Un’adolescenza cattolica
Claudia Durastanti 16 febbraio 2010

Forse il legame con i due discepoli sta nel fatto che, come loro, i ragazzi di Emmaus – voce narrante rigorosamente senza nome, Bobby, il Santo e Luca – sembrano non capire alcune cose di sé e della propria vita, in un percorso gradualmente involutivo. In questa mancata comprensione è incluso il rapporto con la propria fede, una sorta di presenza-assenza in cui la religione rappresenta un’alternativa, una forma di protezione che consente di essere diversi da coloro che se ne vanno “solenni e impuniti”. Che Bobby e i suoi amici ne siano consapevoli o meno non importa, ma stupisce la scelta dell’autore, perché se un’esistenza borghese e di cattolico conformismo può essere facilmente ambientata nella Torino degli anni Sessanta-Settanta che fa da sfondo al libro, è vero che Baricco questo libro lo scrive adesso, e ha il coraggio di raccontare quelli che gli altri si dimenticano di raccontare, i ragazzi con le felpe informi che suonano la chitarra in chiesa e cambiano le lenzuola ai malati terminali.

Le prime scene sono un film, che ricorda molto da vicino “Il giardino delle vergini suicide” di Sofia Coppola, a sua volta tratto dal libro di Jeffrey Eugenides. Baricco ha familiarità con la scrittura visiva (non a caso ha recentemente girato un film) e nelle prime pagine si intuisce tutto il suo senso dell’inquadratura, attraverso il vuoto che riempie le stanze, gli oggetti rivestiti di stoffe brutte, la polvere, i rosari abbandonati. Il compito di arrecare il disordine viene affidato ad Andre, una ragazza ricca e totalmente androgina, come si addice in un romanzo in cui la religiosità immaginata è al maschile e trasversalmente omoerotica. Andre è perturbante proprio nell’essere levigata e poco appariscente, ma il personaggio rischia spesso lo stereotipo; nella caratterizzazione da donna fatale che è necessariamente di tutti e di nessuno, spesso partecipe di un dramma fine a se stesso.

La protagonista flirta con la morte, le si sottrae, si dedica alla promiscuità sessuale, attraverso la quale “si uccide ogni giorno”. I ragazzi, dall’alto della loro fede moralizzante e corruttibile, la guardano, mentre i genitori restano sullo sfondo e quando appaiono si fanno portatori di malattie o di domande inutili, come quelle sul suicidio di un figlio o sul suo allontanamento dalle vecchie amicizie. E da questo non capire, ancora una volta, dipende la drammatica conclusione di Emmaus; perché ogni film o romanzo di formazione che tratta l’amicizia maschile, chissà come mai, termina con qualcuno che guarda gli altri sfilare fuori dalla sua finestra.

Per la voce narrante il ruolo da custode della memoria è quasi prescritto. Per questo, nonostante tutto sia diverso da prima, il protagonista resta al suo posto, da solo. In fondo, è stato “educato a un’ostinata resistenza, che considera la vita un obbligo nobile, da assolvere in pienezza” e non potrà mai morire, “se non in gesti passeggeri e in momenti dimenticabili”. L’evoluzione e il finale non stupiscono e la bellezza di Emmaus prescinde la trama. C’è più equilibrio e meno Baricco nella prima parte, mentre nella seconda torna qualche familiare autocelebrazione dell’autore. Nel complesso si tratta di un romanzo doloroso e autentico, e quando l’autore tratta con rispetto il dolore freddo e silenzioso che accompagna i suoi giovani protagonisti, diventa capace di toccare corde profonde.