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Direttore Giancarlo Bosetti
Associazione per il dialogo tra le culture
Lessico Interculturale
EN AR martedì, 7 novembre 2006

Dialogo

Fred Dallmayr

In epoca recente, il “dialogo” è emerso come concetto importante e addirittura centrale sia nella filosofia che nella politica. Si parla di “dialogo tra civiltà” in opposizione a uno “scontro di civiltà”, e di “dialogo tra religioni” come antidoto allo “scontro dei fondamentalismi”. Perché il dialogo emerge oggi in termini così cruciali? Perché esso denota l’opposto dell’unilateralismo e del monologo.


Perché veicola una connotazione di collaborazione e rispetto reciproci e, quindi, offre una direttrice per la concordia e la pace interpersonali e intersociali. Il termine è molto importante anche dal punto di vista filosofico. La parola “dialogo” deriva dal greco ed è composta da due elementi: “dia” e “logos”. “Logos” significa ragione, significato, e anche (semplicemente) parola. “Dia” significa “in mezzo a” o “a mezzo a mezzo”. Quindi dia-logos vuol dire che ragione o significato non sono il monopolio di una parte ma affiorano nel rapporto o nella comunicazione tra parti o agenti. Il logos qui è un logos condiviso e dipende in maniera cruciale dalla partecipazione di diverse o molte persone.

Vista da questa prospettiva, la svolta dialogica può essere considerata parte o porzione della cosiddetta “svolta liguistica” o “svolta verso il linguaggio” che è una caratteristica fondamentale del XX secolo. La svolta linguistica ha comportato un allontanamento da una filosofia concentrata sull’“Io” singolare, sulla coscienza dell’ego, su quello che Cartesio definì “cogito” (penso). La sua formula “ego cogito ergo sum” (io penso quindi sono) implicava che la realtà potesse essere conosciuta dal solo ego pensante, senza alcun bisogno di riferirsi ad altre persone. In larga misura, la filosofia occidentale da Cartesio a Kant è stata una filosofia senza linguaggio e senza comunicazione. La verità poteva essere stabilita unilateralmente dall’ego pensante.

Nel corso del ventesimo secolo, molti filosofi contribuirono a sfidare e rovesciare questo tipo di unilateralismo. Ludwig Wittgenstein è famoso per aver sostenuto che verità, ragione e significato sono necessariamente corollari di un “gioco linguistico” che funziona. Tuttavia, Wittgenstein non elaborò in maniera specifica una teoria del linguaggio. Le costruzioni fondamentali in questa direzione vennero poste da vari pensatori continentali aderenti alla fenomenologia e all’esistenzialismo. Martin Heidegger sottolineò il ruolo cruciale del linguaggio nella conoscenza e nella comprensione umana e gettò le basi per un tipo di interazione propriamente dialogica. Il suo contemporaneo Karl Jaspers sviluppò una teoria della comunicazione esistenziale come precondizione della comprensione umana del Sé.

Allo stesso tempo, Martin Buber formulò una filosofia e persino una teologia dell’“in mezzo” ancorata alla relazione comunicativa tra “me e te”. L’allievo di Heidegger Hans-Georg Gadamer può essere considerato il filosofo del dialogo per eccellenza per via della sua insistenza sul fatto che ogni incontro interpersonale e ogni interpretazione testuale (ermeneutica) dipendono da un dialogo in cui i partecipanti sono disposti a trasgredire la centralità del proprio essere nella direzione di una “fusione di orizzonti”. Un approccio simile venne seguito da Gabriel Marcel e da Paul Ricoeur in Francia. Tutte queste iniziative filosofiche o intellettuali concorsero a mettere in dubbio il cogito cartesiano e la tradizionale fiducia occidentale per l’unilateralismo. Sfortunatamente, occorre molto tempo per tradurre intuizioni intellettuali in prassi politica. Di conseguenza, oggi il dialogo sta ancora lottando per intaccare monologhi politici e i conseguenti “scontri” di società e popoli.

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