente. Era difficile trovare due persone che avessero lo stesso punto di vista. Tutti erano venuti per le ragioni più svariate. Molti si erano schierati a combattere dalla parte dei manifestanti semplicemente per una voglia di rivalsa sulla polizia. Alcuni erano lì perché odiavano il presidente Morsi e i rapporti dell’Egitto con l’America. Altri erano venuti a sfogare la propria rabbia perché incolpavano l’America del caos politico che aveva recentemente dilaniato i paesi del Medioriente, altri ancora erano stati comprensibilmente attirati da tutto quel macello. Tutti si sono trovati a esprimere la propria partecipazione nel medesimo luogo. I media hanno dipinto l’accaduto come una guerra che coinvolgeva esclusivamente America e Islam. Ma non era così.

Che clima si respirava su Twitter e Facebook?

La reazione del popolo egiziano alla morte dell’ambasciatore americano in Libia non è stata giusta, su Twitter molti hanno gioito e dichiarato cose del tipo “Si sono presi la loro rivincita”. Ho risposto loro che il nostro perfetto Maometto ci aveva insegnato che non si attacca un uomo disarmato, e che in Libia in quel caso gli americani non avevano armi con sé. I punti di vista su Twitter spaziavano da questo senso di rivalsa alla rabbia per quanto accaduto in Afghanistan e Iraq. Non era una faccenda che riguardava l’Islam; era un problema di come l’America avesse causato la morte di così tante persone in altri Paesi. Ma sulla stampa nessuno ne ha parlato. Dopo la Primavera Araba, è il momento di farlo.

Hai twittato per spiegare che cosa effettivamente fosse quello stupido film?

Abbiamo cercato di spiegarlo su Twitter e su diversi altri media. Il nostro sistema mediatico non è completamente libero, ma c’è spazio per una pluralità di prospettive. E ho cercato di parlare con la gente in strada, davanti all’ambasciata, ma è difficile parlare a chi ha obiettivi tutti diversi tra loro. La gente sostiene che difendo gli americani e sono contro Maometto perché sono una loro spia o un loro agente. Quel che sto tentando di fare è far capire ai miei amici americani cosa sta effettivamente accadendo in Egitto. Ho mandato ai miei amici giornalisti foto e spiegazioni, in modo che possano pubblicare l’effettiva verità. In modo che gli americani capiscano che non si tratta di una guerra tra l’Islam e l’America. Piuttosto, come ho detto prima, questa è una specie di rivincita sugli Stati Uniti. L’ho percepita come una protesta contro Obama e contro il nostro nuovo presidente dopo la Primavera Araba. È stato un modo per metterlo alla prova. Ma dimostra anche che abbiamo creato un nuovo ordine dopo la Primavera Araba, con più opportunità per il mondo arabo, inclusa quella di avere una sua voce. Pochissimi egiziani hanno visto l’America e conosciuto lo stile di vita che c’è lì. Io ci sono stata e ho visto che è un paese immenso, abitato da ogni genere di persona. Non si può giudicare l’America sulla base di questo film. E io lo so bene, perché partecipo a diversi convegni sull’Islam, e gli americani non sono contro l’Islam. Se qualcuno del resto volesse esserlo, sarebbe libero di manifestare pacificamente la propria protesta. È questa la libertà.

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