Quell’indiano con lo stomaco di Glasgow
Francesca Giorgi 16 novembre 2010

Capitolo 1. Da dove vieni…davvero?

Vieni forse dall’Inghilterra dove vivi e lavori ogni giorno? Dalla scozzese Glasgow dove sei nato e cresciuto, imparando a essere un perfetto cittadino britannico? Oppure dall’India dei tuoi genitori, tratti somatici, cultura, tradizioni?

In Indian takeaway (Newton Compton editori, Roma 2010 – Euro 14,90) Hardeep Singh Kohli, sceneggiatore e conduttore per la radio e la televisione inglese, racconta il viaggio compiuto alla riscoperta delle proprie radici indiane. Con un progetto insolito: cucinare in India, a persone indiane, alcuni cavalli di battaglia della cucina britannica. Come dire: che l’incontro fra le culture inizi…a tavola! Hardeep Singh Kohli è nato a Glasgow nel 1969 da genitori indiani di religione sikh. Suo padre è originario del Punjab, mentre sua madre proviene da una famiglia indiana della cosiddetta diaspora nell’Africa orientale, figlia di un impiegato delle ferrovie mandato dagli inglesi a svolgere il proprio lavoro in Kenya.

Un “pout-pourri” di identità, potremmo definirlo, capace di mettere alla prova l’autocoscienza di chiunque. È la condizione di molti migranti, specialmente di seconda generazione, spesso combattuti e lacerati nella definizione delle proprie appartenenze o nella scelta della comunità in cui vivere e inserirsi. Scrive Singh Kohli: “Il mio aspetto esteriore potrà anche essere indiano, ma la mia mente, il mio cuore e il mio stomaco sono in tutto e per tutto di Glasgow. L’inglese è senza dubbio la mia madrelingua. Mi arrabatto con quel po’ di punjabi che mi ha insegnato mia nonna. Tuttavia, in quanto sikh con tanto di turbante, gli indiani si aspettano che parli correttamente hindi e/o punjabi. A quanto pare, ovunque vada, le aspettative sul tipo di persona che dovrei essere non coincidono mai con ciò che sono per davvero”.

Così, giunto alla soglia dei 40 anni, Singh Kohli decide di tornare in India, dove è già stato molte volte, per tentare di porre sul suo paese di origine uno sguardo diverso. E comprendere le ragioni per cui schiere di occidentali, dagli anni ’60 fino a oggi, proprio lì si sono recati per ritrovare sé stessi. Il viaggio toccherà tutte le diverse regioni dell’India, per poi giungere a Ferozepur, città natale di suo padre, vera figura di riferimento e quasi co-protagonista della vicenda. Lo stile del racconto è ironico, variegato, intrigante, e la provenienza dell’autore dal mondo dei media radio-televisivi si fa sentire. Il fraseggio tende spesso alla battuta d’effetto, in alcuni casi davvero esageratamente, quasi a voler costringere il lettore a ridere anche in momenti inopportuni. Con il risultato di cadere addirittura nel cattivo gusto, ed è un vero peccato.

Di gran lunga più convincenti i paragrafi dedicati alla descrizione di ciò che Singh Kohli incontra, scopre, vede e ammira durante il viaggio. Qui la scrittura si fa più spontanea, commossa, malinconica e dunque coinvolgente. Qui la vera protagonista diventa l’India: “Non esiste nulla, in tutto il vasto subcontinente, che possa essere descritto come blando o insignificante. Ogni esperienza, ogni percezione sensoriale è intensa. Dalla bellezza del panorama alla desolazione della miseria: è tutto amplificato”. Anche la caratterizzazione dei personaggi incontrati dall’autore durante il percorso è veramente efficace, così come quella dei componenti della sua numerosa famiglia. In ognuno di essi Singh Kohli si rispecchia e trova motivo di crescita, moderno Ulisse alla ricerca della sua Itaca.

L’aspetto culinario è presente in tutto il libro, inevitabilmente, e nella sfida tra la cucina indiana e quella britannica è la prima ad avere decisamente la meglio. Come previsto dal padre dell’autore, il quale sostiene, già prima della partenza di Hardeep: “Figliolo, se la cucina inglese fosse così buona, non ci sarebbero ristoranti indiani in Inghilterra”. La cucina, tuttavia, è solo un pretesto. L’obiettivo è un altro: comprendere la propria identità, arrivare alle radici e sciogliere il groviglio del proprio essere, trovare una definizione, insomma. O forse no. “Ero, sono e sarò sempre un uomo dalla pelle scura, con un turbante in testa […] Sono ciò che sono, a seconda di come mi vede la gente. Il modo in cui mi sento dentro, tuttavia, è un altro paio di maniche. E dentro io mi sento inglese. Eppure, mi sento un tutt’uno con la mia indianità. Il punto non è tentare di definire con esattezza ciò che sono. […] Ma in questo preciso istante sento che, qualunque sia l’equilibrio tra la mia parte indiana e la mia parte inglese, va bene così”.