Tunisia: ora la parola d’ordine è unità nazionale
Antonella Vicini 28 ottobre 2011

Alla vittoria annunciata di Ennahda, che si è aggiudicata 90 seggi su un totale di 217, fanno da contraltare, infatti, altri due exploit; quello del Congrès pour la République e quello di Ettakatol (il Forum Démocratique pour le Travail et les Libertés), rispettivamente il secondo e il terzo partito del Paese con 30 e 21 seggi. Segue poi Aridha Chaabia, la Pétition populaire pour la liberté, la justice et le développement, con diciannove seggi. Il risultato della ‘petizione popolare’ sarebbe potuto essere migliore se le circoscrizioni di Tatauoine, Sfax I, Jendouba, Kasserine, Sidi Bouzid, Francia 2 non fossero state annullate per l’eccessiva esposizione della lista sul canale Al Mustakel, in palese violazione del decreto legge n. 35 del maggio 2011 sulle modalità e limiti della campagna elettorale. Ci sono, infine, il Parti démocrate progressiste con 17 seggi – che rappresentano invece una grossa sconfitta rispetto alle aspettative iniziali – e il Pôle Démocratique Moderniste (PDM) con cinque. I restanti 35 sono stati distribuiti tra la miriade di altre liste concorrenti.

Quello che salta all’occhio è che se il primo partito tunisino è l’islamico Ennahda, dall’altra parte ci troviamo di fronte a una serie di compagini progressiste, che si ispirano a principi laici e di sinistra e che rivendicano l’attenzione per il rispetto dei diritti civili e dei diritti umani. I più importanti, il CPR e Ettakatol hanno portato avanti una campagna elettorale puntando sul proprio programma e non sulla contrapposizione, sterile, col gigante Ennahda come ha provato a fare, invece, il PDP. Ma a sentire parlare il portavoce di Ettakatol, Mohammed Bennour, quella delle sinistre sarebbe una vittoria monca: “moltissimi voti non sono serviti a nulla e si sono dispersi. Basti pensare che in molte circoscrizioni c’erano 70, 80, 90, 120 liste. Questo ha favorito unicamente il partito religioso.

I risultati ottenuti comunque riflettono un po’ quella che attualmente è la mentalità della società tunisina”.

La frammentazione delle sinistre è un dato di fatto, necessario in questa prima fase della democrazia tunisina per testare la forza di ogni singolo gruppo. “Queste elezioni sono state un banco di prova – continua Bennour – sia per i partiti che per le persone che hanno votato ed è stata una sfida vinta da entrambi. Abbiamo votato nella trasparenza e nella libertà, ma io desidero che la gente, visti i risultati, possa rendersi conto se quello che ha espresso sia stato un voto utile o un voto inutile. L’obiettivo era di permettere a tutti gli indipendenti di votare per un’unica sigla; questo obiettivo non è stato centrato. Spero invece che alle prossime elezioni si possa realizzare”.

Per una coalizione delle sinistre non sarà necessario, però, aspettare il prossimo voto perché sin da ora si sono aperte le consultazioni per la creazione di un governo di unità nazionale da realizzare entro tre mesi, che permetta il varo della nuova costituzione e la transizione verso le elezioni politiche.

La domanda che tutti si pongono riguarda le eventuali alleanze con Ennahada e le prospettive di una coalizione religiosa e laica nello stesso tempo. Per Bennour “non c’è ancora nessun tipo di accordo. Adesso andremo a parlare con tutti i partiti che attualmente compongono la costituente compreso Ennahda e, sì, potrebbe esserci un accordo anche con gli islamici, ma non sarebbe una vera e propria coalizione, piuttosto una partecipazione al governo”.

Della stessa opinione Moncef Marzouki, leader del CPR, secondo cui “è ancora presto per parlare di alleanze. Ma sono convinto che una guerra tra islam e secolarismo sarebbe pericolosa per il Paese e per la sua unità nazionale e credo che sia possibile conciliare entrambe le anime, senza perdere di vista la nostra natura”. “Il progetto del mio partito – spiega Marzouki a Resetdoc – è quello di affrontare i problemi economici che sono molto urgenti e per far questo abbiamo bisogno di una coalizione governativa. Appena sarà possibile parleremo di questo con Ennahda e con tutti gli altri partiti che sono stati premiati dalle urne. Comunque un accordo con Ennahda non è da escludere”.

Una delle ragioni della vittoria del Congrès pour la République risiederebbe infatti proprio nell’aver saputo conciliare le due diverse anime del popolo tunisino.

“Credo che il voto abbia dimostrato – sostiene Marzouki – che siamo riusciti a rivolgerci alla parte laica della popolazione, rivendicando il nostro background molto forte in tema di battaglie per i diritti umani e civili. Allo stesso tempo non abbiamo detto che avremmo combattuto contro gli islamici. Anzi, abbiamo parlato anche a loro assicurando che ne avremmo difeso l’identità musulmana, con la consapevolezza che non dobbiamo assolutamente abbandonare le nostre battaglie sui diritti e sulle libertà civili. In questa fase della nostra storia è importante collaborare con l’islam più moderno”.

La “concordia nazionale” è l’obiettivo dichiarato anche del partito islamico che nel corso della sua prima conferenza stampa da vincitore ha ufficializzato l’avvio delle consultazioni. “Il nostro cuore è aperto a tutti”, ha annunciato Rached Ghannouchi, mentre il segretario generale di Ennahda, Hamadi Jbeli, probabile futuro primo ministro, ha sottolineato che al centro dei colloqui ci sarà il rilancio dell’economia nazionale.