Obama e la primavera araba
Azzurra Meringolo 28 giugno 2011

Uno dei principali obiettivi del discorso pronunciato al Cairo il 9 giugno del 2009 dal presidente Barak Hussein Obama era quello di migliorare l’immagine americana nella regione. Personaggio che risultava affascinante per il suo colore della pelle e il suo secondo nome – se in Occidente Hussein evoca immediatamente l’immagine del terribile dittatore iracheno, la stessa parola per gli arabi richiama il nome del nipote del profeta Maometto – all’epoca Obama aveva teso la mano agli arabi, cercando di ricucire la frattura tra Oriente e Occidente e sortendo, almeno in parte, questo effetto. Ciononostante, uno studio pubblicato dal Pew Research Center alla vigilia del discorso dello scorso 19 Maggio ha mostrato non solo che il presidente non ha centrato il suo obiettivo, ma anche che la condotta tenuta dalla Casa Bianca nelle recenti sommosse a favore della democrazia è riuscita, in alcuni casi, a far addirittura peggiorare l’immagine statunitense, che rimane complessivamente negativa.

Gli Stati Uniti sono visti positivamente solo dal 10% dei turchi, l’11% dei pakistani, il 13% dei giordani, il 20% degli egiziani e il 18% degli abitanti dei Territori palestinesi. Nella maggior parte di questi stati, negli ultimi due anni l’immagine americana è addirittura peggiorata del 5-8%. A creare tale risentimento sarebbero soprattutto questioni politiche visto che tutti i paesi hanno descritto la Casa Bianca come una potenza che agisce unilateralmente, ignorando gli interessi arabi. Come è accaduto storicamente nei paesi nei quali si sono registrate istanze anti-americane, una buona parte dei cittadini intervistati accusa i propri governi di cooperare eccessivamente con la Casa Bianca. In Giordania, Libano e Pakistan quanti si oppongono all’eccessiva interazione sono addirittura la maggioranza dei cittadini. In aggiunta, non solo la lotta americana contro il terrorismo non trova molti sostenitori nella regione, ma gli Stati Uniti sono addirittura percepiti come una vera e propria minaccia. A temere la potenza militare statunitense è il 91% degli abitanti dei Territori palestinesi.

E se l’immagine della Casa Bianca non è positiva, quella del suo presidente non gode una sorte migliore. A eccezione dell’Indonesia, Obama rimane impopolare in tutti gli altri paesi analizzati (Giordania, Turchia, Pakistan, Libano, Egitto e Territori palestinesi) dove viene percepito come un uomo incapace di prendere le giuste decisioni. Attualmente solo il 10% dei pakistani, il 12 % dei turchi, il 14% degli abitanti dei Territori occupati,il 28% dei giordani e il 35% degli egiziani hanno fiducia nel presidente che riscuote però più successo in Libano (43%) e Indonesia (63%). A non rendere Obama un personaggio convincente è soprattutto la sua gestione di quattro questioni: la situazione in Afghanistan, quella in Iran, la domanda di un cambiamento politico nell’intera regione mediorientale e il conflitto israelo-palestinese, ambito nel quale la condotta di Obama viene maggiormente criticata. A eccezione del Pakistan, in tutti gli altri paesi la maggioranza della popolazione non condivide la politica di Obama in tale questione. In Libano, Giordania, Egitto e territori palestinesi a criticarla è più dell’80% della popolazione. Inoltre, anche la condotta tenuta dal presidente nelle recenti sommosse nella regione non ha soddisfatto la maggioranza dei cittadini, anche se importanti minoranze, il 45% degli egiziani e il 41% dei libanesi, hanno infine apprezzato l’atteggiamento tenuto dal presidente nel corso di questi eventi.

Importante è poi notare come sia Obama che gli Stati Uniti vengono percepiti in maniera differente dai diversi gruppi religiosi presenti nella regione, soprattutto in Libano, dove gli sciiti sono molto più critici rispetto ai sunniti nei confronti della Casa Bianca. Il 70% dei libanesi cristiani e il 59% dei sunniti dicono di avere una buona visione degli Stati Uniti, mentre tra gli sciiti coloro che vedono positivamente la Casa Bianca sono solo il 12 %. Lo stesso vale per il presidente Obama, apprezzato dal 57% dei cristiani libanesi, il 55% dei sunniti e il 14% degli sciiti.

Infine è anche interessante notare come Israele continui a rappresentare un’importante eccezione nella regione, una zona dove tanto la Casa Bianca che il suo inquilino continuano a essere visti tutto sommato positivamente. Ciononostante, anche in tale contesto, l’indagine condotta da Pew ha mostrato che esistono differenze tra gli ebrei e gli arabi israeliani. Se tra i primi il tasso di approvazione nei confronti della Casa Bianca è del 77%, tra i secondi questa percentuale si ferma al 36%. In aggiunta, il tasso di gradimento che gli ebrei stessi hanno del presidente Obama è comunque più contenuto, visto che solo il 49% ha fiducia nelle politiche da lui implementate. Sia 64 % degli ebrei che il 67% degli arabi israeliani critica il modo in cui Obama sta portando avanti la questione israelo-palestinese.

L’analisi realizzata da Pew conferma una tendenza storica, secondo la quale l’opposizione della regione alla Casa Bianca è causata soprattutto da questioni di natura politica, non culturale. Sono state, e continuano a esserlo tutt’ora, queste le principali motivazioni che hanno nutrito istanze anti-americane nel mondo arabo. Conseguentemente, è evidente che per migliorare la loro immagine, tanto la Casa Bianca che il presidente Obama devono concentrare i loro sforzi in questa direzione, cercando di modificare la storica politica implementata in Medio Oriente, facendo particolare attenzione al dossier israelo-palestinese.

Se tale dossier rimane quello centrale, in questa nuova epoca che sembra inaugurarsi nei paesi della regione in rivolta, decisiva per l’immagine della Casa Bianca sarà la condotta adottata nel processo di transizione che alcuni paesi si apprestano ad attraversare. Se l’amministrazione Obama riuscirà a implementare politiche che diano un reale sostegno alla popolazione e alla causa democratica è probabile che ci sia infine anche un ritorno positivo in fatto di immagine.

Entrambi i dossier richiedono tempo, visto che modificare l’assetto di una politica estera storica non è una cosa che può fare un presidente da solo, soprattutto quando è limitato da un sistema di checks and balances – freni e contrappesi – istituzionale ed è circondato da lobbies che esercitano importanti pressioni interne. Qualora, però, Obama intraprendesse un percorso nuovo e le sue tracce fossero seguite dai suoi successori, non solo l’America inizierebbe a risolvere i suoi problemi di immagine, ma riuscirebbe anche a contenere le istanze anti-americane che all’inizio del nuovo secolo hanno raggiunto picchi particolarmente allarmanti.

Azzurra Meringolo svolge un dottorato di ricerca presso l’Università di Roma Tre ed è autrice del libro “I ragazzi di piazza Tahrir”, Clueb edizioni, giugno 2011