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Direttore Giancarlo Bosetti
Associazione per il dialogo tra le culture
Lessico Interculturale
EN AR martedì, 8 gennaio 2008

Democrazia

Carlo Galli

Nella politica moderna “democrazia” – che nella polis era il governo di una parte maggioritaria del popolo, i ‘poveri’, contrapposta ai ‘nobili’ – significa che tutto il popolo, composto di individui liberi e uguali, è la fonte della sovranità, benché non eserciti il potere direttamente, quanto piuttosto attraverso la rappresentanza con mandato libero.


Democrazia è quindi la creazione da parte di tutti, attraverso il contratto o un’altra figura del potere costituente del popolo, del legislatore (il parlamento) che con la legge dà consistenza reale ai diritti naturali degli individui, trasformandoli in cittadini. Storicamente, la democrazia nasce in Europa con la rivoluzione francese e in America con l’indipendenza dall’Inghilterra delle colonie; nell’Ottocento e nel Novecento – non senza lotte, resistenze, strappi e regressi – la democrazia si afferma tanto a livello politico, attraverso il libero suffragio universale, il requisito politico formale della democrazia, quanto a livello della società: lo Stato sociale della seconda metà del XX secolo si sforza infatti di realizzare il requisito sostanziale della democrazia, cioè di ricondurre alle logiche dell’uguaglianza politica le dinamiche economiche e tecniche che hanno mobilitato l’Occidente e che lasciate a se stesse fanno insorgere forti differenze di potere all’interno della società.

Oggi, democrazia è il coinvolgimento, attivo e libero, di tutti i cittadini in una vita associata aperta e dinamica, e ha come obiettivo non solo la tutela di diritti ma anche il fiorire dei soggetti e delle comunità intermedie. Dal punto di vista della teoria politica, quindi, la democrazia, in quanto implica l’individuo, il popolo, la società, lo Stato, deriva da parecchie moderne tradizioni politiche occidentali: dalla secolarizzazione del cristianesimo e dei suoi valori di dignità e uguaglianza delle persone, ma anche dal contrattualismo razionalistico; dal costituzionalismo anglosassone e liberalismo continentale e inglese, ma anche dalla tradizione continentale dello Stato di diritto e dell’illuminismo; dal repubblicanesimo ma anche dal socialismo, dalla socialdemocrazia e dal cattolicesimo sociale.

Richiede la riconducibilità del potere alla sovranità del popolo con esclusione di principi di autorità esterni, e quindi la laicità dello Stato; una certa periodicità del controllo del popolo sul potere, e un’autentica possibilità di alternanza; il bilanciamento fra di loro dei poteri politici, e fra i poteri politici e i poteri sociali (il pluralismo); la teoria e la pratica dei diritti dell’uomo, nelle loro varie generazioni (diritti umani, civili, politici, sociali, di genere, di gruppo); la libertà di associazione di partiti e sindacati, la libertà economica della proprietà, del lavoro, del benessere, la libertà culturale e religiosa, e un vero pluralismo sociale oltre che istituzionale. Oltre alle sue interne contraddizioni, che tendono a trasformarla in una società passiva e massificata, governata populisticamente da poteri opachi, la democrazia deve oggi affrontare altre sfide, derivanti dal fatto che il suo insieme di valori e di risorse istituzionali ha pretese universali ma si è formato all’interno di una specifica cultura, quella occidentale, pur con tutte le sue interne differenziazioni.

Il che rende problematica l’esportazione extra-occidentale, quali che ne siano i mezzi (pacifici o militari), dei principi e delle forme istituzionali e sociali della democrazia: e infatti la democrazia è frequentemente vista come una forma politica che veicola – alla pari dell’economia, delle scienze, delle tecnologie e delle forme dell’intrattenimento – l’egemonia occidentale sul pianeta, dato che, facendo ruotare la politica intorno ai diritti umani soggettivi, considera come universalmente valide alcune configurazioni della legittimità e del rapporto fra individuo e comunità, fra religione e politica, fra società e Stato che sono proprie di una specifica esperienza storico-politica. Così, anche se modalità di limitazione del potere a beneficio dei governati non sono ignote ad alcune culture non occidentali, non è facile (benché se ne diano esempi) che la democrazia coesista con queste realtà storiche.

Del resto, anche all’interno delle forme politiche occidentali la democrazia è oggi sfidata dalla crescente presenza nelle nostre società di persone che appartengono a culture in cui non si sono formate le idealità e le istituzioni della democrazia. Ciò può produrre il segmentarsi della cittadinanza democratica in una pluralità di identità culturali collettive, alle quali i singoli individui sono portati a conferire legittimità e lealtà primarie, col rischio che in casi estremi si generino conflitti di culture.

Per misurarsi col multiculturalismo una democrazia ha diverse possibilità d’azione: da una parte, può non riconoscere status politico privilegiato alle culture e favorire l’emancipazione da esse dei loro membri, enfatizzando in modo esclusivo i valori della libera e uguale cittadinanza democratica (il modello repubblicano francese); dall’altra – nella convinzione che sia possibile immaginare e organizzare la convivenza democratica non solo degli individui e delle classi ma anche delle culture – può tenere fermi i propri principi fondamentali ma accettare un certo tasso di relativismo e di duttilità nelle forme concrete della loro realizzazione (accettare cioè che il libero fiorire delle personalità possa avvenire anche in contesti familiari e religiosi non di stampo occidentale), e cercare quindi non di perseguire la neutralizzazione politica delle culture ma anzi di istituire con esse un dialogo che porti al reciproco riconoscimento e alla definizione di un terreno di coesistenza democratica che includa anche la pluralità culturale.

Nell’eterogeneità economica, politica e culturale del mondo globalizzato, nei dilemmi dell’universalismo, e nella dialettica fra esclusivismo e relativismo, c’è quindi oggi il nuovo orizzonte della democrazia, con le sue possibilità di crisi, ma anche di sviluppo e di trasformazione.

Carlo Galli insegna storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna. Ha tra l’altro pubblicato: Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno (Il Mulino 1996) e Spazi politici (Il Mulino 2001), La guerra globale (Laterza 2002), insieme a Roberto Esposito Enciclopedia del pensiero politico (Laterza 2005), e ha curato il Manuale di storia del pensiero politico (Il Mulino 2006).

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