In Italia, lei ha pubblicato Elogio dell’Odio (Bompiani, 2011), romanzo finalista del premio Internazionale per la letteratura araba 2008. Un titolo con cui si potrebbe commentare adesso l’attualità siriana.
Come qualsiasi scrittore, credo che la ricerca del titolo sia uno dei momenti più importanti. Questo titolo riassume in maniera precisa il significato delle vicende narrate nel romanzo che però è ambientato negli anni ottanta, un periodo in cui in Siria convivevano due fondamentalismi che inneggiavano all’odio (nel 1982, i Fratelli Musulmani condussero una rivolta armata contro il regime laico del partito Baath, che fu annientata con il bombardamento della città di Hama, centro dell’opposizione fondamentalista, ndr). Il fondamentalismo, causa di morte, che denuncio in questo libro non riguarda necessariamente l’Islam.
Elogio dell’Odio racconta dal punto di vista di una ragazzina la storia di una famiglia di Aleppo (dove è nato lo scrittore). Sullo sfondo gli scontri degli anni ottanta fra Baathisti e Fratelli Musulmani. Che vicenda ha seguito il libro, dopo la censura in Siria, e la decisione di pubblicarlo nel 2007 in Libano?
Praticamente non è successo nulla. Il mio è stato un delitto perfetto. È soprattutto un libro contro il fondamentalismo come ideologia. Non ci sono riferimenti diretti al regime al potere in Siria in questo momento (che avrebbero potuto essere utilizzati contro di me). In questo modo (cioè con l’uso logorante di metafore e similitudini, ndr) noi scrittori siriani riusciamo a parlare di tutto, o quasi. E infatti dovete sapere che nelle nostre carceri non ci sono autori imprigionati solo per un libro.
Lei adesso vive a Damasco. No ha paura di rientrare?
Quando la protesta avanza il regime non ha più tempo per curarsi di ogni singola frase che pronunciano gli scrittori. All’interno del paese noi e gli altri attivisti denunciamo in maniera molto dura i crimini del regime! Adesso Damasco è occupata a smantellare i movimenti clandestini che agitano le manifestazioni. La loro protesta non ha un colore politico.
Come si è sviluppata la protesta in Siria?
Le ragioni erano presenti almeno da cinque anni. Il matrimonio fra la corruzione politica e una condotta dell’economia mafiosa hanno esasperato il popolo siriano. Ma devo dire che ha influito anche il vento delle rivolte scoppiate quest’anno in Tunisia, Egitto e Libia. In particolare, fra intellettuali in Siria parliamo spesso di quello che è accaduto al Cairo e del successo di ciò che credo sia stata la svolta verso la democrazia per gli egiziani.
La primavera araba è già finita?
Chi ha operato queste rivolte sa bene che il crollo dei regimi è semplicemente l’inizio della rivoluzione. Il popolo siriano, in particolare, chiede di smantellare il regime per porre fine alle ingerenze dei servizi segreti e poter decidere del proprio futuro. Ma credo che avremo bisogno di un periodo di almeno 10 anni per garantire un passaggio sicuro del potere verso la democrazia e impedire l’arrivo di altri regimi.
Chi legge la storia contemporanea della regione araba sa che i regimi che governavano questi paesi hanno preso il potere tutti nello stesso periodo, cioè negli anni settanta. In Siria, Egitto, Sudan, Libia, Mauritania, Yemen, Algeria ecc. Si tratta di leader che hanno raggiunto il potere utilizzando gli stessi slogan. Tutti inneggiavano alla liberazione dei territori dagli israeliani. Oggi, dopo 40 anni, questi leader arabi hanno buttato in mare il loro popolo (e non Israele come recitavano i loro slogan, che invece è ancora là).
E la minaccia islamista?
L’Islam fa parte della nostra cultura come il cristianesimo di quella europea.
Come vede il futuro prossimo della Siria?
Il popolo siriano ha superato la paura e vuole portare a termine la sua rivoluzione. Si tratta di una determinazione che li porterà ad accettare qualsiasi prezzo. Il passaggio alla democrazia non sarà cosa facile. Ma il ritorno al passato non è più possibile.
C’è stata un’evoluzione fra il governo di Hafez al-Assad e quello di suo figlio Bashar? Grazie ad un emendamento alla Costituzione, Bashar riuscì a succedere al padre nel 2000.
Sì, è vero, sono state promesse riforme, ma non c’è stata la svolta che ci si aspettava da questo presidente giovane (Bashar al-Assad è diventato presidente all’età di 35 anni, ndr). Undici anni sono sufficienti per attuare un programma politico di riforme democratiche, e lui invece è rimasto legato alle vecchie logiche di regime.
Cosa si è conservato della società siriana che era precedente al regime degli Assad, saliti al potere nel 1970 con Hafez?
Si tratta di un popolo che nei secoli ha dato dimostrazione di una forte apertura verso l’Altro. I siriani sono commercianti da sempre. Il commercio ha bisogno di una cultura civile, incline alla mediazione, per svilupparsi. Per questo non credo che il fondamentalismo possa davvero attecchire in questo Paese.