L’islam non deve far paura. Perché se «siamo entrati nel XXI secolo accompagnati dalla grande questione dell’islam», che in Italia e in Europa suscita una gradazione di sentimenti che vanno dalla diffidenza alla stigmatizzazione fino all’islamofobia, serve invece la consapevolezza di quanto sia complesso il mondo islamico, di quanta semplificazione ci sia nella paura alimentata dai pregiudizi, e di quanto i fenomeni siano molto più articolati e intrecciati di come possono sembrare a prima vista. Tanto che la stigmatizzazione dei musulmani si scontra con realtà contraddittorie, come quella della giovane Leila, immigrata, con permesso di soggiorno e chador, che ogni mattina fa le pulizie in una sede della Lega Nord. “L’Islam spiegato ai leghisti” (Piemme 2011) di Khaled Fouad Allam, sociologo, docente di islamistica e saggista, ha un titolo furbo, ficcante e geniale: il libro non è affatto un manuale che spiega l’islam ai leghisti, come sembra promettere, ma è un saggio denso, ricco di rimandi colti e di note personali, che intreccia l’attualità con la tradizione interpretativa dell’islam, il dibattito culturale interno al mondo islamico alla storia e all’impegno personale dell’autore, il discorso politico e intellettuale sull’islam con il discorso sull’Occidente e il reciproco, necessario rapporto.
Certo, il riferimento al modello di pensiero leghista non manca, specialmente quando si riconosce il peso che la stigmatizzazione dei musulmani ha nel discorso politico della Lega, unito al riconoscimento che le élite del partito hanno conoscenza del fenomeno ma lo inquadrano in un contesto di allarme e in una visione «pessimista sulla capacità dell’islam di evolversi». Allo stesso tempo, il riferimento alla Lega sembra soprattutto lo spunto, anzi la cornice narrativa ideale, per approfondire quali sono le sfide che l’islam pone all’Europa, quali sono le criticità del mondo islamico e quali quelle dell’Occidente, quali le reciproche «questioni irrisolte», sulle quali l’autore si sofferma senza alcuna indulgenza, senza nascondersi le ambivalenze e le contraddizioni interne – come accade, per limitarsi a un paio di esempi, alle condizioni della donna nel mondo islamico, alle responsabilità degli stati musulmani che hanno aperto alla re-islamizzazione mettendo a tacere le voci critiche, e alla crisi del multiculturalismo così come tradizionalmente concepito in Occidente.
Particolarmente significative sono le pagine che Khaled Fouad Allam dedica alla ricostruzione delle dinamiche con cui si esercita la paura dell’islam e si costruisce l’islamofobia, che permea non solo l’opinione pubblica ma anche il discorso scientifico e culturale. Il discorso politico e mediatico, ma anche parte della recente letteratura, esprimono «una paura inconscia dell’islam che riecheggia nell’immaginario collettivo. Questo fenomeno – scrive l’autore – investe due settori delle nostre società: le opinioni pubbliche, in Europa e non solo; ma anche la sfera degli studiosi, dei giornalisti, e talvolta degli scrittori e degli artisti. Paura inconscia da un lato, e dall’altro una realtà spesso crudele nella violenza politica e nel terrorismo – che utilizza l’identità religiosa come fondamento della sua azione politica – hanno creato le basi per lo svilupparsi di quel fenomeno chiamato islamofobia».
In Italia, l’islamofobia inizia a diffondersi con l’attentato alle Torri Gemelle di New York, l’11 settembre 2001, che «ha creato un trauma planetario e ha innescato una linea di frattura fra islam e Occidente». In questo contesto, inoltre, si tende a nascondere il dissenso interno al mondo musulmano, ovvero la presenza e il lavoro di quanti si battono contro le derive terroristiche. «Su questa dimensione, e sulle lotte che i musulmani affrontano all’interno delle proprie comunità e società per affermare i valori della tolleranza e della libertà, si stende una cappa di silenzio, perché la strategia del discorso islamofobico consiste proprio nel negare qualunque possibilità di cambiamento e di emancipazione all’interno di queste culture come se, nella storia dell’islam, il dissenso e la critica non fossero mai esistiti e non potessero esistere». Si sviluppa una «strategia della costruzione della paura» che serve all’Europa per affermare la propria identità e al discorso politico per creare consenso. Si sviluppa la paura dell’Eurabia, «un’Europa che non è più se stessa e sarà sempre più indebolita dal fattore islamico». Si sviluppa una «islamofobia colta», nel discorso scientifico e intellettuale, che sostiene la tesi di una frattura insanabile fra i due mondi.
Su un versante completamente diverso stanno i pensatori che portano avanti idee aperte alla novità e al pensiero critico, tutti gli intellettuali che hanno alimentato e alimentano il dibattito interno all’islam, anche nel silenzio e in una posizione scomoda. Una posizione difficile, capace di visione a lungo termine ma meno conosciuta perché meno visibile nel discorso pubblico, specialmente quando si ha un approccio innovatore, quando la memoria della tradizione non impedisce la proposta di innovazione, quando ci si pone come crocevia fra chi si riconosce come occidentale e chi si riconosce come orientale – «ci troviamo a metà di un ponte, e riceviamo insulti da ambedue le rive», afferma l’autore parlando col suo maestro.
Ma sulla paura non si può costruire il futuro. E nel futuro – come in realtà è accaduto tantissime volte in passato e come è accaduto da sempre in Italia, frutto di mescolanze infinite – le identità si mescolano, si intrecciano e alla fine trovano una sintesi, perché se «l’Europa è morta a Lampedusa» negando aiuto a chi sbarcava, quella stessa Europa «dovrà rinascere da qualche parte nel Mediterraneo», superando paure, pregiudizi e divisioni fittizie, frutto dell’opera fallibile degli uomini, più che delle divisioni della cultura, della storia e della fede.