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Multiculturalismo

Il termine è entrato in uso alla fine degli anni ‘80 negli Stati Uniti per indicare l’ideale di una società dove più culture potessero convivere nel reciproco rispetto, ma fuori da ogni dominazione e assimilazione alla cultura dominante.

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Direttore Giancarlo Bosetti
Associazione per il dialogo tra le culture
Lessico Interculturale
EN AR martedì, 7 novembre 2006

Multiculturalismo

Elisabetta Galeotti

Il termine è entrato in uso alla fine degli anni ‘80 negli Stati Uniti per indicare l’ideale di una società dove più culture potessero convivere nel reciproco rispetto, ma fuori da ogni dominazione e assimilazione alla cultura dominante. Multiculturalismo è essenzialmente un’aspirazione cui si richiamano rappresentanti e portavoce di vari gruppi minoritari, per affermare la legittimità delle proprie differenze e per ottenere il riconoscimento dei loro tratti culturali.


In che cosa consista l’accettazione delle differenze e il riconoscimento delle culture è questione controversa che ammette interpretazioni più deboli e più forti, che vanno dalla tolleranza pubblica di differenze culturali, alla richiesta di sostegno per la sopravvivenza della cultura d’origine. Il multiculturalismo si pone così in alternativa al tradizionale melting pot, ideale assimilazionista americano, anche condensato nella massima e plurimus unus, dove l’accento cade sull’unificazione e sull’integrazione di tutti i gruppi in un’unica nazione.

La ragione del passaggio dal melting pot al multiculturalismo viene indicata nell’integrazione fallimentare e monca prodotta da quel modello: unificazione in realtà ha significato assimilazione al gruppo dominante, da una parte, e persistente discriminazione e marginalizzazione delle minoranze, dall’altra. Dominazione culturale e disuguaglianze sociali sono apparse un esito non contingente degli ideali e delle politiche di integrazione tradizionali, a cui le minoranze svantaggiate, segnatamente quella afro-americana, hanno opposto un atteggiamento assertivo della propria differenza e celebrativo delle proprie origini culturali.

Nel nome del multiculturalismo, a partire dalla fine degli anni ‘80, sono state avanzate molte rivendicazioni diverse. Negli Stati Uniti si è partiti con le battaglie sui programmi scolastici, e in particolare contro “il canone”, ossia quell’insieme di classici della letteratura e del pensiero occidentali che tradizionalmente si studiavano nelle scuole. Si richiedeva un ampliamento del canone in modo da far posto anche a espressioni artistiche e letterarie di altre culture. Su questo aspetto si è scatenata una polemica vastissima che ha visto contrapposti i sostenitori delle differenze e del multiculturalismo da un lato, e i difensori della tradizione, dall’altro, che contrattaccavano con la polemica sulla “correttezza politica”. I liberal democratici si sono divisi un po’ di qua e un po’ di là, alcuni accogliendo la domanda di giusta integrazione soggiacente alla richiesta, e altri opponendosi alle derive particolariste e relativiste della celebrazione delle differenze.

Dopo questi esordi tempestosi, il multiculturalismo è uscito dalla griglia della battaglia sui curricula e dagli Stati Uniti. Ha trovato sostenitori illustri in filosofi liberali quali Will Kymlicka, Joseph Raz, Avishai Margalit, si è incanalato in richieste diverse che andavano dalla tolleranza per i dress-codes alle scuole bilingui, dai cambiamenti delle mense, alla richiesta di diritti culturali. Sul finire degli anni novanta, sembrava che, quantomeno sul piano della legittimità nella discussione pubblica, il multiculturalismo avesse vinto la sua battaglia. Non per molto. Cominciarono allora le critiche al multiculturalismo in nome dei diritti delle donne. Susan Okin scrisse nel ‘98 un famoso saggio “Is Multiculturalism Bad for Women?” in cui si denunciava che la protezione di culture non occidentali spesso implicava una trascuratezza per i diritti delle donne in quelle culture patriarcali e oppressive.

Sul piano filosofico alcuni, come Brian Barry (2000), affermavano che alla discriminazione e alle disuguaglianze non si può rimediare con altre discriminazioni alla rovescia, che l’unico rimedio è l’eguaglianza liberale. A ciò si aggiunga il clima di sospetto nei confronti degli arabi e islamici dopo l’11 settembre 2001, aumentato dagli atti di terrorismo successivi, e si spiega la rapida perdita di credito del multiculturalismo e delle politiche ad esso ispirate. Ciò ha prodotto l’effetto bizzarro per il quale, nel nostro paese, le critiche al multiculturalismo sono partite prima che esso fosse effettivamente capito, studiato e adottato come guida di politiche culturali.

Alla domanda se il multiculturalismo porti inevitabilmente a una società a mosaico, tribalizzata nelle sue differenti tradizioni, all’abbandono dei diritti delle donne e degli individui entro le culture, e a una prospettiva di relativismo culturale che ci lascia impotenti di fronte agli attacchi del fondamentalismo islamico, la risposta è no, a meno che del multiculturalismo si dia una versione caricaturale e tendenziosa. Se il multiculturalismo viene sostenuto da principi universali propri della tradizione liberale (eguaglianza di rispetto, non discriminazione, tolleranza, eguaglianza di opportunità), come accade nelle migliori interpretazioni, e se viene realizzato con atteggiamento aperto, di tentativi e errori, di ricerca di accomodamento, non ha, a tutt’oggi, alcun ideale sostitutivo per la convivenza di più gruppi e culture.

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