Le mille e due Turchie
Daniele Castellani Perelli 31 maggio 2010

In questo libro, Ottaviani si concentra su luoghi e temi che nel primo erano stati solo accennati. Parte dalla visita di Smirne, città “autenticamente occidentale e aperta”, in cui uomini e donne “crescono con modelli in tutto e per tutto simili a quelli europei” (“L’Akp, il partito islamico moderato guidato dal premier Recep Tayyip Erodgan, qui non vincerà mai – spiega l’autrice – perché Smirne è la terra sacra del laicismo turco”).

Raccontare la trasformazione della “perla dell’Egeo” è anche l’occasione per ricordare i progressi dei rapporti con la Grecia, un tema delicato che Ottaviani affronta con riflessioni amare (“La cosa più drammatica e che dovrebbe fare riflettere è che anche chi riuscì a salvarsi dalla furia dei turchi e arrivò in Grecia, spesso si vide trattato come un cittadino di terza classe”) e senza alcuna faziosità, come le succede anche nel racconto di tutti gli altri nodi della Turchia, dalla questione armena a quella curda (per quest’ultima si è fatto “un passo indietro e questo a causa dell’eterna frattura fra il modo di vedere lo Stato del governo e quello della magistratura, che poi somiglia molto anche a quello dei militari”).

Insomma, nonostante la passione, nonostante l’orgoglio personale e professionale (sottolineati anche dalle sortite autobiografiche) con cui racconta l’orgogliosa Turchia, l’autrice riesce a mantenere uno sguardo perfettamente lucido sulla materia. È con questo approccio che Ottaviani spiega il conflitto tra laici e musulmani (cui corrispondono due “veri e propri imperi economici”) e il più generale manifestarsi di due Turchie. Due sulla questione della laicità, dell’eredità ottomana, del rapporto con le minoranze e del ruolo della donna. Questa democrazia vivacissima è la Turchia, un paese che – ammonisce l’autrice – sta guardando sempre più con disincanto a quella prospettiva europea che l’Ue ha deciso di rimandare a chissà quando.