Sant’Egidio, a Roma le grandi voci della primavera araba
Azzurra Meringolo 5 marzo 2012

“Il dialogo interreligioso è fondamentale per il presente e il futuro del Medio Oriente” aggiunge Pizzaballa che elenca quali devono essere i principi sui quali si dovrebbe fondare tale dibattito. Secondo il custode di Terra Santa, la relazione tra le diverse religioni dovrebbe infatti rimettere al centro l’ambito profetico di ogni credo, per poi diventare concreto e definire dettagliatamente cosa vuole dire cittadinanza e quali sono i diritti che spettano a tutti i cittadini. “È essenziale ridefinire la relazione tra religione e politica e ricordare la dimensione universale del dialogo interreligioso” aggiunge Pizzaballa. Inoltre, affinché tale discussione sia proficua “è importante riconsiderare il valore di apertura e di interdipendenza che esiste non solo tra stati, ma anche tra individui che interagiscono nel nostro tempo. Il dialogo interreligioso deve essere infine legato alla storia dei popoli in questione che va quindi riletta in maniera positiva.”
Del resto, a confermare l’importanza del dialogo è quanto scritto nello stesso Corano, che non accetta le discriminazioni religiose. Lo ricorda Abdul Rahman al-Barr, una delle personalità più significative della Fratellanza Musulmana, che intervenendo alla conferenza chiarisce: “ Dio ha creato il pluralismo e la diversità, dunque la presenza dell’altro è necessaria. Il Corano indica come irrazionale ogni forma di discriminazione.”

A Roma, ad affrontare il tema del dialogo interreligioso è stato anche l’arcivescovo greco-cattolico di Beirut e Byblos, Ciryl Salim Bustros, che ha posto al centro del dibattito il concetto di cittadinanza. “Nella regione araba, l’altro è il cristiano, ma il termine “altro” dovrebbe sparire dal vocabolario. Anche le percentuali che mostrano quanti sono i musulmani e quanti i fedeli di credo differenti non dovrebbero interessare più di tanto. Entrambi i gruppi religiosi hanno contribuito a creare lo stato attuale ed è giunta l’ora che gli arabi smettano di considerarsi fedeli di Allah o di Dio e si identifichino piuttosto come cittadini dello stato nel quale vivono” aggiunge Ciryl Salim Bustrous.

E se l’arcivescovo invita i musulmani a non trattare i cristiani come minoranze, Pizzaballa chiede a questi ultimi di contribuire alla vita dei loro paesi da protagonisti. “Non serve più cercare protezione, ma partecipazione seria alle dinamiche politiche nazionali. Fino ad ora i cristiani hanno cercato garanzie, ora bisogna invertire la rotta perché serve il loro contributo” dichiara il custode di Terra Santa. A mostrare come alcuni cristiani hanno cercato in primis protezione e garanzie è Najib Awad, siriano che lavora nell’Università di Goettingen che, osservando quanto sta avvenendo nel suo paese, spiega: “vi sono cristiani che continuano a sostenere il regime degli Assad, altri che sono passati all’opposizione e moltissimi ancora indecisi sul da farsi.”

Eppure le rivolte che stanno attraversando il bacino meridionale del Mediterraneo hanno fatto saltare, almeno in parte, gli equilibri esistenti ed è necessario trovarne ora un nuovo. “La primavera araba ha riaperto la possibilità alla comunità locale di parlare e di affermare lo stato sulla cittadinanza e la democrazia” afferma sheikh Rashid Ghannushi. Tornato in Tunisia dopo ventidue anni di esilio, lo scorso ottobre Ghannushi ha condotto alla vittoria il partito islamista Al-Nahda, la Rinascita, nelle prime elezioni dell’assemblea costituente dopo la caduta del presidente Ben Ali.

Anche se il partito Al-Nahda è stato in grado di coinvolgere nella gestione del paese istanze di centro e laiche, secondo Sayyed Jawad al-Khoei è importante “dividere l’Islam religioso da quello politico. Quest’ultimo strumentalizza la religione e ad averne paura sono soprattutto le minoranze che temono che le primavere arabe si trasformino per loro in un autunno” aggiunge nel suo intervento questo iracheno sciita della fondazione Al-Khoei.

E nel dibattito attorno al tema di piena cittadinanza e pluralismo religioso, prezioso è il contributo dell’università cairota di Al-Azhar, massima autorità dell’Islam sunnita, che nell’ultimo anno ha esposto il suo nuovo pensiero in tre documenti. Il primo si è concentrato sul futuro dell’Egitto, il secondo ha trattato il tema delle rivoluzioni arabe e il terzo è una carta delle libertà.

“La religione si fonda su valori di giustizia e lealtà. Qualora questa etica fosse presente anche nei movimenti politici, le condizioni di vita dell’intera società migliorerebbero ” dice a Reset Mohammed Esslimani, teologo musulmano proveniente dal Cairo che sottolinea l’importanza dell’ultimo documento di Al-Ahzar. “Oltre a promuovere il dialogo interreligioso e quello tra musulmani, Al-Azhar ha parlato di stato moderno” aggiunge Esslimani che enfatizza l’uso di questo attributo. Nella carta delle libertà non si parla infatti di uno stato civile perché nella realtà locale tale espressione appare come qualcosa di contrario alla religione. Come stato moderno si intende comunque una realtà democratica, costituzionale, pluralista, capace di garantire libertà di opinione e di pensiero. In questo contesto i valori islamici appaiono non tanto come modelli ferrei fatti per limitare i cervelli dei fedeli, quanto piuttosto come valori che invitano alla libertà dell’ijtihad, lo sforzo nell’interpretazione dei testi sacri.