«Sono stati soprattutto gli intellettuali, i giornalisti, i dissidenti arabi, il motore di questa rivolta. Nomi che non conosciamo, o che abbiamo tenuto nei ripostigli riservati agli addetti ai lavori, hanno alimentato in questi anni apparentemente deserti un fiume carsico di controinformazione e di idee, veicolate quasi sempre clandestinamente, scavando la fossa sotto il piedistallo dei regimi». È quanto scrive Riccardo Cristiano, giornalista con una lunga esperienza nei paesi mediorientali, autore di Caos arabo. Inchieste e dissenso in Medio Oriente (Mesogea 2011) nel quale propone una selezione di inchieste e reportage pubblicate da giornalisti arabi indipendenti fra il 2008 e il 2010. Prima delle rivolte, ma illuminanti sui fattori scatenanti e sull’identità delle società che poi sarebbero esplose. Per l’autore la Primavera araba affonda le radici già in quello che accadde il 2 giugno 2005 a Beirut, quando venne ucciso Samir Kassir, giornalista, politico, saggista, professore, progressista e «umanista». E, ancora prima, nelle manifestazioni di popolo del mese di marzo 2005 a Beirut, in piazza dei Martiri.
Nessuno stupore se il mondo arabo sembra sopportare a lungo poi, un giorno, esplode. Scrive Cristiano: «Nessuno ha la sfera di cristallo, ma tra coloro che sono passati dal Medio Oriente ben pochi si saranno stupiti di quanto è avvenuto, se avranno riflettuto anche solo per un momento sul fatto che, oltre a una plumbea povertà e illiberalità, oltre alle plumbee angherie degli apparati repressivi, quei popoli hanno dovuto sottostare per decenni anche all’umiliante propaganda di un potere tanto oppressivo e corrotto quanto gretto e ignorante: il loro animo invece parla di creatività, di colori».
Gli eventi ormai corrono avanti – Hosni Mubarak a processo, la Siria in un bagno di sangue – ma le parole di Cristiano centrano il bersaglio: «Non so come proseguirà la rivolta araba, se i libici si saranno liberati di Gheddafi, i sudanesi di Bashir, se sarà caduto il regime yemenita, quello del Bahrein, se la rivolta si sarà estesa all’Arabia Saudita, alla Siria, alla Giordania, al neomobilitato Marocco. Lo ritengo verosimile. Come so anche che questa incontenibile primavera araba potrebbe patire tradimenti; non è certo il maresciallo Tantawi l’interprete del sogno di piazza at-Tahrir, la malattia islamista non è stata debellata in pochi giorni e oltre a liberarsi del tiranno occorre restituire sovranità alle leggi per costruire una democrazia. Ma qualcosa di enorme è successo sotto il nostro naso e noi non avevamo sentore di nulla: il carovita avrà dato avvio alla protesta, ma la collera, soprattutto giovanile, covava da tempo». Non basta il carovita, come è stato evidenziato anche da altre analisi. «Accanto alla fame fisica ce n’era evidentemente un’altra, l’insopprimibile fame di libertà e dignità».
Libertà e dignità sono state, invece, costantemente violate, in molti modi diversi. Lo evidenziano le inchieste e i reportage selezionati e tradotti dall’autore. I giornalisti arabi, autori di questi articoli pubblicati fra il 2008 e il 2010, denunciano con i loro scritti la sparizione forzata dei dissidenti politici in Siria e le difficoltà degli ex detenuti politici che ritornano in libertà. La corruzione in Egitto, con l’inchiesta sul «saccheggio archeologico» del paese. Riconoscono la difficoltà di fare informazione nei Territori palestinesi. Denunciano la condizione degli orfani iracheni – «molti di loro soffrono di malattie fisiche e psichiche, si stanno riducendo all’accattonaggio, sono vittime del lavoro minorile, della droga, della schiavitù, del commercio di organi, dell’espulsione dal sistema scolastico, dell’analfabetismo, dello sfruttamento da parte della malavita, della malnutrizione e di tutti gli altri mali che affliggono i cittadini iracheni in generale».
Le inchieste raccontano la difficile condizione della donna, i delitti d’onore di Gaza e la prostituzione a Beirut. Narrano «la vita segnata dal caos», come dice chi vive nel campo di Shatila, dei profughi palestinesi, costretti in luoghi dove non esiste privacy – «Tutto nei campi profughi costituisce un problema, perché si comincia con la mancanza dei diritti civili e si finisce con la mancanza dei diritti individuali». Riportano le storie di sfruttamento delle collaboratrici domestiche asiatiche ad Amman. Denunciano il lavoro senza diritti, quello delle donne in Siria, delle sigaraie del Cairo giovanissime che lavorano in mezzo a fumi, gas e acidi della produzione di sigarette. Alcune lavorano il tabacco per sposarsi e acquistare un corredo di mobili ed elettrodomestici – «La sua famiglia sarà fiera delle tantissime cose che riuscirà a comprare soffocandosi tutti i giorni nei fumi della fabbrica di tabacco».
Gli articoli raccolti parlano di paesi diversi – il Libano, la Siria, l’Egitto, i Territori palestinesi, l’Iraq – e mettono in evidenza problemi e tensioni che si accavallano e si declinano in modo diverso nelle diverse società, dove spesso si contrappongono a legislazioni solo sulla carta più avanzate, o dove sono acuiti dalla povertà e dal dissesto delle istituzioni. Il bandolo della matassa del mondo arabo che l’autore cerca nella raccolta di inchieste – sulle quali interroga a fine volume alcuni intellettuali del mondo arabo – è paradossalmente proprio nell’esplosione delle rivolte, successiva alla data degli articoli selezionati, che hanno il pregio di raccontare dall’interno le società mediorientali. Per capire quello che sta accadendo serve infatti capire cosa è accaduto prima. Qual è il contesto nel quale le rivolte si stanno dispiegando. Quali sono i problemi immani cui si scontrano donne, uomini, bambini, le cui singole storie diventano frammenti ed emblemi di una Storia più grande, che si vuole cambiare perché diventi più libera e più democratica.